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Democracia siglo XXI

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febrero 2009

Come nutrire una rivoluzione senza popolo

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di Bernard Noël

Che la Rivoluzione sia oggi necessaria è un’evidenza, tanto più che la sua progettazione non è mai stata tanto vituperata. Tuttavia, non si tratta di fare LA rivoluzione, ma UNA rivoluzione, quindi di progettarla a partire da una situazione particolare nella quale, mentre le circostanze la richiedono, le condizioni generali la escludono. Si dovrà, prima di tutto, prendere in esame questa contraddizione.

Non v’è dubbio che l’arroganza del potere è arrivata al culmine insieme ai favori elargiti ai privilegiati. Meraviglia persino vedere a che punto l’assenza di ripartizione delle ricchezze riduca di continuo il margine d’illusione che poteva rendere sopportabile questa appropriazione esclusiva. Il disprezzo della miseria crea una disperazione forse favorevole alla rivoluzione, ma si tratta di una trappola in quanto la disperazione è esplosiva e non rivoluzionaria: prepara una sollevazione popolare facile da reprimere e che, in fin dei conti, darà una mano all’oppressione.

Qualcuno farà notare come è sufficiente che la disperazione abbia il tempo di organizzarsi, benché le condizioni generali lavorino, appunto, a impedirlo. Il gioco delle cause e delle conseguenze è da molto tempo falsato dall’influenza dei media. La maggioranza si è abituata a poco a poco a sopportare la distruzione dei beni collettivi: l’educazione, la salute, i servizi pubblici, l’informazione. Non vi è più il popolo, esiste invece un pubblico che, privato del legame cittadino ha finito col credere che la redditività contava più del servizio anche se la cosa è contraria ai suoi interessi.

Un popolo è cosciente di un’appartenenza e di una condivisione che creano una solidarietà; un pubblico ha in comune soltanto immagini effimere che lo inducono a false identificazioni o al consumo. Ecco dunque come conseguenza, lo sperpero, divenuto attrazione principale, unico bene pubblico e che spinge a vivere in un presente senza memoria e senza riflessione. La processione delle immagini occupa la mente senza produrre altra cosa che il movimento ripetitivo d’una finta varietà sempre attuale. Così, nessuna prospettiva, solo un appetito rinnovato continuamente dalla pubblicità.
La velocità di rotazione delle immagini è più importante del loro contenuto e ne costituisce il senso. Il potere ha capito recentemente quanto questa velocità potesse far le veci dell’azione grazie al fascino che essa produce, da ciò deriva l’agitazione febbrile d’un capo che mescola tutti i generi allo scopo di moltiplicare la sua presenza in tutti i campi. Il pericolo per lui è che un errore rischia di ripercuotersi addirittura moltiplicandosi, ma questo disturba soltanto lui e non il sistema ormai tanto efficace da aver distrutto tutta la rappresentazione.

Si dimentica, perché fa parte di noi, che la rappresentazione condiziona tutte le relazioni all’interno del corpo sociale e che da essa dipende sia la nostra facoltà d’espressione sia la nostra capacità di riflessione. Dunque, sempre grazie ai media e al loro potere d’occupazione mentale, la rappresentazione ha sempre più tendenza a non essere che la registrazione passiva dello spettacolo proposto in permanenza sullo schermo televisivo. Questo spettacolo, contrariamente a ciò che si dice, non istruisce: occupa semplicemente la testa e svia l’attenzione distraendola. Non rimangono, per opporsi a lui, che le difficoltà della vita quotidiana, le quali, talvolta, portano allo sgomento.

Abbiamo prima accennato allo sgomento e alla ribellione che potrebbe generare, ma lo sgomento convoglia molto più spesso la rabbia verso reazioni razziste e nazionaliste di cui il potere prende possesso per legittimare una politica di esclusione o di selezione e giustificando l’arbitrario. La fabbricazione della passività sociale è in auge da molti anni: essa procede impercettibilmente verso un lavaggio del cervello pianificato secondo le ammissioni dell’ex direttore di TF1 (rete televisiva francese, ndt), che si era detto incaricato del compito di produrre «cervelli disponibili»…

Questo punto della situazione, benché troppo riassuntivo, dice perché la Rivoluzione, sebbene sempre più necessaria, non può che andare in controtempo di questo tempo che la desidera e la rigetta. Il rigetto deve la sua forza a una trasformazione delle mentalità che il potere ha la facoltà, non solo di manipolare, ma di privare dell’energia indispensabile per organizzare la rivolta. E anche di concepirla. A questo si aggiunge il fatto che l’opposizione altro non è che parvenza, il partito socialista (francese, ndt) avendo fatto di più per lanciare le privatizzazioni e le riforme antisociali rispetto alla stessa destra che pretende di combattere, ma con la quale si accontenta di disputarsi il potere.

Per farla breve, tutto contribuisce a rendere la Rivoluzione impensabile nel contesto attuale rinvigorito, oltretutto dalla mondializzazione. Tuttavia il sentimento della sua necessità ci porta a dire che la situazione presente la rende impensabile solo nella misura in cui, sempre rimandata a dei modelli antichi, essa resta, di fatto, impensata.
Questo impensato è dalla parte di coloro che ne avvertono la necessità, e per il motivo che la Rivoluzione suppone la presa di potere poi un cambiamento radicale dell’ordine sociale. Orbene, tutte le rivoluzioni che sono passate attraverso questo procedimento, se è vero che hanno preso il potere, sono riuscite solo a installare un regime che, rapidamente degradato dall’esercizio dell’autorità e il reimpiego dei vecchi dirigenti della polizia e dell’esercito, non ha potuto che aggiungere delusione alla coazione. Tutte, tranne la Comune di Parigi, ma quest’ultima è stata preservata dal suo stesso disastro solo dalla violenza della repressione che l’ha distrutta.

Non voler prendere il potere col pretesto che il potere degrada coloro che lo prendono sembra insensato dal momento che da lì ha da passare il cambiamento. Come garantirsi contro la degradazione? Dal controllo che serviva come base alla Comune, il quale prevedeva che i delegati restassero sotto lo sguardo dei loro elettori…

Questo sistema implica che ogni delegazione del potere sia alla mercé di un contropotere rappresentato dall’insieme degli elettori. Tale è teoricamente il caso delle nostre democrazie, ma questo non funziona a causa dell’allontanamento degli eletti, della lunghezza del loro mandato e, oramai, a causa dei media che hanno fatto della politica uno spettacolo e sostituito l’opinione con l’auditel.

Un tempo si pensava che la Rivoluzione transitasse prima attraverso l’appropriazione dei mezzi di produzione; oggi, naturalmente, passa dall’appropriazione dei mezzi di comunicazione allo scopo di regalare a ciascuno una testa pensante e una coscienza cittadina.

Non è un’utopia?

I rivoluzionari dell’Ottocento, in particolare Blanqui, erano persuasi che la Rivoluzione non potesse provenire che dai «declassati», ovvero dai figli della classe dirigente che rinunciassero ai loro privilegi per mettere la loro libertà al servizio degli interessi del popolo. Si può oggi «declassare» i media affinché giochino un ruolo comparabile?
Il gusto del potere è così contagioso da essere riuscito a contaminare tutti i tentativi di rovesciamento, di cambiamento, di trasformazione. Bisognerebbe screditare il potere, ma lo è già grazie alla sua corruzione, ai suoi abusi, alle sue ingiustizie. Nella società dello spettacolo, tutto ha una portata spettacolare che imbottisce ogni avvenimento di vanità mentre ne annienta la gravità. L’informazione non è più che allenamento all’indifferenza.
La necessità della Rivoluzione ha quindi tutto a sfavore e da qui la convinzione della sua impossibilità. Perché questa impossibilità non potrebbe essere ugualmente utopica? Un’utopia di potere che, piuttosto che allontanarla con la repressione, ha avuto l’intelligenza perversa di rendere le menti inadatte a reclamarla.

Il problema è sempre, da Marx e da Rimbaud in poi, di trasformare il mondo e di cambiare la vita. Coloro che non vi rinunciano sono più che mai isolati: hanno in comune di non rassegnarsi poiché la necessità li arma di una pazienza senza limiti fuori dalla quale la vita non avrebbe alcun senso. Eppure non s’illudono: sanno bene che la necessità deve venire alla luce con una brusca rivelazione che, d’un tratto, la generalizza. Allora, proprio in quella precipua luce, le menti si educano in fretta, e provvisoriamente o definitivamente, mettono fine all’impossibile…

Fuente: il numero 13 di FILI D’AQUILONE
Traduzione dal francese di Viviane Ciampi

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Ética para el Siglo XXI

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por Gustavo Pablo Budiño Dorrego

La crisis económica mundial, refleja un destino incierto y la búsqueda constante de Políticas Públicas que impulsen medidas tendientes a mejorar la situación crítica de los países mas perjudicados.
En ese marco, es importante justipreciar, la voluntad, el compromiso y la responsabilidad, que existe al momento de impulsar la formación de una conciencia ética universal; pues los reclamos de los países en desarrollo son, la igualdad, equidad, dignidad y garantías de sus derechos y solidaridad entre la especie, superlativos referenciales de la ética general.

La preocupación socioeconómica y política, se inclina por lograr consensos y sostener acuerdos en las relaciones internacionales, dejando de lado, en muchos casos, la conciencia moral, pilar fundamental del movimiento y desarrollo social.

Las naciones, están distantes de iluminar caminos con cualidades éticas, pues la reflexión entre el dilema de lo teórico y lo práctico y los conflictos de poder, agudizan y destruyen tales aspiraciones.
Los pactos, convenciones, congresos, declaraciones de principios, entre otros, como instrumentos del Derecho Universal, suponen acuerdos pragmáticos, que de alguna forma, imponen mínimos principios filosóficos y éticos de obligatoriedad universal, pero la pluralidad de concepciones, los efectos del Poder y los focos de corrupción, tornan de imposible cumplimiento las normas que regulan las relaciones internacionales.

El motivo es que no se identifican claramente los problemas, para poder tomar conciencia de su gravedad, lo que supone que en los próximos años el desarrollo sociopolítico, no estará acorde con los reclamos de ética pública, de toda la comunidad.

Por lo general, en la sociedad conflictiva, abundan los prejuicios y las prácticas intolerantes, y cuando se intenta debatir sobre la ética pública, todos piensan o consideran, los comportamientos de los políticos, en la corrupción, los fraudes bancarios o las manipulaciones de los medios de comunicación, pero hay otras brechas más profundas y elementales que condicionan la salud moral de una sociedad, y es la aceptación dinámica , en la llamada cultura nacional, de principios éticos básicos, como el de la igualdad, fundamental de todos los seres humanos, respetando los valores y los objetivos comunes, pues existe la solidaridad y debe ser aplicada entre los miembros de nuestra comunidad.
Para afrontar los retos futuros, debemos ocuparnos de la educación moral, para bienestar de las siguientes generaciones, pues la ética tradicional está siendo cuestionada, ante el avance de los conflictos políticos y sociales, la ciencia casi sin límites, sumado al crecimiento de estructuras de alto riesgo, hacen lucir como inadecuados los criterios morales y cuestionables sus fundamentos.

No podemos permanecer inmutables ante la reacción de los ciudadanos indignados ante la corrupción del gobierno de turno, ni con las protestas contra alguna parte de una procuración de justicia incapaz de dar solución satisfactoria a los reclamos de la sociedad ante la inseguridad reinante…

Ante ello, debemos proponer un proyecto realista, comprable, que comience a elaborar una ética universal , construida a través de consensos y convergencias, alejada de pretensiones absolutas e históricas, que surja del diálogo, con preocupaciones comunes; con más cátedras de Etica en las universidades o grupos de estudio en los parlamentos, para que los sistemas democráticos contemplen cada vez más, las verdaderas necesidades del pueblo.

Necesitamos un cambio de naturaleza moral, una nueva manera de comprender y organizar las estructuras sociales, reformando el Estado hacia el bien colectivo, buscando permanentes consensos que transformen en legítimas las relaciones entre los gobernantes y gobernados, garantizando las acciones públicas dirigidas a lograr el equilibrio y el bien común.

Construir una ética pública en el presente no será tarea fácil ni rápida. Subsisten y subsistirán culturas éticas muy diversas: cada una tiene su propia definición de bien público y muchas alimentan intolerancias e incomprensiones. La tarea corresponde a un amplio elenco de actores: al propio gobierno a quien corresponde definir, sobre todo con sus comportamientos, las reglas de juego de una auténtica democracia; los partidos políticos que debieran reelaborar los componentes éticos de sus idearios, encarnándolos en la realidad del país; los líderes religiosos y sociales a quienes compete cotejar las nuevas propuestas de moral pública con la vivencias y credos de sus feligresías; y los investigadores especializados en filosofía política y filosofía moral de quienes se espera crítica, fundamentación y sistematización de este esfuerzo colectivo. Todos debieran converger en un debate abierto del que vayan brotando los planteamientos de la nueva ética pública que necesitamos, en pos de mejorar la calidad de vida.

Debate sobre Educación: Documento para participar

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Para la Organización de Estados Iberoamericanos para la Educación, la Ciencia y la Cultura OEI el proyecto Metas 2021: La educación que queremos para la generación de los bicentenarios es esencial que sea un proyecto definido sobre la base de la participación de todos los actores educativos. Por ello invitamos a los profesionales de la educación y colectivos de profesores, padres y madres a remitirnos a través de este formulario un texto en el que expresen su opinión sobre el proyecto en su integridad o sobre cualquier aspecto específico en el que deseen incidir.

Los aportes serán publicados en la web a lo largo del debate que se iniciará en marzo de 2009.

http://www.oei.es/metas2021/reflexiones.htm

Aceder a documento para el debate.
http://www.oei.es/metas2021/indice.htm

La organización del desamparo-Teódulo López Meléndez

INCISIONES PARA UNA DEMOCRACIA DEL SIGLO XXI

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Teódulo López Meléndez

(Este pequeño libro contiene algunas de las reflexiones del autor, entre el 2006 y el 2007, sobre una democracia para el siglo XXI)

La democracia del siglo XXI
(30 junio 2006)

No hay combate político sin ideas. El que frunza la nariz porque alguien se dedique a pensar es un necio. La pelea en el terreno de las ideas es tan importante como el enfrentamiento de la cotidianeidad oprobiosa que nos atosiga. Ambas batallas hay que darlas en simultáneo, sin tregua en ninguna de las dos, sin pausa para perder el tiempo. Nadie puede decir que, en lo personal, no hago ambas tareas.

Tenemos enfrente una oferta de “socialismo del siglo XXI” y hay que producir una respuesta que he considerado no puede ser otra que “la democracia del siglo XXI”. Al respecto hemos creado “La sociedad de las ideas”, sin junta directiva, como un intercambio horizontal de pensamiento político, para analizar las fallas que la democracia ha presentado y presenta, para incluso modificar conceptos, para tratar de darle vuelo a un sistema que es el único posible.

Para quienes se burlen del pensamiento recordemos los ejemplos de los “think tanks” norteamericanos, con numerosas fundaciones y miles de millones de dólares gastados en la producción de ideas. Ellos son norteamericanos y lo hacen a su manera, pero allí está en Francia “La república de las ideas”, dirigida por el profesor Rosanvallons, que dirige este instituto en la universidad de Grenoble y a donde van los intelectuales franceses a analizar temas como los que hemos propuesto, con influencia y oídos atentos en las élites dirigentes y en el común de los interesados en los asuntos públicos.

Hemos estado pensando sobre “el socialismo del siglo XXI” y llegado a conclusiones que van desde el pensamiento político cubano del siglo XIX marcado por el “destino manifiesto”, desde el pensamiento jacobino pasando por la “filosofía del resentimiento” del sociólogo francés Pierre Bourdieu con su “teoría de la violencia simbólica” hasta los viejos moldes vistos en el siglo XX, sumados los elementos populistas y militaristas propios de América Latina. Si no sabemos lo que enfrentamos no sabremos como combatir. Por supuesto que nadie ha venido a asistirnos como a las fundaciones norteamericanas ni nadie nos ha dado cobijo como lo tiene “La república de las ideas” de Francia. Es así, vivimos en Venezuela, un país donde pensar es una tontería y un acto banal.

Hemos deliberado, claro está, sobre “la democracia del siglo XXI”, y hemos llegado a algunas conclusiones. La primera, obviamente, es que no se puede seguir hablando de democracia pensando que es un sistema donde se vota o donde hay representatividad o participación. A la democracia tenemos que hincarle los dientes, revisar todo y ahora mismo estamos sobre el concepto de política. Indispensable entrar en él porque en este país la gente dice estar “harta de política” cuando en verdad lo que está es harta de falta de política. Política no es la actividad que realizan los políticos. Política es participar en la actividad social. Es necesario terminar con la desnaturalización del concepto mismo, la creencia generalizada de una particularización “profesional”. Ejemplos: La medicina la ejercen los médicos, la ingeniería los ingenieros, la política los políticos. Toda acción sobre la vida pública o, dicho de otra manera, sobre los intereses colectivos, es una acción política. Otra cosa distinta es lo que podríamos denominar “actividad política” (proselitismo, búsqueda del poder, etc.) que es propia de los políticos.

La sociedad venezolana ha olvidado que es la democracia. Con su rechazo a un pasado al que no quiere regresar, está incurriendo en un error garrafal de percusión, con la excepción de valores claves como libertad y limpieza electoral, y es aquí donde se justifica plenamente el planteamiento de conceptuar la democracia. Lo que no se renueva perece; lo que ante los ojos de la gente es ya conocido, con sus virtudes y vicios, carece de la atracción de la novedad. Hay que conceptuar para la demostración práctica de una democracia sin adjetivos, sólo ubicada en un contexto de tiempo: siglo XXI, con todo lo que ello implica.

La sociedad venezolana está atomizada por muchas causas: desvío y confusión por la profusión de “aprendices de brujo” que pululan en los medios radioeléctricos, la conversión de los encuestadores en analistas con las consecuentes barrabasadas, la determinación de los medios de “escoger” cuidadosamente quienes asisten a sus programas de entrevistas, los negociantes que se dirigen a sobrevivir en el actual régimen. La sociedad venezolana ha perdido la capacidad de reacción, está sentada frente al televisor esperando que la pantalla le diga como debe comportarse. Consecuencia: la sociedad venezolana está imposibilitada de generar dirigentes. La sanación del cuerpo social implica un largo proceso que debe partir de la inserción en la cotidianeidad.

Sin entrar a discutir si terminó la era de los partidos y su sustitución por cortes transversales de gente que encuentra elementos de lucha común y objetivos compartidos), podemos percibir que estamos en un momento que bien puede definirse como “limbo”: los partidos están minusválidos, pero los grupos emergentes (denominados tribus urbanas por los sociólogos) no terminan de conformarse. No obstante, el gobierno prevé la materialización de la nueva forma de organización social legislando para controlar las ONG. La ausencia de política (la verdadera enfermedad que nos atosiga) es la causa directa del fatalismo actual de la población venezolana. Se releva que no hay nadie que encarne los “intereses generales”. La política está ausente, es necesario bajarla de la ausencia y sembrarla en lo cotidiano, única posibilidad de que reencontremos lo social.

Manual de uso para venezolanos desarmados
(5 julio 2006)

La sociedad venezolana de hoy está inerme, inerte y opaca. Está representada por esa muchacha que escuché en Petare gritando alegre: “Me voy `pal bonche’, mientras se pueda”. Está encarnada vívidamente en esos entrevistados predilectos que repiten y repiten siempre lo mismo. La denuncia está devaluada porque no hace sino repetir lo que el gobierno ya ha dicho. Si el Ministro de Educación dice que politizará la educación, repiten: “Van a politizar la educación”. Si el presidente anuncia fusiles para 15 mil jóvenes aseguran “Eso no está previsto en la Constitución”. No modifican el discurso ni en una milésima de milímetro. Viven de la denuncia inútil y repetitiva que no pasa a ser otra cosa que catarsis, que desahogo. Le hacen un gran servicio al gobierno. Frente a la pantalla la gente se apacigua escuchando la “denuncia” (entrecomillada de ahora en adelante). Eso no es un ejercicio adecuado de la libertad de expresión, eso es un maligno juego catártico que prostituye e impide la verdadera resistencia.

Es asunto de un cambio de “filosofía” en el combate. No se debe desperdiciar nada, siempre y cuando se sepa claramente hacia donde vamos. Ante el cúmulo de errores cometidos aquí (vacío de poder o golpe de estado, como se prefiera, huelga general indefinida y referenda fallidos), son muy pocas las respuestas precisas. Toda la estrategia debe dirigirse de una buena vez a enfrentar la verdad en las mejores condiciones posibles.

No se puede hacer de una ilusión, que a la vista del común está secuestrada, el centro de una acción política. Una población advertida es mejor siempre que una población sorprendida. Ello implica: abandono del inmediatismo, convicción de una lucha muy difícil, seguridad de las “consecuencias”, que me abstengo de repetir. Una población mentalizada e instruida sobre las maneras de ejercer la resistencia. Una población no abusada en su uso para fuegos artificiales. No hacer de lo tangencial lo principal. Saltarse las expresiones maniqueas, callar a los abogadillos, ir a la sustancia:

La defensa económica: Para mí fundamental. Nos queda un resto de parque industrial y una red comercial importante. Al gobierno le será sumamente difícil romper la estructura de la propiedad privada, aunque para allá vaya. Debemos determinar como utilizar los restos del parque productivo como mecanismo de defensa. Pero lo que hacen es desgañitarse porque no fueron consultados para la entrada al MERCOSUR, lo que es verdad, pero olvidan que siempre fue una aspiración venezolana ingresar a ese bloque económico (sin salirse de la CAN). Carecen de conducción, como todas las ramas de la sociedad venezolana. Estudien y procuren la nueva realidad económica integracionista como una oportunidad de mantener la libertad de empresa que es esencial para estar allí dentro, en vez de limitarse a asegurar buenos negocios con el gobierno, sin darse cuenta que estamos frente a uno que los usa para desecharlos.

La defensa cultural: Existen valores propios de esto que llamamos venezolanidad. Debemos centrarnos en su fortalecimiento. ¿Qué diablos hace el sector educativo, aparte de reclamar salarios o protestar porque el gobierno limita los aumentos de la matrícula en los colegios privados? Debemos procurar una integración de los maestros y profesores a una actividad directa de reforzamiento de los valores que contrastan de frente las pretensiones del régimen. No se han dado cuenta que existe una política educativa, la de desmontar las referencias que históricamente han servido de sustento al comportamiento de los venezolanos y una seriedad absoluta en eso de ideologizar desde la escuela. Plantéense la forma de utilizar lo que existe para la defensa de una educación libre en lugar de “llorantinas” que los hacen aparecer como un sector egoísta.

La defensa social: La situación ha llevado a todos a refugiarse en el pequeño círculo familiar o de amistades, a habilitar el “pequeño refugio”. En este momento no estamos para una contrarrevolución o contraofensiva sobre la sociología del venezolano, sino para reforzar ciertos valores básicos. Reúnase con toda la familia, verifique la oscuridad del momento y la tormenta del futuro inmediato, tome medidas de todo tipo, de solidaridad alimenticia e intercambio de productos, de comportamiento colectivo frente a las acechanzas, hasta de defensa mutua contra el hampa; extienda la red hasta los amigos, creen redes alternas de información, traten de analizar más allá de pendejadas como “si el CNE cambia las reglas yo voto” o “esto no tiene remedio”. Adopten códigos de comportamiento colectivo, hablen a los hijos, inculquen valores de libertad, democracia y respeto. Háganles saber que la fiesta del viernes y el disfrute de la juventud es una cosa respetable, pero que hay valores superiores a defender.

La defensa política: Afortunadamente los que creyeron que convocando “marchas”, podían hacerse líderes en sustitución de los anteriores, se han quedado quietos. Este no es momento de “salgamos a la calle”. Una manifestación sólo se convoca en casos absolutamente necesarios y sin repeticiones de falta de coraje. Hay que definir una estrategia frente a la realidad del 3 de diciembre que no será otra que la abstención masiva. Analicen la forma de usar esa gran victoria para no desperdiciarla como hicieron con la del pasado 4 de diciembre de 2005. Analicen la entrada al MERCOSUR como la espada de Damocles que es para el régimen. No crean que desde el exterior nos van a venir a solucionar el problema, pero mantengan una política coherente de información y solicitud de respaldo en el exterior, no hacia los gobiernos, sino hacia los grupos sociales, partidos políticos, intelectuales y organizaciones de todo tipo. Déjense de ilusorios repartos de cuotas de poder pues el poder no lo tendrán jamás si no actuamos como debemos. Y, aún así, les será muy difícil, pues estamos hartos de dirigentillos de pacotilla.

Los nuevos líderes, que incipientemente se asoman, deben aprender que deben embarrialarse los pantalones o las faldas en el contacto directo con la gente, aprender que este país no es Caracas, saber que el liderazgo no pasa por mendigar un espacio al dueño del canal de televisión sino que debe brotar desde abajo. Deben comprender las nuevas formas de organización social y, sobre todo, decir la verdad, pues en la verdad está la simiente y la savia de un país que debe producir, por fuerza, nuevos líderes y una coherencia en la lucha, so pena de sentarse a esperar que llegue el fin del bonche, lo que no está lejos.

Notas sobre integración para empresarios desprevenidos
(11 julio 2006)

La integración no se puede hacer con llanto. La integración hay que afrontarla como un proceso donde hay sacrificios para obtener ventajas. Europa es el caso más claro, pero como no pretendo volver a echar el cuento del largo camino desde la Comunidad del Acero y el Carbón hasta la realidad de hoy de la Unión Europea, me limitaré a dos relatos personales que me tocó vivir en Italia. El primero con la que entonces era mi familia política romana: esta familia tenía cinco grandes galpones con miles de buenas ponedoras de huevos; un día tocó a la puerta la Comunidad Económica Europea para advertir que no podían seguir en el negocio puesto que había que comer huevos holandeses cuyo costo de producción era menor; los centenares de metros de instalaciones metálicas fueron arrancados con dolor y vendidos como chatarra; ante la pregunta de que hacer la familia no se volteó contra el gobierno italiano ni encabezó una manifestación contra la CEE: decidió montar una fábrica de salchichas. La otra me tocó percibirla cuando era Cónsul General de Venezuela en Nápoles y puede visitar la acería cerrada también por orden europea: no se justificaba aquella siderúrgica de Pozzuoli, los costos eran insoportables, a pesar de que se iba a dejar en la calle a centenares de trabajadores en la zona del mezzogiorno, la más deprimida de Italia. A cambio, el gobierno italiano comenzó a desarrollar planes especiales de empleo.

La integración al MERCOSUR siempre fue una aspiración venezolana con el bloqueo permanente de Argentina. Ahora se da por razones políticas, pero eso no importa, bienvenida sea. Venezuela botó una oportunidad única de liderar a la Comunidad Andina en las negociaciones con MERCOSUR, pero tengo la seguridad de que en un futuro inmediato retornaremos a la CAN. Los argumentos de las asimetrías entre las economías no es una justificación para rechazar la integración. Para eso existen las negociaciones. No olvidemos que el ingreso venezolano realmente va a durar siete años más, durante los cuales los gobiernos discuten la protección de su propio parque industrial, agrícola y a sus empresarios. He allí donde he señalado a los dirigentes empresariales que esta es una oportunidad única de evadir cualquier probable intento del actual gobierno venezolano por avanzar en su proyecto de reducción de la propiedad privada. Después de las largas y tediosas negociaciones, donde los gobiernos discuten ramas industriales y productos agrícolas uno a uno, se establecen algunas restricciones proteccionistas a ser superadas a plazo fijo. ¿Qué no fueron consultados para el ingreso? No importa, métanse de alma y corazón en lo que es irreversible y hecho cumplido.

No se puede ser integracionista de la boca para afuera y escurrir el bulto cuando llega la hora. Los procesos de integración son una realidad mundial. El componente político del proceso en que estamos no puede ser juzgado porque le compramos bonos de la deuda pública a Argentina o porque Lula sea el presidente de Brasil. Esa son cosas que, aparentemente, han ayudado al ingreso venezolano, pero que son superadas ampliamente por el hecho en sí. Si se produjo la circunstancia favorable, pues adelante, sin olvidar que en Argentina el actual Jefe del Estado no durará toda la vida y Lula durará un período más de gobierno, pues es un demócrata que no va a modificar la constitución de su país para reelegirse más allá de lo permitido. Tampoco hay que olvidar, a pesar de los pesimistas, que tampoco el actual gobierno venezolano va a durar indefinidamente a pesar de las bravuconadas que hablan de 2021 o 2031. El proceso de integración de Sudamérica está por encima de las circunstancias. Tenemos que ponernos por encima de la inmediatez, sin dejar de usar lo que nos conviene en este momento político venezolano, esto es, enfrentar a un gobierno totalitario que entre sus objetivos finales nos quiere imponer una colectivización de la propiedad. Si en la reforma constitucional que este gobierno intentará en el 2007 se incluyen normas contrarias a los principios básicos de defensa productiva del MERCOSUR en buen lío se meterá.

Un detalle que no entiendo es el olvido de la interconexión fluvial. El gobierno venezolano se ha centrado en un proyecto faraónico de gasoducto sobre el cual no puedo opinar porque no soy conocedor de la materia -al respecto me limito a escuchar a los expertos- pero no ha hecho mención ni una vez a un proyecto que ya era caro a los Padres Libertadores: la conversión de nuestros ríos en una gran autopista de agua que permitiría la circulación de bienes y servicios, amén de personas, a bajo costo. Si no me equivoco los estudios técnicos de ese proyecto están muy avanzados y muy archivados. Durante mi breve pasantía por Argentina insistimos en visitar la cancillería de ese país para pedir, cada vez que había una reunión sudamericana de cualquier tipo, que se incluyese el tema de la interconexión fluvial. Me parece absolutamente absurdo que no se mencione más lo que fue un sueño de nuestros fundadores y una extraordinaria forma de integrarse.

Una nota que me gustaría subrayar es el caso de las cooperativas. Ellas no son invención de este gobierno. Las cooperativas, de todo tipo, desde consumo hasta producción, tienen una vieja historia que no es el caso relatar ahora. El cooperativismo es un movimiento universal que implica organización social y sentido del bien colectivo. Hay que ayudarlas y fundar más. Sí me permito recordar que la primera persona que en este país se tomó a pecho, desde el gobierno, al movimiento cooperativo fue la tristemente fallecida Adelita de Calvani, quien aprovechó que su marido era el Ministro de Relaciones Exteriores y factotum clave del primer gobierno de Caldera, Arístides Calvani (nunca bien recordado), quien era también un furibundo partidario de las cooperativas, amén de furibundo partidario de la justicia social. Que este gobierno les diga a los cooperativistas que no pueden tener beneficios es propio de su criterio de aplanamiento social, pero eso es otra cosa.

Televisión versus democracia
(14 julio 2006)

El asunto que comienza a plantearse es el de los efectos dañinos del mundo tecno-mediático sobre la democracia. Ahora vamos más allá del poder massmediático en sí, para arribar al planteamiento de una eventual incompatibilidad de los valores democráticos con las normas de la comunicación. Si el hombre se convierte en un mero animal simbólico este sistema político habrá perdido toda racionalidad. Giovanni Sartori lo define como “la primacía de la imagen, es decir, de lo visible sobre lo intelegible”. El hombre que “mira la pantalla” se está convirtiendo en alguien que no entiende. Los sistemas de medir la llamada “opinión pública” están trasladándose a un botón del telecomando y quien aprieta ese botón es alguien sin capacidad de pensamiento abstracto. Ese viejo carcamal llamado partido político depende ahora de fuerzas que escapan al trabajo de captación de miembros o a los planteamientos profundos sobre proyectos de gobierno. Las encuestas se hacen cada vez más sofisticadas y, al mismo tiempo, más erráticas, pero forman parte del conjunto de destrucción de algo que hoy es una entelequia y, no obstante, se sigue llamando “opinión pública”.

Los contendores de la democracia, en términos absolutos, han cambiado. Los viejos enemigos se derruyeron, pero muchos nuevos han surgido, el populismo, las nuevas autocracias constitucionales que se amparan en un Estado de Derecho falsificado y construido a la medida.
Si la democracia es un ejercicio de opinión, o “gobierno de opinión” conforme a la definición de Albert Dicey, la democracia es un cascarón vacío, pues como bien lo observa Sartori las opiniones son “ideas ligeras” que no deben ser probadas. Hemos visto como los llamados “programas de gobierno” que antes elaboraban los aspirantes al poder han caído en total desuso, por la sencilla razón de que no influyen electoralmente. Basta manejar dos o tres cuestiones machacantes para definir a esa debilidad variable llamada “opinión pública”. Ahora bien, en esta era tecno-mediática las opiniones no son independientes, no surgen del conglomerado, al contrario, le vienen impuestas por el ejercicio massmediático. Numerosos analistas han señalado la desaparición de lo sensible, puesto que la televisión borra los conceptos y hace del hombre un receptor que ve sin comprender. Ello explica la creciente e indetenible ignorancia de los políticos. Hemos llegado a una regla massmediática: quien aparece conceptual no puede ganar las elecciones.
Cuando hablamos de falta de ideas no nos referimos a los pensadores. Los intelectuales europeos, fundamentalmente, pues fue en Europa donde la democracia presentó los primeros síntomas de fallas, se han dedicado al tema desde la década de los 60, en una tradición que creemos comenzaron el filósofo italiano Norberto Bobbio y el británico Raymond William que se extiende hasta nuestros días con Alain Finkielkraut. Por supuesto que cuando Bobbio comienza sus análisis lo massmediático no había adquirido el desarrollo actual, sin embargo el italiano lo olfatea. Ya veía venir el mundo del instante a que nos ha sometido la pantalla-ojo, una instantaneidad ajena a la conciencia.
Lo que sí está en entredicho desde lejanas décadas es el concepto de “opinión pública”, la falacia que la envuelve al no ser otra cosa que una inducción, y la representatividad misma. Un término se puso de moda para señalar un ideal de avance, la llamada “democracia participativa”, que parece ser algo así como una búsqueda aproximativa de democracia directa. A ello se sumaron las crisis obvias del Parlamento, de las elecciones mismas y, a mi entender la más grave de todas las crisis, el ejercicio de la política condicionada por el poder tecno-mediático.
No es, pues, falta de pensadores ocupándose del tema. Donde no hay ideas es en los gobernantes, en los gobernados, en los políticos y en las masas fraccionadas y anarquizadas por el efecto massmediático. La victoria absoluta de la democracia, proclamada a la caída del muro de Berlín, ha devenido en una crisis de alto riesgo donde todos los conceptos están siendo sometidos a revisión y donde las instituciones tradicionales parecen derrumbarse.

En Europa puede sentirse más el efecto de la globalización, a lo interno, pues la experiencia de la unidad externa continúa adelante a pesar de los lógicos tropiezos, siendo, precisamente esa integración, el experimento más exitoso iniciado por el hombre en este campo, un asidero que impide la profundización de la crisis. En los países latinoamericanos es la política la que desaparece y sin ella no hay estructura social capaz de generar dirigentes y menos gobierno. La concepción misma de lo que es, o debería ser, un gobierno democrático está bajo cuestionamiento y, como nunca, una ola de populismo proclama a las mayorías irredentas con el derecho de gobernar ejerciendo una especie de nueva autocracia de las mayorías. El problema del ejercicio de la política es también un problema cultural: los sistemas educativos parecen haber fracasado estrepitosamente y los pueblos se muestran cada vez más ignorantes. La pantalla-ojo llena de estereotipos, hace de la decisión, o de la simple participación política, un acto sin ideas. Los políticos, cada vez más mediocres y más torpes, se rinden ante el poder massmediático y hacen de la política una banal actuación bochornosa.

Todo nos lleva a los conceptos de poder y de Estado. Es obvia la crisis del Estado-nación, como obvia la certeza de que una nueva forma de poder está apareciendo, aún en las nebulosas de la imprecisión, pero fundamentalmente distinto a lo que hasta ahora hemos entendido por tal. Debemos decir que la era industrial terminó, a la que se asocia la idea tradicional de democracia, y que estamos en otra, la massmediática, cuyas imposiciones, obviamente, están desgarrando a la democracia misma. El insurgir de la defensa de los derechos humanos ha servido para limitar los brotes totalitarios que se muestran como un mal síntoma, pero la crisis del Estado social ha puesto en evidencia una economía injusta que ha pasado a ser una fábrica de pobres en los países dependientes.

A los pensadores de lo político los leemos unos pocos, unos pocos estamos alertas sobre los males que se ciernen sobre la democracia, algunos pueden escribir en los periódicos sobre estos temas, otros no, pero ciertamente el pensamiento de la filosofía política no ha influido en nada en el comportamiento simiesco de los políticos y de todo lo que de ellos depende. Podemos reconocer que el pensamiento es lento, pero también que no tiene el poder de los massmedias que convierte todo en instantáneo, en intrascendente, en banal, incluyendo lo principal, la forma de gobierno. Sobre todo no se parecen a las ideologías que equivalían a piedras inmodificables o sistemas cerrados, más bien se parecen a una creciente incultura que se ha apoderado de las sociedades, en gran parte por el efecto de la pantalla embrutecedora.

La escasa influencia del pensamiento sobre la democracia en la democracia misma se debe a la crisis de todo pensamiento trascendente en un mundo de bodrios, de insubstancialidad y a que diagnostica de modo diferente a como se construyeron las ideologías derruidas. No se trata de un plano que se proclame poseedor de la verdad ni pretenda proclamar la solución de los problemas del hombre. Se trata de un conjunto de diagnósticos y de advertencias. Que los políticos no oyen advertencias está claro en Venezuela desde cuando aparentemente se entendió que era necesario reformar el Estado y se creó la COPRE, para luego desoír todas y cada una de las recomendaciones de allí emanadas. Las clases medias, actores claves en toda acción política, sólo se movilizan cuando creen amenazados sus derechos, son clases bobaliconas y anárquicas que convierten una asamblea de vecinos en una especie de reunión de condominio de su edificio. Son las clases medias el ejemplo de inacción funcional inducida por la pantalla-ojo o el instrumento manipulable para los intereses particulares disfrazados de colectivos.

Cuando la política desaparece viene la policía
(16 julio 2006)

En alguna ocasión Lacan implementó la palabra-concepto “yocracia”. Podríamos decir etimológicamente que es el gobierno de sí mismo. Uno ilusorio, claro está, dado que el hombre contemporáneo no se gobierna a sí mismo y está perdiendo aceleradamente la capacidad de gobernarse en sociedad. La “yocracia”, pensamos nosotros, es el producto de la sociedad del bienestar. El goce es el nuevo alimento posible y en él el hombre se solaza. El bienestar conduce al rompimiento del lazo social. Por lo demás, ese goce se homogeneiza, se hacen universales las maneras. La “yocracia”, paradójicamente, está inserta en una homogénea subjetividad absoluta prefabricada e impuesta. De manera que podemos traducir “yocracia” como individualismo autista.
La democracia implica el interés por lo colectivo y es, en el fondo, incompatible con el egoísmo. Si el interés colectivo, en esta forma de gobierno, está por encima del interés particular, podemos comenzar a entender porqué la democracia presenta resquebrajaduras. La “realidad real” de lo social ha sido sustituida por la “realidad fantasmagórica” de la imagen. El mundo del hombre que se satisface, el “yócrata”, está representado por la imagen, mientras cada vez más gruesas masas empobrecidas no tienen expresión política. Para seguir utilizando, seguramente de manera distinta al original, palabras lacanianas, la gran masa de la población está “forcluida”.
El hombre dominado por el afán de bienestar carece de significado. Ha ido largando el sentido de lo eterno. Se ha convertido en un “dividuo”. La cultura y el pensamiento son estorbos que impiden el acceso al bienestar. De esta manera la organización política sufre las consecuencias. Se hace indispensable la sepultura de la política. Sin política el cuerpo social no puede funcionar. Queda abierto el camino hacia la aparición de las nuevas formas de totalitarismo.
Quizás Nelson Mandela haya sido el último de los héroes. Pertenece a un lejano siglo XX que no reproducirá en el XXI las manifestaciones de heroísmo, sino las consecuencias totalitarias. El “yócrata” es el antihéroe. El político no tiene ya ninguna similitud con el héroe, es, más bien, una especie en vías de extinción. Surge, entonces, la antipolítica a llenar el vacío. El dedo acusador contra la degeneración de los partidos y de la democracia se alza como el nuevo héroe. Es el hombre fuerte, el aspirante a la nueva forma dictatorial del siglo XXI que ya no llena estadios con prisioneros sino que utiliza el arma fundamental del viejo sistema: el poder massmediático. El eros que ha sido derrotado, abandonado y lanzado a la cesta del olvido por la “yocracia” es sustituido por el “amor” que el dictador emergente ofrece: “amor al pueblo”, “amor a las pobres”, “amor a los desposeídos”, “amor a los débiles” y lo que quizás sea peor, “amor a la patria”, pues ello implica el resurgimiento de una enfermedad del siglo XX: el nacionalismo.
No hay duda del resquebrajamiento del lazo social impulsado por la “yocracia”, como no hay duda de la mediocridad de nuestro tiempo. El mundo se ha hecho estéril y con él la forma ideal de organización política, la democracia, sólo que tal declive parece no angustiar al común, sólo a una minoría alerta. Es que en este mundo mediatizado sólo se está disponible para la trama comunicacional y la democracia ha pasado a ser parte de ella. La cohesión viene ahora desde allí, no de las instituciones políticas que pasaron a ser enredadoras de la libre velocidad con que el mercado y la comunicación deben desarrollarse. La política está obligada a desdibujarse, no puede haber instituciones de ella derivadas que se mantengan pues automáticamente se convertirían en escollos. Esta es la era de la velocidad impuesta por lo técnico-mediático y las viejas ideas que inspiraron a la democracia no son compatibles con la velocidad.
Démonos cuenta de que estamos perdiendo la memoria. El totalitarismo de nuevo cuño lo primero que intenta es desterrarla, signándola como dañina. Sin memoria la política carece de sentido. Los políticos se han hecho la rutina, los administradores del aburrimiento, se han hecho innecesarios. Las nuevas formas de organización social no los necesitan.
Lo que vemos en el mundo actual nos indica la crisis del Estado-nación, pero también el de nación. La complejidad social (recuérdese el grado extremo de pobreza de alrededor del 80 por ciento de nuestras poblaciones) ha acabado con el lema de “identidad nacional” como elemento de cohesión y pertenencia; en este sentido se pone en duda que tal complejidad pueda reducirse a una sola voluntad colectiva. La segunda es que el viejo asunto de la mayoría decidiendo en democracia con el acatamiento de la minoría ha pasado a ser una entelequia y, en consecuencia, la idea misma de representatividad válida se diluye. En otras palabras, no hay nadie que represente lo que podríamos denominar “intereses generales”. Eso hace saltar por los aires infinidad de conceptos sobre los cuales se ha basado la democracia. Más claro aún: se está tornando imposible definir una “identidad social”. Antes pertenecer a un partido, por ejemplo, nos dotaba de una identidad. Ahora no, y cada uno construye su propia “yocracia”. Vivimos en lo que Lipovetsky llamó “la era del vacío”.
Para Gauchet estaríamos entrando en lo colectivo sin colectivo, esto es vamos hacia una democracia contra sí misma y lo explica arguyendo que antes se conjugaban en la ciudadanía lo general y lo particular, o lo que es lo mismo, cada uno asumía el punto de vista del común desde su propio punto de vista. En lo que ahora tenemos prevalece la disyunción: cada uno hace valer su particularidad. La despolitización se alimenta con la actitud, por parte de la sociedad, de no querer hablar de política y con lo que él llama ejercicio profesional de la política basado en la “demagogia de la diversidad”.
Jacques Rancière se centra en la relación entre política y filosofía, una que se torna vital analizar en esta hora de rebrote totalitario. Rancière nos propone rescatar la política como “fenómeno pensable”, en su “operatividad como acontecimiento”. Es decir, liberarla del sentido centrado en una filosofía de la historia y de su carácter superestructural. Acontecimiento es lo que detiene la mera sucesión de los hechos y exige una interpretación, es lo que intuye el conflicto y da lugar al desacuerdo necesario; es evidente que sin desacuerdo no hay política pues integra la racionalidad misma de la interacción. Estigmatizar al desacuerdo es el acoso que vivimos las víctimas del nuevo totalitarismo. Rancière no vacila: cuando la política desaparece viene la policía.

El viejo muerto no puede resucitar
(25 julio 2006)

Frente a la crisis de la democracia han surgido infinidad de movimientos sociales de base. Se trata, aquí y allá, de un ensayo general de alternativas a la relación jerárquica. La solución, parecen decir, no dependerá más de la promesa de los políticos, sino que debe ser aquí y ahora. Sólo que, en la práctica, reaparece, en lugar de desaparecer, el Estado Providencia, como en el caso venezolano, con numerosas “misiones” que son reparto de dinero como parche tranquilizador; es decir, el Estado asume la manifestación “anárquica” de la base financiando un nuevo populismo.
El asunto de fondo es determinar como esta nueva forma de organización podrá servir a los tejidos democráticos. Debemos constatar que estos movimientos son minoritarios por esencia y son tan poco atractivos como los partidos tradicionales. Los teóricos comienzan a llamar “tribus” a estas formas que la muerte de los partidos ha ocasionado. Así los llaman, porque pareciera que los individuos que se asocian quieren, en el fondo, redimirse de la individualidad. Se trata de una especie de sociabilidad primaria. Estamos ante un caso de reingeniería social de alta complejidad que pasaría, necesariamente, por redefinir lo político de una manera muy distinta de cómo la modernidad la entendió, esto es, organización jerárquica (partidos, sindicatos, etc).
Por todas partes brotan invectivas contra la jerarquía y un insistente llamado a la acción de las “bases”, sin que eso implique voluntad alguna de reestructurar lo político. Esto parece indicar un vuelco hacia sí mismas, por parte de estas organizaciones sociales que se asoman como los sustitutos de los viejos partidos. Se trata de un planteamiento radical de sustitución de lo representativo y, en consecuencia, de uno que rompe las bases de la democracia como la hemos conocido.
El peligro del brote anárquico de organización y destinos propios es el de la aparición del líder totalitario, mientras sus ventajas están en la pérdida de dependencia de la “promesa” y, teóricamente, del estado dadivoso, pues hemos visto que insurge una nueva forma de populismo amoroso que dice comprender la nueva realidad y la usurpa. Aclaremos que entendemos por anarquía en este texto simplemente la organización que se produce sin órdenes superiores. Han caído los metarrelatos políticos de legitimación y los metarrelatos teóricos y el líder providencial se convierte en sustituto.
En la práctica se ven pocos esfuerzos por hacer un replanteo de las condiciones básicas de la nueva posible convivencia social. Los partidos siguen funcionando, si es que funcionan, como si aquí no hubiese pasado nada. En el documento final de la asamblea anual de Fedecámaras se puede encontrar un tibio intento de replantear la función gremial empresarial. El movimiento sindical carece de cualquier asomo innovador. Los intelectuales –los pocos que aún mantienen contacto público- se dedican a una especie de pelea callejera, mientras la mayoría guarda un silencio atronador. Entretanto algunas de las nuevas formas de organización se desgastan en tareas de ingeniería política mal concebidas. El régimen –como queda dicho- financia el nuevo populismo sobre la premisa exclusiva de su propia estabilidad y de combate futuro a cualquier disidencia peligrosa. Los que podríamos llamar contemporáneos siguen comportándose como microorganismos a la deriva, encontrando en la pequeña “tribu” la redención parcial a su individualismo. Es así, pues, como lo que podríamos llamar “instituciones tradicionales” de la “sociedad civil” quedan en evidencia, ya no son capaces de cumplir el rol de intermediación que alguna vez ejercieron.
Hay que partir de lo cotidiano para reencontrar lo social. Hay que innovar en las actitudes y comportamientos y en las bases teóricas que los sustentan. Hay que entender las posibilidades del nuevo tejido social para fijar objetivos compartidos que puedan convertirse en propósitos y objetivos de la lucha. He dicho y repetido que la democracia marchaba junto a la sociedad industrial y que esta terminó. Estamos en un nuevo tiempo y la democracia debe entenderlo. En cualquier caso toda oposición exitosa hacia este peligroso fenómeno dictatorial nacido del rompimiento de la jerarquía organizada-sustituida por la obediencia al líder único- y de la representatividad, vendrá de quienes lo hagan desde la óptica del cambio, del avance, y nunca de quienes quieran restituir el viejo orden muerto. O aprendemos las nuevas formas de los pactos sociales o nos quedaremos en un velorio interminable de un viejo orden que no resucitará.


La democracia, un entierro sin dolientes

(2 agosto 2006)

Las quejas se han hecho, incluso, estadísticas, amén de literatura de ficción. Los estudios demuestran que los latinoamericanos no confían en la democracia: la democracia no ha disminuido la pobreza, siguen los problemas básicos de salud, alimentación y educación, no se ha hecho justicia a fin de cuentas. Si mezclamos lo que dicen los europeos cultos y los pueblos hambrientos nos topamos de frente con una crítica que más parece una condena. Ya en alguna otra parte he dicho que la democracia es un sistema político formal que privilegia la libertad y que, en consecuencia, es apenas un punto de partida. Uno de los asuntos centrales quizás está en el rol de los políticos, estos es, los que ejercen la conducción de los asuntos públicos y el manejo de las finanzas comunes. Podemos encontrar, en cualquier parte, una actitud general de burla y desprecio hacia ellos. Como nunca la actividad política está desprestigiada: cada vez menos gente capaz se interesa en la política, aspira a un cargo público o emite opiniones. Los asuntos públicos huelen mal, la política es una pobretona actividad de tercera. Hay un deterioro global del interés por lo común. Es también una consecuencia del éxito descrito como la adquisición de dinero. Al fin y al cabo, lo que importa es ese éxito tal como nos ha sido impuesto.
La otra conclusión es la de una pobreza intelectual extrema. No hay ideas en el mundo de la política. Las teorías sociales se desvanecieron, lo que queda es la administración común y rutinaria. Los soñadores que veían la política como una vocación de servicio están creando nietos. Se puede preguntar cuántos se interesan realmente por el destino común. La experiencia venezolana indica que ese desapego es una de las causas por las cuales vivimos lo que vivimos. Los ciudadanos no son más que individuos exacerbados que no miden las posibilidades de afectación que tiene sobre su entorno egoísta la apatía hacia lo colectivo.
Es cierto que vivimos en un economicismo que derrumba cualquier otro parámetro. El dinero es el nuevo dios y el éxito el nuevo paraíso. La concentración de poder económico es una realidad hasta el punto de las transnacionales manejar presupuestos que superan en mucho los correspondientes a varios países tercermundistas sumados. La plutocracia se concentra en el dominio de las comunicaciones, en la propiedad sobre la información. Quien domina la información domina al mundo. Ya he nombrado al régimen italiano de Berlusconi como a una dictadura massmediática, tal como la describe, por ejemplo, Antonio Tabucchi. Con las realidades reales hay que tratar y no se puede negar que ese poder económico es poder político. He descrito a los políticos como intermediarios entre la gente y la mercancía. Aquí y allá se hacen babosas que mueren por tener delante una cámara de televisión. Y dicen lo que se espera de ellos.
La crisis política es un aspecto o una faceta simple de una crisis más profunda. Lo que está en crisis es el hombre mismo y, por ende, su forma de organizarse políticamente. La democracia resiste y lo hace, para paradoja de los manifestantes antiglobalización, en pasos como los de la unidad europea, aunque en el interior de esos países los ciudadanos no se distingan en mucho de los demás, en cuanto a aburrimiento, a cansancio, a automatismo. De resto, el poder de decisión, la real posibilidad de elegir o de cambiar la dirección de un país, siguen sujetos a la imaginación desarrollada en el campo de la política. La democracia, como todo, es un labrantío donde la capacidad inventiva debe estar siempre presente, sobre todo si partimos de la conclusión clara de que el mundo no puede ser perfecto (la muerte de la utopía) y que el camino está en su búsqueda permanente.
No obstante, hay y habrá sobresaltos. La crisis va a conducir a brotes totalitarios en diversas partes. Si no se regenera el tejido político el totalitarismo será de signo económico, menos en un país como el mío donde la revolución se tiñe de regreso a procesos genéticos decimonónicos. Esa especie que alguna vez fue llamada “intelectuales” está en desuso o vía de extinción. No hay tiempo para pensar ni es productivo hacerlo. O quizás sea más fiera la conclusión: a muy poca gente le interesa devanarse los sesos en las formas posibles de organización social. Una de las conclusiones es que necesitamos más que nunca de la democracia, en estos tiempos en que no se consigue una idea y gobernar se ha convertido en una tarea para mediocres.

De quienes inventaron la democracia y la tragedia
(21 agosto 2006)

La democracia es un invento de Atenas, al igual que la tragedia. Si vemos bien Grecia era trágica más allá de los hermosos textos literarios que crearon la palabra tragedia. Aún así, no es por ello que podemos definir a la democracia como trágica. Lo es porque la hemos defendido por oposición a totalitarismo. Una es la libertad, lo otro su cercenamiento. Una es el libre albedrío, lo otro la imposición. Así, hemos querido la democracia porque no queremos la dictadura.
Robert Legros ha formulado una pequeña pero significativa ecuación que parte de un recordatorio casi perogrullesco pero vital. En la antigüedad no se era necesariamente ciudadano, la ciudadanía podía ser un premio, una dádiva o una recompensa. Hoy en día no, hoy se nace ciudadano simplemente por pertenecer al género humano. Ciudadanía y humanidad van juntas. De allí Alain Finkielkraut ha extraído una clara conclusión: la soberanía no radica en el pueblo. De esta manera, si se tiene conocimiento de la más moderna filosofía política, no es propio hablar de “pueblo soberano”. La soberanía radica en el hombre, es decir, en el ciudadano que tiene esa condición precisamente por humano. De esta manera, si la mayoría viola los derechos de un ciudadano estaría cometiendo un crimen y ser mayoría no la dota de impunidad. En otras palabras, ese concepto viejo de dotar al pueblo de soberanía es lo que ha abierto las puertas de las dictaduras. Ahora bien, ¿quién ejerce la soberanía? La ejerce el pueblo en nombre de la humanidad. Es bueno recordar que las tiranías de la mayoría pueden ser más crueles que las de un tirano en solitario, aunque, en verdad, no existe ninguno que no haya dicho que ejerce el poder en nombre de una inmensa mayoría que lo respalda, desde Stalin hasta Milosevic o Fujimori. La democracia trágica lo permite, la democracia es una constante duda, mientras las tiranías no tienen ninguna. Como lo asegura Finkielkraut “no se puede conferir al pueblo el poder de hacer cualquier cosa”. Si la mayoría se suma en una dirección incompatible con la esencia democrática la democracia ha consumado su tragedia. La “soberanía popular” pasa a ser un slogan ideológico sacrificado y sin valor. En otras palabras, la voluntad popular bien puede no ser democrática. Eso sucede, según la filósofa Hannah Arend, porque los pueblos a veces se convierten en chusma y lo hacen por una simple razón, la muerte de la cultura. Veamos bien que no hay régimen sospechoso que ame la cultura, aunque se llene la boca con ella.
La democracia es trágica porque tiene elecciones y la verdadera pregunta que se formula cada vez que se convoca al pueblo a las urnas es si quiere seguir viviendo en democracia. Los déspotas convocan plebiscitos amañados para preguntar si se quiere seguir bajo su control. En la democracia, el “pueblo soberano” bien puede decidir que quiere vivir en dictadura, por diversas y variadas razones, porque en la democracia no ha encontrado seguridad, ni eficacia ni resolución del conflicto.
Si recordamos un poco las bases de este sistema trágico, podremos ver que democracia es una administración de los intereses encontrados. La democracia es mediación y cuando no se media, cuando no se respetan las reglas que permiten la sana administración de las contradicciones, pues comiéncese a llamar a ese régimen como sea, pero no democrático. De esta manera, en sentido estricto, no puede haber una “revolución democrática”, lo que no pasa de ser otra frase populista, puesto que se trata de una democracia o de una revolución, términos antitéticos. Uno puede leer a todos los grandes pensadores sobre el tema, desde Tocqueville hasta el contemporáneo Finkielkraut y no otra conclusión puede sacar de las ciencias políticas.
Mucho se ha escrito sobre la decepción de la democracia que sufren los pueblos por su supuesta incapacidad por resolver los problemas, en esta parte nuestra del mundo los eternos, la pobreza, la falta de educación o la inseguridad. Algunos sostienen que es necesario reinventar la democracia y llenarla de adjetivos, mientras otros piensan que se le está pidiendo a la democracia lo que no es de su esencia o competencia. En otras palabras, la democracia es simplemente un sistema político formal, es decir, uno donde se vive en libertad, donde la soberanía la ejerce el pueblo en nombre de la humanidad, donde el poder está dividido y existen mecanismos de control para evitar los excesos. La eficacia o ineficacia no pueden, así, atribuirse a un sistema político específico. Deben atribuirse a aquellos que el pueblo ha elegido para administrar. Otra cosa es el perfeccionamiento de la libertad y libre expresión que es núcleo de la democracia. Puede controlarse el abuso de las partidocracias, establecer reglas claras para el financiamiento electoral, establecer normas de elección ajenas a las manipulaciones de todo tipo, en suma, perfeccionar los mecanismos en que la democracia se ejerce. La democracia sería, desde este punto de vista, ajena a la ineficacia de quienes la encarnan desde el poder. Quienes la encarnan son elegidos por el pueblo. Al contrario de alguna expresión infeliz, los pueblos tienen una aguda tendencia a equivocarse y también, por supuesto, son manipulados, pero las manipulaciones (léase abuso de los medios de comunicación, populismo, complacencias verbales) también pueden ser controlados. La esencia de la democracia es la contradicción y su debilidad más peligrosa es la falta de cultura. Digamos que democracia y dictadura no compiten en términos de eficacia, una no es más eficaz que la otra. La democracia es libertad y el totalitarismo es opresión. La democracia se llena de contenido, de respuestas, de logros, dependiendo de quienes la ejercen. De esta manera, el asunto de la cultura reaparece en toda su magnitud.
Valoremos, es necesario aceptarlo, a la democracia sin el referente alternativo de la dictadura. La democracia es trágica porque puede ser intentada por pueblos sin cultura. La tesis de que esos pueblos no deben tenerla nos conduce al “cesarismo democrático” o a algunos modernos pensadores que sostienen que hay que privar y matar porque lo fundamental es el crecimiento económico y la eliminación de la pobreza. Es preferible vivir la tragedia propia de la democracia aún corriendo el riesgo de que la mayoría se haga antidemocrática. El papel de los intelectuales es fundamental. Deben perseverar en la defensa del único clima posible a la creación, el de la libertad, señalando constantemente toda desviación. Siempre habrá algunos que se pasen al bando contrario. Constantemente traigo a colación como algunas de las más brillantes cabezas europeas entre el final del siglo XIX y comienzos del XX combatieron las monarquías corruptas y pedían la república para luego decepcionarse de la república y dirigir todas sus invectivas contra las mayorías, dando, así, desarrollo al germen fascista. Este último también se engendra, pues, en la democracia trágica. Retroceder a la aristocracia del pensamiento no es la salida.
Debemos, a estas alturas, aprender la lección: la democracia es riesgo. En su búsqueda de las formas de gobierno el hombre sigue razonando. Si bien murieron las ideologías, no lo ha hecho la ciencia política. La soberanía radica en el hombre y el pueblo la ejerce en su nombre. La democracia es administración de las contradicciones, otra cosa es tiranía. Los intelectuales debemos aprender que una cosa es el ejercicio del poder y otra la reflexión sobre los valores esenciales de la humanidad, la libertad incluida. La revolución cultural es, pues, obra de quienes pensamos, no de los gobiernos, porque cuando un gobierno proclama una “revolución cultural” lo que quiere es destruir las referencias. Cuando las referencias se pierden los “pueblos soberanos” aletargados aman la paz de sepulcro de las dictaduras.

La estructura y el funcionamiento del poder
(5 agosto 2006)

El desarrollo del concepto de alienación echó en el olvido al de fetichismo. Ambos han sufrido períodos de esplendor y de olvido, remodelaciones y cambios. Marx está en el origen de ambos, sólo que la interpretación de “fetichismo de la mercancía” se fue reduciendo a una falsa valoración de las cosas lo que le daba una implicación ideológica, cuando hoy en día la sociedad del espectáculo ha convertido a esa mercancía en la creadora del mundo que habitamos.
Es evidente que ambos conceptos se entrelazan. El objeto es un fetiche (hoy el símbolo a citar sería el teléfono celular) y estamos alienados en el sentido de que nuestra creación escapó de nosotros y nos domina. Hoy decimos en relación a ambos conceptos que se han modificado sustancialmente los medios de dominación. Es evidente que insistimos en lo tecno-mediático porque vivimos en la civilización de la imagen, pero ella tiene relación directa con la mercancía “fuera de sí”. Este “rebaño normalizado” lo es ahora por vías distintas, las cuales han sido afinadas en su efectividad por la tecnología.
La precisión del cambio la definió Gilles Deleuze como el paso de una sociedad disciplinal a una sociedad de control. En la primera existen instituciones que funcionan como la columna vertebral y definen el especio social, esto es, la llamada sociedad civil (otro concepto en riesgo) define al cuerpo social todo. Si a ver vamos la casi totalidad de las instituciones que sirven de estructura a esa sociedad civil están derruidas trayendo como consecuencia lo que este pensador llama “vacío social”. La llamada sociedad civil, en algunos casos, sigue conservando las instituciones y características que alguna vez la definieron, pero estas han sido anegadas por las nuevas formas de control hasta llegar a una de las condiciones esenciales de este, la hipersegmentación de la sociedad. Aquí, y en todas partes, deberíamos comenzar a hablar más bien de una sociedad poscivil.
Está claro que para la existencia de una democracia la sociedad civil resulta indispensable. Es ella el campo donde lógicamente se producen las mediaciones esenciales al espíritu democrático. Fue Hegel el mayor estudioso de este tema, aunque, claro está, el concepto nació para oponerlo al de sociedad natural. Lo civil en los pensadores anteriores implicaba la organización social, con el Derecho incluido como gran ordenador, mientras Hegel parece referirse más bien a “sociedad burguesa”.
Bien podría argumentarse que la sociedad civil se ha convertido en un simulacro de lo social. La democracia, por ejemplo, parece alejarse de su marco de drenaje y composición, para elevarse por encima de las fuerzas conflictivas que se mueven en su seno. El poder que amenaza con surgir en el siglo XXI trabaja –ya lo hemos dicho hasta la saciedad- con la velocidad y con la imagen, más con la velocidad de la imagen. Su alzamiento por encima de una sociedad civil débil le permite recuperar el sueño del dominio total, de la modelación de los “contemporáneos” (antes ciudadanos) a su leal saber y entender. Así, el poder de la dominación se hace total. En el campo del sistema político la democracia comienza a ser mirada como un impedimento, como un estorbo.
Ya no estamos, pues, y a veces mucha gente no se da cuenta, en una sociedad industrial. En consecuencia las formas de poder son otras. Las que corresponden a una sociedad panóptica* si aceptamos el término, o, simplemente a una sociedad de control. En consecuencia, las viejas formas (sindicatos, partidos políticos, asociaciones empresariales y todas aquellas “instituciones” de la sociedad civil) se derrumban, al igual que los sistemas de valores tradicionales, la familia, los sistemas de poder (la democracia en peligro). No se trata, como repite tanta gente en mi país, de que los partidos se regeneren o se hagan diferentes. Lo que pasa es que la forma de expresión política de este tiempo ya no pasa por ellos. Hay nuevas formas de poder y también nuevas formas de política, sólo que la tendencia es a la eliminación de esta última, es decir, a un neo-totalitarismo. Si vemos, por ejemplo, la inutilidad de los sindicatos y la impotencia absoluta de los partidos para unir en torno a ideologías, debemos admitir que la nueva estructura política pasará por un entramado de redes de acción y presión política. Lo que hay que entender es que la política dejó de ser un espacio de acción individual o uni-organizativo para convertirse en una gran red de redes de transmisión de información, creación de coaliciones y alianzas y en articulación de presión política.
En su postdata sobre “Las sociedades de control”, Gilles Deleuze nos recuerda el proceso, con Foucault, de las sociedades disciplinarias de los siglos XVIII y XIX, en plenitud en los principios del siglo XX, donde el hombre pasa de espacio cerrado a espacio cerrado, esto es, la familia, la escuela, el cuartel, la fábrica y, eventualmente, la prisión, que sería el perfecto modelo analógico. Este modelo sería breve, apenas sustitutivo de las llamadas sociedades de soberanía, donde más se organiza la muerte que la vida. Deleuze considera el fin de la II Guerra Mundial como el punto de precipitación de las nuevas fuerzas y el inicio de la crisis de lo que llamamos sociedad civil. Entran en crisis la familia, la escuela, el hospital, el ejército, la prisión. En otras palabras, entran con fuerza las sociedades de control que sustituyen a las sociedades disciplinarias. Virilio habla así de control al aire libre por oposición a los viejos espacios cerrados. El gran diagnóstico sobre este proceso lo hace, qué duda cabe, Foucault, pero es a Deleuze a quien debemos recurrir para entender el cambio de los viejos moldes a lo que él denomina modulaciones. La modulación cambia constantemente, se adapta, se hace flexible. La clave está en que en las sociedades disciplinarias siempre se empezaba algo, mientras que en las de control nunca se termina nada, lo importante no es ni siquiera la masa, sino la cifra. Es decir, hemos dejado de ser individuos para convertirnos en “dividuos”. No hay duda de la mutación: estamos en la era de los servicios, la vieja forma capitalista de producción desapareció. He definido esta era como la de la velocidad, pues bien, el control es rápido, cambiante, continuo, ilimitado. Si algunos terroristas colocan collares explosivos a sus víctimas, la sociedad de control nos coloca un collar electrónico.
Y como siempre que diagnosticamos en este tema debemos regresar a Michael Foucault (“Microfísica del poder”, “Vigilar y castigar (Nacimiento de la prisión)”, “La arqueología del saber”, “Los anormales”, “Estrategias de poder”). Siempre ha existido algún tipo de vigilancia hacia los individuos o grupos sociales, pero una que pueda llamarse de “rango institucional centralizado” corresponde a este tiempo del nacimiento y progreso de las nuevas tecnologías. Así, la sociedad de control tiene mayor intensidad y sistematización en su vigilancia, alzándose esta última como sustituta de la coerción física. Esta pérdida de libertad es aceptada gustosamente. Foucault distingue así entre sociedad de espectáculo y sociedad de vigilancia, diferenciación que no encuentro correcta, pues como he dicho más arriba, el espectáculo es una forma vigilante. En cualquier caso podemos aceptar el término acuñado, el de sociedad panóptica, que no es otra que aquélla que reproduce la estructura y funcionamiento del poder. En otras palabras, se homogeniza el comportamiento. El preso no puede observar a quien lo observa, mientras que el panóptico no hace otra cosa, está fijo frente al carcelero, mirándole, aprendiendo de él, haciéndose él. Para decirlo con palabras propias de una dictadura, el que se sabe vigilado procura “comportarse bien”. La vigilancia se introyecta, se hace parte integral del “dividuo”. Nos hemos convertido en autómatas consumidores de imágenes. Y volvemos a lo que he llamado la plaga neo-totalitaria que puede avizorarse en el horizonte: ya no habrá dictaduras con estadios llenos, no hará falta, la sumisión estará en el interior del hombre, pues el “dividuo” no verá al poder, ni hará falta, y al no verlo le parecerá ausente, inaccesible, y eso hará del poder el amoroso dictador cuya eficacia está garantizada.

*Panóptico: Dicho de un edificio. Construido de modo que toda su parte interior se pueda ver desde un solo punto. DRAE),

La sombra de la imagen
(15 agosto 2006)

Hasta bien avanzado el siglo XX vivíamos en un mundo objetivo, es decir, se nos pedían argumentos como referentes de experiencia. Se aceptaba una disyunción entre el mundo humano y el mundo natural, la ciencia exigía demostración empírica, el mundo estaba lleno de objetos que corroboraban la objetividad del sujeto. La realidad era claramente precisable, pues tenía sustancia, lo real era autónomo, estaba allí como esencia. La diferenciación entre esta sustancia llamada realidad y las apariencias era clara y precisa. Esa realidad provenía de la historia, es decir, de una existencia. En pocas palabras, fuera de la historia no había nada a no ser especulación.
Ya he dicho en otra parte (Por El país del hombre-Primera lectura del nuevo milenio, Editorial Ala de cuervo, Caracas, 2002) que el ansia de saber se fue trasladando desde lo epistemológico hacia la hermenéutica, esto es, se volcó a la interpretación de los textos. Para decirlo de otra manera, el objetivismo cientifista fue echado en el saco del pasado.
Ya Nietzsche había descrito al mundo como apariencia. Desde ese mismo momento se había insertado la idea de que la realidad no era más que un conjunto de interpretaciones humanas. En otras palabras, la especulación estética se alza como la única manera de preservación del hombre, de evitar la muerte que lo acechaba y lo acecha, puesto que lo humano sólo es sustentable en el arte y el único superviviente posible es el hombre-cultura.
La “realidad” de lo “real” es hoy cosa muy distinta. Estamos inmersos en el afán de la desaparición y, por ende, lo que hemos hasta ahora denominado significaciones retrocede a un segundo plano. Esta situación es perfectamente definida por Baudrillard como “teoría de la simulación” o “patafísica de la otredad”
Junto a Foucault, a pesar de las diferencias entre ambos, queda claro que entramos en una situación definible como alteridad radical producto directo de la desaparición. El otro comienza a convertirse en nada. El mundo que comienza a emerger conlleva a lo que es hoy patente, tal como también lo he dicho en otra parte (ibid), a un total desencuentro, donde lo importante es que el otro está lejos, la incomunicabilidad se torna total y la sola presencia es la de la pantalla. Si la realidad era un conjunto de interpretaciones humanas ahora se impregna de extrañeza y esas interpretaciones se ahogan en su propia impotencia. La “realidad” ha girado sobre sí misma, queda consumado el vértigo, y ha desaparecido.
La desaparición de la realidad tiene que ver con la muerte del hombre, claro está, forma parte integral del drama, pero no son la misma cosa. La desaparición no tiene que ver con muerte, ni siquiera con una detención de la vida que, al fin y al cabo, no es más que repetición. A lo que ahora asistimos es al amoldamiento de lo real a la forma. Estamos dándole la vuelta a la bolsa, esto es, el mundo se ha desrealizado, la ausencia es la norma, la única hipótesis del hombre pasa a ser la forma. Ya estamos ausentes. La comunicación humana se reduce a buscar lo que el otro no es.
La civilización de los massmedia es en sí misma una representación. La noticia murió para dejar paso al show, a la apariencia. Al ver en directo el suceso todo se convierte en representación, en una momentánea y efímera, que se marcha apenas mostrada. Un viejo texto criticado y olvidado, “La sociedad del espectáculo” de Guy Debord, nos dice que frente a la pantalla contemplamos la vida de las mercancías en lugar de vivir en primera persona.
Esta ha sido definida como la civilización del espectáculo y, sin lugar a dudas, lo es. Quizás el inicio de una explicación del porqué esté en la primacía de las mercancías en una sociedad que las produce pero sobre la cual se devuelven a devorarla. Es obvio que esta también llamada civilización de la imagen conduzca a la muerte de la realidad. La imagen se ha aposentado sobre la realidad, la ha asesinado, tal vez porque como decía Feurbarch “nuestro mundo prefiere la copia al original”.
Ahora bien, es necesario precisar que el espectáculo es una formación histórico-social. El proceso ha pasado por un alejamiento del espectáculo de la realidad y por la eliminación de todo espacio de conciencia crítica y de toda posibilidad de desmitificación. El espectáculo se convirtió en sí mismo y se hizo imagen. Entramos, así, en la era de lo virtual. El simulacro es la nueva “realidad”, una sin sustancia. La realidad encontró el método para la evaporación en los medios de comunicación, en la tecnología, en los microchips. Cuando vemos la transmisión en directo de un suceso cualquiera a lo que estamos asistiendo es al paso de un meteorito errático en un espacio vacío. Por supuesto que todo va acompañado de otra desaparición, la del pensamiento. De allí la crisis de la literatura, para decirlo. Ello porque la civilización de la imagen nos sobresatura, acumula sobre nosotros tal cantidad que no acumula nada, esto es, la acumulación se autodevora como un disco duro de computadora infectado por un virus. La respuesta es el vacío y la desaparición del pensamiento. El resultado: el hombre mismo se convierte en imagen, por no decir en una sombra.

La búsqueda del modus vivendi global
(27 agosto 2006)

Allí, en la Academia, fuera de los límites de Atenas, comenzó un proceso matemático llamado globalización. La advertencia sobre la necesaria condición de geómetra para entrar implicaba una conexión con la ontología que hacía de filósofos y cosmólogos hacedores de un globo, el del cielo. Cuando los marineros europeos, alrededor de 1500, abandonaron la tierra para hacer del mar la nueva vía y junto a ellos los geógrafos comenzaron a trazar los mapas de los descubrimientos se inició la globalización terrestre. Había un interés económico, se usufructuaban las riquezas del nuevo mundo en beneficio de los monarcas europeos que habían hecho una inversión en procura de un retorno a sus inversiones. Desde entonces dinero y globo terráqueo van juntos. Hoy asistimos a un factum político-económico-cultural iniciado con el fin de la Segunda Guerra Mundial. Tenemos, así, un tránsito que va desde la mera especulación meditativa hasta la praxis de registro de un globo. Así, el mundo se des-aleja, se eliminan las distancias ocultantes, se convierte en una red de circulación y de rutinas telecomunicativas. La técnica ha implantado en los grandes centros de poder y consumo la eliminación de la lejanía. Quienes se oponen genéricamente a la “globalización” son unos extravagantes. Está aquí de hecho, tiene un ritmo indetenible, la preside el dinero porque este es la nueva barca capaz de girar el planeta y regresar. No es, por supuesto, un mero proceso económico, pero sí un hecho consumado, uno donde consumación sustituye a legitimación, uno que se hace insustituible a la hora de analizar la era presente de la humanidad. Como bien lo dice Peter Sloterdijk “ahora somos una comunidad de problemas”. Ya hemos apuntado que con el acontecimiento globalizador se deshacen las concepciones políticas, se afectan las autounidades nacionales, cambian los actores tradicionales que pierden competencias, el multiculturalismo irrumpe, sobre Europa se produce el “regreso” por la entrada de grandes masas de población a un estado de movilidad, lo que a su vez afecta el concepto de sociedad de masas y, claro está, viene la protesta de los antiglobalizadores que lleva a Roland Robertson (Globalization. Social Theory and Global Cultura) a definir el acontecimiento de la globalización como “un proceso acompañado de protesta” (a basically contested process), lo que hace que Sloterdijk señale que la protesta contra la globalización es también la globalización misma, pues no es otra cosa que la reacción de los organismos localizados frente a las infecciones del formato superior del mundo.
Hay que recordar que estamos asistiendo a una interpenetración de civilizaciones, lo que hace también superfluo otro debate: el supuesto enfrentamiento entre homogenización y heterogeneización, para entrar a analizar como estas dos tendencias se implican mutuamente. Robertson recuerda como hay una discusión global sobre lo local, la comunidad y el hogar lo que le lleva a pensar en la cultura global como una interconexión de culturas locales. Aún no sabemos con precisión cuales serán las consecuencias culturales de este acontecimiento llamado globalización, pero podría asomarse que encontraremos una hibridación. Si lo vemos desde este ángulo, podríamos decir que estamos ante muy llamativo proceso de mestizaje. Llamémoslo, de una vez por todas, multiculturalismo, lo que implica respeto hacia una “fertilización cruzada”. Si se plantea un desarrollo incontaminado de las culturas estaríamos cayendo en formas de racismo o de nacionalismo excluyente.
Ahora bien, debemos abordar el problema desde un ángulo estrictamente económico que, repetimos, es apenas uno entre los varios aspectos del acontecimiento globalización. Aquí entran al juego privatización, anulación de controles, eliminación del déficit, inflación, etc. Políticas económicas, en suma, marcadas efectivamente por una concepción neoliberal. Ello, por la presión de las poderosas transnacionales y por la conformación misma de instituciones como el Banco Mundial y el Fondo Monetario Internacional, pero, también, es necesario decirlo, por la permeabilidad de gobernantes ahogados incapaces o impotentes para resistir. Identificar este proceso de manera excluyente con globalización es lo que ha hecho daño a la palabra que describe el proceso en que estamos inmersos. Se suma el elemento político: la acusación de ineficacia contra la democracia, lo que conlleva a peligros que ya hemos analizado prolijamente en otra parte. Para mí el problema es el renacimiento de una vieja enfermedad llamada economicismo, renacida con tal potencia que ha doblegado la política a su servicio.
Si uno lee a los pensadores actuales encuentra cada vez más la palabra ecumenismo, antiguamente usada para indicar la restauración de la unidad entre todas las iglesias cristianas, pero si vamos a su origen griego podemos detectar que más bien se refiere al espacio apto para la vida humana. Ecúmeno, con todas las implicaciones de respeto, amplitud y garantías que implica, debe ser el nuevo espacio humano. Ya no podemos hablar de culturas como segmentos colocados unos al lado de los otros. Ahora constituyen un tejido, como una red de Internet. Debemos enfocarnos en el nacimiento de un nuevo pluralismo: variedad y experimentación cultural, tolerancia y desarrollo, la consideración de la heterogeneidad cultural como recurso para el futuro social, fomento del dinamismo transformador de la cultura. El aislamiento en “enclaves del olvido” no conduce a ninguna parte. Si a ver bien vamos el objetivo del desarrollo es la cultura, como condición indispensable al desarrollo es la cultura, culebra que se muerde la cola. Sabemos perfectamente que de la pobreza podemos salir. Por lo demás, veamos esta aparente paradoja: sin multiplicidad el capitalismo no puede sobrevivir, pues perdería la capacidad de innovar y, con ella, la de competir.
Algunos recurren a las cifras para demostrar como la globalización es, en grado menor, y proporcionalmente hablando, no tanto un asunto económico. Se menciona que lo que ha sucedido es simplemente que las tecnologías de la comunicación han aumentado la velocidad en la circulación y, consecuentemente, aumentos en las ganancias debido a la mayor rotación del capital.
Ciertamente ya nos estamos des-cobijando de la vieja “patria”. Es lo que Sloterdjik (Esferas) llama el tambaleo de “la construcción inmunológica de la identidad político-étnica” y el juego de las dos posiciones, la de un sí-mismo sin espacio y la de un espacio sin sí-mismo y la búsqueda de un modus vivendi entre los dos polos que implicará, seguramente, la creación de “comunidades imaginarias” sin lo nacional y la participación, también imaginaria, en otras culturas. El hombre puede tornar a “envolverse” en protección en la era globalizada, lejos del feroz individualismo que en el tiempo presente parece ser la única caparazón que le resulta reconfortante. Especial cuidado hay que poner en los efectos políticos, puesto que ya el colectivo no representa nada para el individualista. Hay que crear nuevas formas de tejido social-político que impidan a un hombre que ha hecho de su piel el nuevo resguardo un agente potencial del totalitarismo o un desconcertado.

El reino de la incertidumbre
(30 agosto 2006)

Estamos asistiendo a la miopía de las ideas en este reino de la incertidumbre. El ser optimista y agitado ha dejado paso a un escéptico sin norma. Ya no se le pregunta a nadie o, dicho de otra forma, la pregunta es formulada a nadie. El signo del presente y del porvenir es la indiferencia. Cada quien está encerrado en lo poco que tiene, llámese afecto familiar o bienes o pequeño mundo donde se solaza con la conversación banal con otros igualmente indiferentes. Alberto Moravia escribió una primorosa novela con este título, Los indiferentes, lo que, en alguna ocasión, me hizo llamarlo “el maestro narrador de la alienación”.
Hay indicios del desorden. Los sistemas políticos están cuajados de incertidumbres con un alejamiento casi asqueado de las grandes masas. No sabemos como vamos a gobernarnos en el futuro. Todo parece inclinarse hacia una dualidad, desde la economía hasta la política, en medio de ruptura de viejas creencias. Si muchas de estas consideraciones podemos pergeñar en el terreno del denominado “interés público”, es en el terreno personal del hombre donde los sin sentido predominan. El día a día parece ser el esbozo de norma, lo que podría hacer reflexionar a alguien sobre algunas viejas enseñanzas orientales, pero con la cuales no hay ninguna relación. Lo que resta de los códigos de las relaciones interpersonales son el desencanto y la fragilidad. Como no se cree en nada, menos en lo colectivo y en los políticos, sumada la exigencia consumista, resurge una vieja enfermedad asociada desde siempre a los mecanismos capitalistas: el individualismo exacerbado. Todo lo que escribieron pensadores del humanismo cristiano como Chardin o Mounier sobre el concepto de persona ha sido devorado por una realidad que ha superado con creces aquélla que los inspiró. Hoy, persona es quien detenta poder. La imposibilidad de la revolución social, sumada a una diferenciación entre dos estratos poblacionales cada vez más lejanos en cultura y economía, lleva a la aparición del hampa como la conocemos hoy. El hampa, creo, es la más patética manifestación de la imposibilidad revolucionaria y una forma sustitutiva de búsqueda de la igualdad social. El economicismo, la vieja enfermedad de conceder a la economía el privilegio absoluto sobre nuestras vidas, ha reaparecido como pandemia sepultando las interrogantes esenciales del hombre sobre el Ser y produciendo la “cultura” uniforme que se nos lanza sobre el cuello como tenaza asfixiándonos en el rechazo de todo pensamiento trascendente.
Estamos asistiendo a la segunda gran explosión de individualismo. Algunos pretenden ver en la multiplicidad de la oferta el reino de la libertad y hasta llegan a pensar que esta supuesta capacidad de escoger es la mejor muestra de la humanización de los controles. El acceso posible a todo es una concesión ilusoria, puesto que lo opuesto a ilusorio es lo concreto, siendo así la libertad el trato concreto con posibilidades concretas. Gabriel Zaid lo describe con exactitud: “Lo concreto se vuelve mera posibilidad; lo cercano distante; lo personal, impersonal; los nombres, abstracciones del anonimato o la celebridad; la convivencia, relaciones públicas. Se trata de transformar la necesidad en libertad”.
Para proclamar la muerte de la angustia, como lo hace Gilles Lipovetsky, realmente hay que recurrir a la afirmación de que estamos caracterizando, tomando como guía, un total abandono del saber. Mientras menos sabemos, menos nos angustiamos, ecuación simple y patética. Mientras más grande es la indiferencia más fuerte es el rechazo del conocimiento. La marcación individualista que estamos viviendo, conduce, paradójicamente, a la muerte del Yo. Ya lo he dicho: no pueden existir revoluciones cuando la única revolución es la de un individualismo de signo diferente, pero mayor y más acendrado de aquél que sentimos en pleno apogeo capitalista del siglo XX. Cierto que no es el viejo concepto marxista de alienación lo que hay que “regresar”, pues ahora se agrega el elemento apatía y la exacerbación de la oferta, pero hay que retomarlo.
“Así es la vida hoy”, afirman algunos. Otros insistimos en preguntarnos si se puede llamar vida. Somos los que aún peligrosamente pensamos. Si vida y felicidad son ahora no arriesgarse, una nada que va desde la vida sentimental hasta la concepción del trabajo, debemos precisar que si libertad y felicidad equivalen a vacío, lo que se asomará en el horizonte será otra época totalitaria. Eso de mirar en la historia para no repetir los errores siempre me ha parecido un exabrupto. El hombre comete las mismas barbaridades no por falta de memoria sino por una acumulación de procesos y circunstancias. Asegurar que debemos tener una perspectiva histórica de nuestro tiempo me suena a madera podrida.
Ahora mismo algunos autores europeos retoman el tema de la utopía aclarando que lo hacen desde el aspecto lúdico. Pero, ¿qué fue siempre la utopía sino un sueño? La precisan divorciada del totalitarismo, pero la experiencia indica que en el siglo XX siempre desembocó en dictadura pues había que imponerla como panacea a quienes discrepaban. Como bien asoma Rüdiger Safranski el cuerpo espiritual necesita, al igual que el cuerpo físico, un sistema inmunológico.
No hay códigos, aunque, admitámoslo, no es la primera vez. En el fondo, como también lo plantea Safranski, el marxismo, como ideología de gestión se parece, en mucho al neoliberalismo. La verdad, fue dicho en su momento, es un consenso, un simple consenso generalmente aceptado o, como la definió Derrida, una “certeza provisoria”.

La organización del desamparo y la preparación de las hallacas
(8 julio 2006)

No recuerdo en que contexto exacto habló Hannah Arend de “desamparo organizado”, pero si se recuerda su obra en conjunto seguramente lo hizo ante el brote totalitario que caía sobre Europa y en el marco del desasosiego de su época.
El desamparo se organiza por necesidad ante una persecución, pero se organiza para minimizar el sufrimiento, para cubrir psicológicamente las penurias, para tener un rostro que mirar en la tragedia. Desamparo es no tener amparo, el desamparado es el que está separado o dislocado, desamparar es dejar sin amparo a alguien. Ese dislocado no tiene fuerza ni estrategia para enfrentar el mal que lo acecha. Se queja en su desamparo de no haber tomado previsiones, de haber sido descuidado en sus análisis, de haber escondido el rostro tras las cortinas pensando que el acechante no venía sobre él.
El desamparo en política es producto de la ausencia de cultura y de criterio. Otras veces de hipnotismo de masas, como en el caso de las grandes dictaduras totalitarias del siglo XX, pero aún en estas últimas hay razones de otra índole, como vengar afrentas contra la propia nacionalidad, descubrir un violento contraste entre la grandeza supuestamente merecida y un estado real de cosas donde prevalecen la humillación y el desprecio. Siempre hay razones para que los pueblos caigan en el desamparo. Son de signo negativo o de signo positivo, sólo que lo positivo es generalmente apariencia.
El desamparo produce espejismos, tiene un efecto parecido al del sol del desierto quemando arena y tostando cerebros. Por doquier se comienzan a ver palmeras y una fuente de agua cristalina. El desamparado es un zombi que se une a otros para levantar escapes y refugios, salidas artificiales, repeticiones constantes sobre la proximidad del oasis hasta que el desamparado se convence que el oasis está efectivamente delante.
Los desamparados se unen para auto complacerse en la visión falsa. Todos repiten el oasis está delante y así se apaciguan y entran en una especie de euforia que se convierte en protector y cuyos efectos opioides sedan y las conciencias entran en un mar de tranquilidad. Si el oasis no está delante, como efectivamente no estaba, se complacerán los pobres desamparados repitiendo que cumplieron con su deber, que buscaron el oasis, que agotaron sus energías en el empeño y, en consecuencia, ya no se les pida nada más, que cumplieron con su deber de buscar el oasis.
Si se les dice que el oasis jamás estuvo delante entrarán en aletargamiento, no responderán a las señales visibles de una caravana que se dirige por ruta segura hacia un sitio de aprovisionamiento. Alegarán que no se puede buscar el oasis, sin comprender que lo buscaron donde sólo había un espejismo.
Los pueblos desamparados se organizan para perder el tiempo, para gastar energías donde no deben, para ayudarse en su desamparo con mentirijillas. Sólo las direcciones fuertes los pueden sacar del trauma posparto fallido. A veces duran decenios escarbando la tierra con el arado de la resignación, sentimiento al que están muy proclives los pueblos que organizan el desamparo.
Los pueblos desamparados que meten la pata por sus autoengaños se distraen preparando sopa de coles en las cocinas destartaladas y recordándose de cuando podían echar un pedazo de carne en el hervido. Entonces deciden que no quieren oír hablar más de desamparo, como si borrándolo del léxico cotidiano lo conjuraran. Los verdaderos dirigentes, los que aparecen siempre después de los desastres, se sentirán impotentes para despertar a aquél pueblo comedor de coles, pero deberán insistir, aunque el pueblo se dedique a levantar falsos ídolos y a entrar en pecaminosas actividades. Si la voz es fuerte, decidida, sin titubeos y sin dobleces, los comedores de coles desamparados terminarán la pequeña juerga de su falta de cultura política y tal vez sea posible arrancarles un hálito para la marcha hacia el lugar de la seguridad y de la salvación.
La organización de los pueblos desamparados es efímera como el espejismo. Los falsos profetas se evaporan, al igual que a sus palabras se las lleva el viento. No duran nada en el imaginario, son lanzados al olvido y algunos, desesperados en la soledad, regresan humildes a los predios que supuestamente combatieron. Es muy propio de los pueblos desamparados por su falta de cultura política, por la manipulación a que han sido sometidos y son sometidos, este tipo de comportamiento que les parece salvador, absolvedor de conciencias, limpiador de reclamos, tranquilizante que les permite decir que arriesgaron todo sin arriesgar nada. Entonces alegarán que no hay espíritu navideño, que no hay voluntad para hacer las hallacas, pero que de todas maneras harán unas poquitas para no perder la tradiciones y la costumbres. Por encima del olor a güisqui que quedará como resaca de “mientras se pueda” tendrá que venir una dirección a latiguear, a sustituir la organización del pueblo desamparado por una organización de pueblo combatiente.

La riqueza escondida en los bulbos de tulipán
(6 septiembre 2006)

En el siglo XVII un aventurero aseguró que en los bulbos de los tulipanes se escondía una gran riqueza, lo que llevó a millones de personas a comprar tulipanes, nos recuerda Peter Sloderdijk, a propósito de aquella frase suya donde describe el noticiero de la noche como 50 millones de personas alfabetizadas que se sientan a ver como el mundo se ha convertido en diversión.
En los bulbos de los tulipanes sigue escondiéndose una gran riqueza. Entre nosotros no se trata ni siquiera del noticiero de la noche. Entre nosotros los dueños de los bulbos de tulipán nos gritan lo que los venezolanos tenemos que hacer. Y nos amenazan con arrepentimientos dolorosos si no hacemos lo que nos dictan. Quien ha pronunciado frases que algunos columnistas amigos ponen como epígrafes de sus artículos, ahora sostiene todo lo contrario. Los recuerdos van hasta el 12 de abril y hasta la huelga general. Y uno tiene derecho a preguntarle a Teodoro Petkoff sobre su frase donde nos aseguraba que el mayor mérito de la candidatura de Manuel Rosales era que la política había regresado a manos de los políticos, cuando, en verdad, sigue en manos de los dueños de los bulbos de tulipán.
Que la política no esté en manos de los políticos es cosa harto conocida y graves consecuencias nos ha traído. El tema lo he analizado en profusión y la lista de autores importantes que se han dedicado al tema es larga. Sin embargo, se han limitado a la manipulación, ninguno ha hablado del ejercicio directo del poder y del liderazgo por parte de los dueños de los bulbos de tulipán. Acostumbro citar a Paul Virilio: “Lo que se dilata…es el globo ocular de un ojo que engloba completamente el cuerpo del hombre…” En otra parte he hablado de un inmenso condón universal.
Esto se está convirtiendo, simplemente, en una medición para saber si los alfabetizados que en la noche entran en trance saldrán a comprar bulbos de tulipán. Apuesta riesgosa, me parece. Si no salen, el aliado circunstancial se quedará frente a sí mismo. Y entonces los gritos acusatorios no se los creerá nadie. Si salen, volveremos a recordar el mes de abril y la huelga general. Y los alfabetizados que entran en trance seguirán esperando las próximas órdenes gritadas por los propagandistas de la riqueza que se esconde en los bulbos de tulipán. Henry Ramos Allup, al parecer, está en la mira de quienes buscan culpables por la evasión de Carlos Ortega. ¿Qué se hará en el caso de que el líder nacional de un partido vaya preso? La pregunta excede los límites de esta “normalidad” que nos hace vivir el régimen, “controlando” las erogaciones propagandísticas del gobierno, anunciando la apertura de los medios del Estado, proclamando austeridad en los gastos del candidato-presidente. Es precisamente esa “normalidad” la que nos están ratificando.
Los incidentes menores se quedan como incidentes menores. Lo importante es la “normalidad”. Esta “normalidad” parece una de cartones animados. El Fiscal general se permite hablar de oposición democrática y de oposición radical no democrática. ¿De dónde se permite el señor Fiscal General entrar en calificaciones no jurídicas y evidentemente políticas? ¿De dónde se permite violar el libre albedrío de los electores en un país donde el voto no es obligatorio y calificar de no democráticos a quienes no van a votar? El señor Fiscal General comparte la “normalidad” en los largos minutos, a veces horas, en que se entrega a hablar bajo la aquiescencia de los dueños de los bulbos de tulipán. Es la “normalidad” democrática. Nada que reprochar.
A una cuadra de mi casa una señora tiene un puesto de venta de flores. Allí están incluidos los tulipanes. Cuando por las tardes la señora recoge su puesto de venta (a lo mejor es una ingeniero despedida de PDVSA) quedan por el piso de la plaza que se llamaba “Rómulo Betancourt” (una empleada de cedulación me aclaró una vez que ya no se llamaba así) las hojas y los pétalos que se han caído de las flores y de los tulipanes. En la mañana muy temprano los desarrapados de esta tierra que duermen en la plaza otrora llamada “Rómulo Betancourt”, y de dónde los maleantes se llevaron el busto de ese conciudadano, perciben un desagradable olor a podrido. Me niego a pensar que sea el olor propio del otoño que ahora comienza en el norte de este planeta. El otoño, lo he dicho, me parece una estación ideal para la creación. Caminar sobre las hojas caídas siempre me recuerda que volverá la vida.

La confusión de los tiempos
(25 septiembre 2006)

Uno no sabe ya en que tiempo vive. Tiene atisbos de siglo XIX, pero, al mismo tiempo, “sesentosos”. Me parece estar escuchando las consignas electorales de los tiempos del inicio del período democrático, cuando el asunto era la reforma agraria y se aclaraba que no se le podía dar sólo tierra a los campesinos, sino también créditos y asistencia técnica. Pareciera que nunca se hizo la reforma agraria o que sus resultados no resolvieron nada, pues el planteamiento es de hace 40 años. En cualquier momento me parece va a sonar en la radio la voz del presidente Kennedy anunciando que se han descubierto en Cuba misiles capaces de llegar a territorio norteamericano.
Parecemos vivir en un tiempo atemporal, valga la magnífica paradoja, magnífica sólo como paradoja, puesto que como realidad es muestra de una inconsciencia profunda. Venezuela parece sumida en una profunda incapacidad para ser de este tiempo. No hacemos cosa distinta de retroceder. Es siempre hacia atrás que marchamos y todos los esfuerzos de contemporaneidad parecen caer en un pozo sin fondo donde se deslizan ad eternum. He repetido, por ejemplo, y hasta el cansancio, que hay que plantearse una democracia del siglo XXI. Qué alguien lo tome, no cobro royalties, no pretendo la gloria de haber puesto en el debate esa frase-concepto.
Hay algo que hala a este país hacia el pasado. No pretendo explicaciones de psicología social, sólo constato. Los letreros que los visitantes que llegan a Maiquetía ven como primera muestra hablan del “bloqueo” y uno tiene la sensación de que el aeropuerto de La Habana y el de Caracas se han confundido en uno solo, que aterrizar en Venezuela es lo mismo que en Cuba. Este es un país “bloqueado” cuando Miami está lleno de turistas que reproducen aquellos tiempos de “ta barato, dame dos” y que el comercio con Estados Unidos se multiplica más que los panes bajo el influjo divino. Pero necesitamos estar “bloqueados”, aún cuando, supuestamente y tras un largo esfuerzo, se entienda que se trata del apoyo de Estados Unidos a la candidatura de Guatemala al Consejo de Seguridad.
Lo que vemos es una pasión mimética de Chávez. Él quiere ser como Fidel, reproducirlo todo, pasar por las mismas circunstancias de Cuba. Quiere que Venezuela esté “bloqueada”, pues no hay otra manera de imitar al “padre-héroe”. Podría ponerse el uniforme verde oliva o dejarse la barba, en lugar de pretender acercarnos peligrosamente a la crisis de los misiles soviéticos. Los informes de inteligencia de los servicios secretos que publican las páginas web especializadas hablan de contactos en La Habana para tratar de la oferta iraní de colocar misiles en territorio venezolano. Chávez sueña con que Washington movilice la flota para detener a los cargueros iraníes que portarán los famosos artefactos. Así la mimetización habrá tenido éxito: “bloqueado” y con una crisis misilística. Perfecto, glorioso, igual al “padre-héroe”, la historia repetida, el heroísmo copiado. Y como Fidel se opondrá al retiro de los misiles y tendrá serios disgustos con su par iraní, al igual que Fidel con Kruschov por haber cedido. La megalomanía le dirá que como el “padre-héroe” ha puesto al mundo al borde del fin, de la guerra nuclear, que su protagonismo es digno de la aprobación del “padre-héroe”.
Nuestra incapacidad para ser de este tiempo nos lleva hasta Larrazábal y su plan de emergencia. Nuestra incapacidad para ser de este tiempo se debe a que no tenemos herramientas para ser de este tiempo. Nos lleva a olvidarnos de lo que conseguimos como país y así regresar al pasado. Pareciera que nos sentimos cómodos en el pasado. Nuestros impulsos son hacia atrás, a las viejas consignas, a los viejos procederes, al mimetismo psicopático, a recomenzar todo imitando lo que sucedió.
Rosanvallon menciona a Marat para ejemplificar una imagen biliosa del mundo. Aún en las últimas horas hemos escuchado que a Ollanta Humala le robaron las elecciones, que no reconoceremos al gobierno de México, que el imperio quiere matarlo. Jacobinismo en este tiempo. Asisto a las masas cautivas que ríen y aplauden cuando Chávez les dice que ahora sí, que “Mr. Diablo” ha ordenado su asesinato. No puedo entender como ríen y aplauden cuando su líder y Jefe del Estado les anuncia que un líder extranjero ha ordenado su muerte. Pero contra el “padre-héroe” fueron cientos los intentos y hasta ahora ninguno contra él. Eso hay que corregirlo, cómo es posible que los servicios de seguridad apenas hayan encontrado, hace años, una bazuka con la que se derribaría el avión presidencial. Algo hay que hacer, montar como se ha develado el complot asesino, proclamar que el parecido entre ambos es cada día más rotundo.
Esto que nos hala hacia el pasado, esta incapacidad manifiesta de caminar hacia delante, este gatear hacia atrás como hacen algunos bebés, implica una carencia intelectual, conceptual, de pensamiento, simplemente abismal. Se nota en el lenguaje, el primer punto a analizar si se quiere un diagnóstico. Hablamos mal, en todas partes y a todos los niveles, hablamos con el tono de la ignorancia. El liderazgo que aparece repite consignas de hace 40 años. El gobierno que tenemos sólo quiere parecerse al pasado. Veo a Cipriano Castro en el balcón de la Casa Amarilla. Cuando empezó el período democrático se tocaban los temas oportunos. Rómulo Betancourt soñaba con el Rhin y ordenaba la construcción del emporio industrial de Ciudad Guayana y del oriente venezolano y la represa del Guri daría la potencia eléctrica. Ahora hablamos de planes de emergencia.
Esto no es buscar el futuro, ni siquiera el presente. Esta república desanda, retrocede, recula, repite. Esta república marcha hacia cuando no era república. Volvemos a ser una posibilidad de república, una harto teórica, harto eventual, harto soñada por los primeros intelectuales que decidieron abordar el tema de esta nación y de su camino. Nos están poniendo en un volver a reconstruir la civilidad y en el camino de retomar el viejo tema de civilización y barbarie. Por lo que a mí toca tengo una negativa como respuesta. Hay que plantear una democracia del siglo XXI, hay que dotar a este país de herramientas que le permitan salir de la inconsciencia de los retrocesos, hay que extinguir la mirada biliosa. Aquí la única risa que cabe es sobre los esfuerzos miméticos del caudillo, sobre el viejo lenguaje y los viejos planteamientos regresados como si aquí no hubiese habido cuatro décadas de gobiernos civiles. Aquí lo que cabe es reconstruir las ideas, darle una patada en el trasero a la Venezuela decimonónica y a la Venezuela “sesentona” para hacerle comprender que estamos en el siglo XXI. Este país necesita pensamiento, no abajo-firmantes; esta nación necesita quien la tiente a la grandeza de espíritu, no amodorrados en silencio; este país necesita quien proyecte un nuevo sistema político, no quienes vengan a repetir el viejo lenguaje podrido o a convertirnos en objetos de estudio psiquiátrico.

Los extravíos nacionales
(30 septiembre 2006)

La sociedad venezolana anda mal, en sus modos de comportarse, en sus modos de expresión política, en su lenguaje, en sus reacciones.
El incendio en la prensa europea comenzó en Portugal, se extendió a España y ahora ocupa los rotativos italianos. Desconozco en detalles los tres sucesos que nos ponen allí. Lo que destaco es nuestra presencia por razones innobles en los rotativos europeos.
Los venezolanos padecemos de una especie de regeneración de genes totalitarios. Parecemos querer exterminar al diferente. Parecemos expresar nuestro rechazo al dictador que no es el nuestro, pues el nuestro bienvenido sería aunque sólo se diferencie del otro en que es el nuestro. El lenguaje político es una competencia de banalidades. En un artículo de observaciones sobre otro mío, el director cinematográfico Liko Pérez, residenciado en Suecia donde ha hecho su carrera, observaba con acierto que el afán de salir del que no es el nuestro ha llevado a un olvido de los planteamientos sustitutivos. Él, con benevolencia, se lo explica en el afán de salir de lo aparentemente dañino. Es obvio que estamos compitiendo con aquél de quien queremos salir con sus mismos instrumentos. Este país ha sido reducido al rasero. Ese igualitarismo venezolano aparentemente provechoso y dañino en muchos aspectos, como este del que nos ocupamos, nos ha puesto a todos, o a casi todos porque las excepciones son virtudes, a hablar el mismo lenguaje de abajo, del sótano de la historia, del pasado. Montarse sobre aquél de quien queremos salir sólo se puede mediante el uso y la implementación del lenguaje del futuro, de los planteamientos del por venir, de la oferta creativa lanzada hacia formas innovadoras de gobierno y al estímulo de formas inventoras de cultura.
Entendemos el afán por salir, pero sólo anotamos que no basta ese afán, si queremos que no se produzca un retorno y si queremos ir hacia las fuentes reales de este período de nuestra historia para secarlas y evitar que el interregno sea breve e ilusorio. Y hacia donde debemos ir es hacia los extravíos de la sociedad venezolana, sobre los mitos, traumas y resabios aparentemente insertados en su propia cadena de ADN. Esta sociedad presenta resquebrajaduras serias que el resabio ha aprovechado, ensanchado, estimulado y llevado a doctrina de estado. Esta sociedad es egoísta, presenta herencias atávicas, no ha sabido asumir el reto de ciudadanía política que la aparición del brote decimonónico le ha impuesto. Es por ello que no ha generado los líderes necesarios y es por ello que se debate de fracaso en fracaso. Sin criterio político reproduce situaciones, se deja manipular impunemente, vive de la quema de adrenalina en la hoguera de la inutilidad.
La aberración política que vivimos está sembrada, con profundas raíces, en un extravío nacional, en una pérdida de brújula, en unas enfermedades sociales profundas. La inseguridad proviene de un asomo de revolución que ha estimulado al hampa con sus desplantes, pero el hampa –sintiéndose liberada- actúa para demostrar patéticamente que actúa porque ese asomo que le permitió salir a flote es imposible, falso y maniqueo. Mencionado el ejemplo del hampa basta mirar hacia la pequeña turba que ataca las caminatas del oponente. En una campaña electoral se dice que el hecho de que el candidato no oficialista camine por una barriada es una provocación. Sólo tal planteamiento bastaría para indicar la perversión a la que hemos arribado. Podríamos elencar sin fin, pero el asunto a destacar que es todas las aberraciones son posibles porque estaban latentes en la sociedad venezolana. Hitler fue posible porque a la sociedad alemana se la había impuesto una paz humillante; el Japón de hoy es posible porque los norteamericanos tuvieron la sabiduría –muchas veces la han tenido, a la par de sus gravísimos errores- de no enjuiciar al emperador por crímenes de guerra sino mantenerlo como el símbolo que siempre será del espíritu nipón. Hacen falta los intelectuales venezolanos que vuelvan a diagnosticar los traumas de la sociedad venezolana, sus carencias y sus defectos, en vez de solazarse con sus virtudes, que pocas no son.
Nuestro mestizaje, elogiado por Uslar Pietri con muchísima razón, está pereciendo a punto de colapso. Detesto esa palabra “polarización” que los inteligentes maestros de evitar guerras civiles y todo tipo de conflictos sociales, usan como latiguillo. Mestizaje no lo es sólo de razas, sino, fundamentalmente, de culturas, de estilos de vida, de mitos y leyendas, de comidas, de estructuras mentales. Es ese mestizaje enriquecedor el que se rompe ante nuestros ojos. Lo que está aquí sembrado es un fundamentalismo, uno donde las culturas y las estructuras mentales se separan, lo que indica un proceso disolutivo que hay que detener so penar de pagar con destrucción. No podemos enfrentar esta profunda crisis con el lenguaje y las ofertas del pasado. No podemos combatir el brote atávico sacando a relucir los peores elementos que todavía pululan en nuestro ADN social. Es necesario un esfuerzo de reintegración sobre nuestras virtudes impulsadas con un proceso regenerativo del lenguaje, de las actitudes, del liderazgo, de los planteamientos, de ese innumerable concepto que denominamos cultura.

La perplejidad avasallante
(16 octubre 2006)

Frente a la perplejidad del bombardeo avasallante podemos avizorar un estadio cercano a la estupefacción encarnada en alguien con un micrófono y una masa paralítica envuelta en un himen.
No podemos escapar aunque apaguemos la pantalla o nos refugiemos en una cueva. Los desiertos ya no existen como espacio de fuga, entre otras cosas, porque no hay manera de fugarse. Somos, ahora, perfectos engranajes de la gran máquina avasallante, o mejor, de lo que en otra parte he citado como gran condón envolvente. Qué los dioses se callaron es algo que ha sido recordado muchas veces. Ahora hablan las pantallas y el poder manipulador que se oculta detrás de ellas. Derrida habla de un “fetichismo toxicómano”.
Los políticos son el ejemplo más patético de una participación degradada en la construcción del mundo plano. Los políticos, liquidados por la ineficiencia de las políticas públicas y por la absoluta falta de ideas, han sido absorbidos por los massmedia. Han pasado a ser antenas reproductoras. Los políticos pasaron a ser instrumentos que conectan la información con la mercancía.
Paul Virilio ha acuñado un nuevo término, la intraestructura, uno que deja atrás conceptos como infraestructura o superestructura. El hombre mismo se ha hecho objeto de intervención, se puede manipular sus componentes íntimos y sustituir los sentidos amputados con otros. Equivale a un ser preprogramado y permanentemente sobrexcitado. Los poetas soñaron con el desprendimiento del cuerpo por su condición de envoltorio limitante, pero lo hacían en la búsqueda de la conciencia poética, una ruptura de los límites de una racionalidad tiránica que encasillaba y constreñía. Ahora el hombre de la conciencia amputada es acelerado al igual que un motor, pero al igual que un motor puede ser “tranquilizado”, o “entonado” conforme a la expresión que se usa en cualquier taller mecánico donde llevamos nuestro automóvil a reparar.
En alguna parte he asegurado que la noticia ha muerto y es de esta manera porque dejó de ser los hechos en sí para ser convertida en la forma de un fenómeno donde lo que prevalece es la simulación. La notificación al hombre sobrexcitado se hará banalidad por exceso, ya no sentirá. Habrá quedado completada la amputación de los sentidos. La simulación con que se alimenta a los sentidos conduce a una especie de industrialización del olvido. Bajo estas condiciones el hombre será uno que no querrá se le moleste. El paso de la naturaleza a la cultura será ahora un paso de la cultura a la ausencia.

La política de las ideas y la democracia como estancia
(27 octubre 2006)

La política no puede funcionar sin ideas. En buena parte es una ciencia de las ideas, como lo asoman Fitoussy y Rosanvallon. Así, la política no puede ser una acción que busca el poder y no más. Ni una administración desconsiderada de la normalidad. La política sin ideas es una actividad bastarda. La política, en consecuencia, es invención. Cuando deja de serlo sobreviene el cansancio y se asoman las espaldas de los elementos sociales. La organización social del hombre no nació como la vida ni crece como las plantas. La política que carece de empuje proveedor de consistencia es una futilidad. Dado que las formas políticas son invención del hombre no puede desgajarse de la política la capacidad renovadora. Bien se dice que el pueblo no existe, lo crea la política. De esta manera hay que decir que la principal actividad de lo político es dar sentido y toda democracia pasa a ser un proceso ininterrumpido de transformación.
De esta manera la política y la democracia, es decir, la acción y sus resultados, no pueden ser otra cosa que inserción constante de nuevas opciones o, dicho en otras palabras, ampliación permanente de la libertad. Tenemos, pues, que volver a leer lo político sacándolo del cansancio, del aburrimiento y, sobre todo, de un conservadurismo que brota ante las ideas y ante la esencia misma de lo político y de la democracia, puesto que todo lo establecido siempre resiste las ideas innovadoras.
En La nueva era de las desigualdades, Jean Paul Fitoussi y Pierre Rosanvallon, nos recuerdan que es a través de la política que se constituye el vínculo social. Si no enfrentamos este proceso creativo la política pasa a ser inepta para explicar las desigualdades que crecieron paralelas a la libertad y se convierte en algo deleznable para el común de la gente que nunca podrá entender lo que es ejercicio de la ciudadanía. Continuar pensando que la democracia es como es, que la justicia se administra como se administra, que las instituciones son como son y no pueden ser de otra manera, equivale a un corsé al pensamiento y a la esencia misma de los conceptos política y democracia.
Otra cosa que debemos aceptar es la política como conflicto y los conflictos expresión del animus político. Y a la democracia como capaz de administrar los conflictos mediante una renovación permanente. Una cosa son las instituciones básicas, aptas para administrar el control de estabilización, y otra la permanente manifestación de ideas que amplían los espacios hasta una libertad transformadora. Está claro que las llamadas instituciones y los intermediarios sociales ya no responden a las exigencias de los tiempos y, por tanto, hay que buscar nuevos mecanismos.
Sin ideas insuflando ciudadanía no puede haber ciudadanos. Esos no ciudadanos generarán formas perversas de poder. Habría que estar atentos a las formas no convencionales de organización social que se manifiestan en estos tiempos y verificar el alimento libre que reciben, así como el abono para que florezcan. Nunca fueron multitudes las que produjeron las ideas.
De vez en cuando aparece algún dirigente político –y es lo que ha ocasionado esta reflexión- que toma la idea de un pensador. Ocurrió en el debate de los precandidatos socialistas a la presidencia de Francia. Segolène Royal, debatiendo con Fabius y Strauss-Kahn, propuso la instauración en Francia de los llamados jurados de ciudadanos, idea que está en el libro de Pierre Rosanvallon La contre-démocratie. No mencionó la fuente, pero los periodistas franceses se lanzaron, al día siguiente, sobre Rosanvallon. Prensa, radio y televisión querían saber lo que pensaba el profesor y este, discretamente, dijo que no le importaba que sus ideas fueran asumidas por candidatos presidenciales, pero que mencionaran la fuente. Dos hechos resaltan: la influencia del pensamiento sobre la política, la presencia de una figura, Segolène Royal, que plantea en su país la innovación propia de lo que debe ser una democracia del siglo XXI y la atención e información de la prensa que ante una idea de un pensador asumida por un político encuentran la esencia de un debate y destacan a más no poder lo que debe ser la esencia de un periodismo de estos tiempos.
La señora Royal, madre de cuatro hijos, interrogada machistamente por Fabius sobre quien cuidaría los niños, se está caracterizando por planteamientos que sacuden a los socialistas y a Francia toda. Ella ya ha lanzado algunas propuestas que han conmocionado a la modorra: ha planteado la carta escolar (poder escoger el liceo fuera de su barrio); ha hablado de los menores delincuentes sugiriendo integrarlos en un servicio civil (en lugar de la cárcel) como bomberos, labores humanitarias y otras parecidas. La señora Royal no sólo indica una tendencia creciente hacia el poder político de la mujer. Es también un político que siembra ideas, y no tiene prurito en tomarlas de los pensadores, no como entre nosotros, territorio de la mediocridad donde se evita a los pensadores y al pensamiento, donde nada se dice de la democracia del siglo XXI donde la política debe ser acción de modelaje y la democracia el campo ideal de los cambios.

Una obsoleta cultura política
(27 noviembre 2006)

Los “invitados predilectos” repiten ideas del pasado, obsoletas, periclitadas. He escuchado, a quien pretendía convencer a la gente de votar, el argumento de que la política se les meterá igual en la casa y que no intenten una escapatoria. La política, así vista, es algo desagradable de lo cual se huye. El planteamiento es al revés, la política debe salir de las casas e impregnar el entorno. Cuando esto suceda tendremos una república de ciudadanos. La insistencia sobre la política como algo desdeñable está inserta en la psiquis de estos “predilectos” que copan los programas de opinión televisados. Esto escapa al territorio de la anécdota para pasar a ser una perversión, dado que implica una población desarticulada y sin capacidad de vigilancia sobre la esfera pública, aparte de una concepción desdeñosa que ha permitido el desleimiento de la representación y el crecimiento pasmoso de la indiferencia por la democracia.
Argumentos como este confirman la existencia de una “cultura política” vacua, absolutamente al margen de estos tiempos, deformada y deformante. Limita la política a los profesionales de la actividad y reduce toda ingerencia ciudadana al acto de votar. Esta concepción encarna el pasado, reproduce todos los vicios que debemos eliminar para avanzar hacia una democracia del siglo XXI. La actividad ciudadana debe estar centrada en numerosos puntos de alarma que se encienden produciendo una cadena de reacciones. La vigilancia ciudadana sobre la representación ejercida debe pasar a ser algo tan natural como lo fue en el pasado –al menos para una parte de la población- el estar informados. Esta nueva mirada que he denominado “cultura de la comunicación” no equivale a un estado hipersensible ni de permanente conflicto, sino a uno introyectado en un cuerpo vivo.
Mientras los políticos tradicionales, y en especial los “invitados predilectos”, sigan sosteniendo los viejos conceptos mantendrán el control absoluto de la política, una divorciada de los intereses colectivos, ajena a todo control de vigilancia ciudadana, una que le permite actuar a sus anchas como dueños y señores de una actividad que les ha sido conferida por delegación del cuerpo social. Frente a estos repetidores de oficio hay que plantear, como respuesta contundente, lo que bien podríamos llamar una reapropiación de la política por parte de los ciudadanos. Ello conduciría, qué duda cabe, a un elevamiento de la calidad del debate público, al surgimiento de un contrapoder que oponer a quienes ejercen el control de las instituciones del Estado y han olvidado que están allí simplemente porque no es posible el ejercicio de una democracia directa. En otras palabras, lo que decimos es de la necesidad de eliminar los desniveles existentes entre los detentadores del poder haciendo de los ciudadanos un contrapoder efectivo.
Los “invitados predilectos” dicen y repiten todo lo que hace falta para mantener a la población en un estado de somnolencia. Hay que cambiar el desprestigiado concepto de “opinión pública” por el de “atención pública”, pues esta última implica un estado permanente de vigilancia, lo que no significa, como he dicho antes, un estado de exaltación generalizada y permanente, sino de tranquila y consuetudinaria acción de la ciudadanía.
La prensa ha sido siempre un arma contra el poder. En ella se vierten las críticas y las denuncias. Son famosos los casos de cómo una vigilancia de prensa dio al traste con grandes desaguisados. La incursión de los medios radioeléctricos ha colaborado a la inclusión de la manipulación entre sus objetivos y cometidos. En lugar de plantear concienzudamente la crisis de la representatividad se escudan llevando a sus espacios a quienes contribuyen con el objetivo previamente trazado por los dueños. En palabras más claras, los medios radioeléctricos han pretendido, y logrado, ejercer ellos mismos la representación imponiendo a los ciudadanos modos de conducta y reduciéndolos a objetos a ser manejados a su antojo. Sólo con una cultura de la comunicación reemplazando a una cultura de la información será posible meter en cintura a estos “dirigentes” prevalidos del poder massmediático. Si recordamos el viejo concepto del permanente esfuerzo ciudadano frente al poder, habrá que decir que los medios son un poder tremendamente usurpador, tanto como el viejo poder encarnado en el gobierno que ejerce de ejecutor teórico de los designios del estado y, en consecuencia, hay que resistirlos.
Hay que crear nuevos “campos de historicidad”, para utilizar palabras de Alain Touraine. Ello implica abandonar viejos temas que los “invitados predilectos” insisten en poner sobre el tapete evitando una discusión seria sobre los nuevos modos de ser del cuerpo social. Ello implica formas innovadoras de movilización de recursos para afrontar los abusos de poder, sea de los gobernantes formales o de los informales representados por los medio radioeléctricos alzados por encima de los ciudadanos. Los medios deben ser instrumentos para expresar con mayor alcance las acciones contraloras ejercidas por el cuerpo social. Si los medios ejercen una función pública deben estar bajo la observación de los ciudadanos al igual que los poderes del Estado. En otras palabras, los medios deben ser órganos de la “atención pública”, es decir, deben tener sobre sí a ciudadanos vigilantes. Es este el contrapeso requerido, el equilibrio necesario.


La apuesta fundamental

(30 octubre 2006)

La apuesta fundamental es que hay que innovar o la democracia retrocederá. La desconfianza en la política hay que vencerla y ello pasa por la formación de ciudadanos y por darles a esos ciudadanos un poder que exceda la simple participación electoral. De allí proviene la idea de Pierre Rosanvallon, acogida por Segolène Royal, de crear los “jurados de ciudadanos”. Varios lectores me han pedido que les informe en que consisten. En el fondo es sencillo, pero, admitámoslo, un riesgo, como todo lo que implica la democracia. En un municipio se sortean digamos 50 ciudadanos entre los residentes (contados los eternos excluidos, estudiantes, inmigrantes, etc.) que se dedicarán a estudiar la acción de su Alcalde. Revisarán cuentas, proyectos, ofertas, realizaciones, capacidad administrativa, entre todos los análisis que se pueden hacer, y evitarán un veredicto, por supuesto no vinculante, pero de un peso moral fuerte. Para cumplir su trabajo recibirán un salario y podrán tener asesores contables, especialistas en los diversos ramos, y un tiempo determinado para entregar su informe. Lo mismo es aplicable a parlamentarios, ministros, funcionarios en general. Y también, para aumentar el control social, sobre leyes, reformas, políticas, es decir, sobre todos los asuntos de interés nacional.
La reacción de los políticos tradicionales ha sido tajante: eso es populismo, han dicho. Se establece una desconfianza, han añadido. Francia se deshará, han profetizado. La desconfianza en los políticos es clave en la presente crisis, qué duda cabe, mientras esta medida daría una extensa participación a la gente en el control de la gestión pública. La señora Royal ha añadido la necesidad de crear un “Estatuto del cargo electo” que obligaría a la rendición de cuentas y a un control efectivo.
El segundo pilar para los cambios sería el establecimiento de una democracia social bajo el precepto de un sindicalismo de masas, complementario de las propuestas anteriores.
Mientras tanto el Ministro del Interior, Nicolas Sarkozy, fijaba las fechas, unas en las que es posible que él mismo se enfrente al candidato socialista: 22 de abril de 2007 para la primera vuelta y el 6 de mayo para la segunda; las legislativas entre el 10 y el 17 de junio.
El debate francés merece atención más allá de si la señora Royal gana la candidatura socialista y, luego, la presidencia. Es obvio que lo interesante en grado sumo es que gane y comience a implementar sus ideas, pero, aún en caso de derrota, Francia ha debatido sobre aspectos fundamentales de lo que debe ser un empujón hacia una democracia del siglo XXI y, en consecuencia, la lección quedará allí para quien quiera aprenderla. Es extremadamente difícil hacerle entender a los políticos tradicionales la necesidad de dejar volar las ideas. A la señora Royal ya le han endilgado precisamente eso, que sólo tiene ideas, como si gobernar fuese un acto mecánico desprovisto de capacidad imaginativa.
Los cambios hacia una democracia del siglo XXI implican, a mi entender, meter el análisis en todos los conceptos, inclusive el de libertad. Hemos venido entendiéndola como la posibilidad de hacer todo lo que la ley no prohíba o lo que no dañe los intereses de los terceros y colectivos o la posibilidad de opinar y de expresarse libremente o de postular o ser postulado a los cargos de elección. La libertad debe implicar la capacidad de controlar efectivamente a los elegidos para desterrar los vicios de la democracia representativa, de organizarse en lo que la señora Royal llama “sindicalismo de masas” y en otro que no proviene de mi condición de poeta, proviene de mi condición de político ciudadano, y es el de la capacidad de imaginar, pues esta última nos permite convertir la democracia en un campo permanente de crecimiento de la libertad misma. El clima de lo que me propongo denominar la “libertad creativa” impide la conversión de la democracia en un campo estéril agotable como un recurso natural no renovable cualquiera, para hacerlo un recurso natural renovable.
El principal partidario de la destrucción es el grupo de políticos tradicionales que se niegan a regar la planta o a abonarla, pretendiendo que la planta es así y no se le debe intervenir. Los conceptos de derecha e izquierda han variado. Para mí de derecha es el que se niega a la renovación de los conceptos democráticos, así se proclame socialista o radical. De izquierda somos los que tratamos de empujar la democracia hacia las nuevas formas de un nuevo tiempo, aunque crea en el mercado y en las virtudes del capitalismo. Establecida esta odiosa dicotomía entre izquierda y derecha, sería bueno, casi como una anotación al margen, recordarles a algunos que no hay nada que se parezca más que una centroizquierda buena y una centroderecha buena.
Tenemos, pues, que ensanchar la “libertad creativa”, la intervención directa de los ciudadanos en el control de la gestión pública y la organización social de masas en nuevos tejidos, lo que, provisionalmente, llamaremos “sindicalismo de masas”. Todo como una forma de restablecer las instituciones de intermediación entre el poder y la sociedad, cuya pérdida es una de las causas fundamentales de la crisis democrática. Sabemos bien que entraron en crisis todas las instituciones que cumplían ese rol, desde los partidos hasta los sindicatos, y que los políticos pasaron a ser propiedad de los arrogantes dueños de los medios radioeléctricos. Los procedimientos que he estado mencionando restituirían el equilibrio entre un poder desbordado e inepto (que bien podría dejar de serlo) y una sociedad contralora de lo público. Venezuela no se deshará si alguien toma este camino. Se deshará si seguimos por el que vamos, uno compartido por todos, aunque parece que no lo advierten.

La economía bajo la primacía de la democracia
(6 noviembre 2006)

La política perdió, entre tantas cosas, el control de la economía. No me refiero al Estado o a su intervencionismo a ultranza en los procesos económicos. Me refiero a que la democracia dejó de ser el gobierno del pueblo para pasar a ser un sistema en el que los mercados funcionen con libertad. La alteración del orden sí afecta al producto, puesto que si el mercado se convierte en el mecanismo superior de regulación social deja de ser la democracia precondición del mercado. Ello afecta la capacidad para la toma de decisiones, de manera que la democracia se desdibuja y pasa a ser un añadido del mercado. El traslado de las competencias es obvio. Hayeck ha llegado a los extremos de autorizar una violación del orden democrático para salvaguardar el orden del mercado. Para decirlo de otra manera, los precios se sobreponen a los votos. El individualismo se exacerba puesto que sería posible disfrutar de libertad personal sin libertad política.

El Estado no renuncia

Es necesario regular el mercado. El Estado no puede renunciar jamás a su poder de redistribución de la riqueza. El Estado no puede perder la capacidad de proporcionar a la parte débil de la población los recursos que el mercado le niega. Digamos que la situación se plantea a la inversa: sin democracia y sin política no puede haber capitalismo. Es en el campo de la política donde deben definirse las condiciones del intercambio o, en otras palabras, la política es el espacio donde se perfecciona el orden económico, pues debe resolver las claves del reparto. El asunto es la satisfacción material de las necesidades humanas. Podríamos decir que no hay identidad entre democracia y economía de mercado, lo que hay es un conflicto a resolver, uno más en la larga lista de la democracia.

La democracia y el mercado: entendimiento conflictivo

El alejamiento entre política y economía cercena la capacidad de iniciativa de la ciudadanía en un terreno vital, pues toca sus condiciones materiales de existencia. Hay que incentivar los mecanismos de autogestión y cogestión, la influencia ciudadana en la determinación del gasto público y en la formulación de las políticas públicas.
Debemos decir que hay que construir una convivencia articulada entre democracia y economía, creando formas específicas de distribución de la riqueza. Es cierto que economía y política tienden a desconocerse, por la sencilla razón de que la economía tiende a la obtención de una ganancia individual mientras la política debe procurar los intereses colectivos. Hay que lograr una convivencia entre el mercado y la democracia. He aquí el punto focal. Se han intentado muchas formas de lograr esta convivencia. Las diferencias son obvias, entre el capitalismo japonés, el francés o el alemán. Cada uno responde a características de diverso tipo. Hay que tomar en cuenta dos elementos: el primero, la forma en que los intereses comunes son expresados en las instituciones del Estado y, segundo, la forma en que las instituciones del Estado –y de la política- se ocupa de los intereses comunes. Finalmente, cómo pueden comprometerse en un acuerdo de entendimiento los pobres que nada tienen. De manera que hay tres asuntos fundamentales: integración social o democracia inclusiva -como la llama Takis Fotopoulos- la redistribución de la riqueza y la creación de empleo.
De manera que se trata –como ya se han estudiado en seminarios por toda América Latina- de cómo construir democracia por medio de oportunidades económicas renovadas, de las relaciones entre democracia y estabilidad macroeconómica. Es evidente que del estado de la política dependerán elementos como el macroeconómico, el productivo y el social.

Democracia y ciudadanía marchan juntas

Reaparece el concepto básico: la economía debe estar sujeta a la política. Si bien es cierto, como lo dijo Joseph Stiglitz- premio Nobel de Economía 2001- que “no existe un único conjunto de políticas dominantes que dé por resultado un óptimo de Pareto, es decir, uno que haga que todas las personas estén en mejor situación que si se hubiera aplicado cualquier otra política” es obvio que el objetivo de una buena política económica–democrática es mantener un equilibrio entre objetivos encontrados. De allí la otra conclusión obvia: la ciudadanía debe participar en las decisiones económicas, como debe participar en las decisiones propiamente políticas.
Debemos acotar, entonces, que democracia es la extensión de igualdad jurídica o, en otras palabras, implica el ejercicio de la ciudadanía civil, política y social, de la cual la economía no está excluida. Creo que todo puede enmarcarse en el concepto de ciudadanía. La visión tiene que ser paralela; democracia y ciudadanía como dos líneas que marchan juntas. No olvidemos que el concepto de igualdad jurídica está asociado al surgimiento del capitalismo moderno. La disputa entre igualdad social y derecho de propiedad se resuelve mediante el uso de principios jurídicos como la expropiación para fines de utilidad pública y el mantenimiento de medidas sociales redistributivas que atacan la desigualdad producida por el mercado. De esta manera, en una democracia del siglo XXI la equidad social debe ser vista como expresión fundamental de los propósitos colectivos y, por tanto, de la cohesión social. Es obvio que la admisión del concepto y su declaración a rango constitucional no garantiza su cumplimiento. No olvidemos la contrapartida que debe el cuerpo social que adquiere responsabilidades y obligaciones. Sin ello estaríamos ante un caso flagrante de populismo. Y una de esas contrapartidas, aparte de producir, es la de participar en lo político. Estos elementos constituyen en sí y per se lo que denominamos desarrollo. Para decirlo más claramente, el proceso económico debe estar sujeto al logro de los objetivos sociales. Lo que se ha denominado “Estado de bienestar” tiene infinitas variantes. En este sentido la palabra endógeno es consecuente con estas ideas. Este desarrollo tiene que tener origen interno. No podemos seguir viendo “economía de mercado” e intervencionismo estatal como antagonistas. El establecimiento de reglas macroeconómicas claras no es contrario al crecimiento democrático. Ni podemos permitir la caída en un populismo económico, entendiendo este último como la generación de prosperidad transitoria o el uso de promesas de bienestar social como instrumento de movilización de masas. Hay que garantizar la propiedad, una distribución equitativa de los ingresos, el proyecto social gubernamental y el funcionamiento del mercado y, obviamente, el manejo de los inevitables conflictos. Así como hay que corregir las fallas del mercado hay que corregir las fallas del gobierno (clientelismo, corrupción, despilfarro) y ello sólo se puede lograr mediante la creación de una alta densidad institucional democrática diseñada sobre la bases de la responsabilidad ciudadana. Siempre encontramos lo mismo: la crisis se debe a la sustracción de contenidos básicos a la política. No puede lograrse el desarrollo social sin incidir sobre el mercado.

Los procomún: espacios sin fines de lucro

Yochai Benkler (profesor de la Facultad de Derecho de la Universidad de Yale (EE.UU.) utiliza con acierto la expresión “economía política del procomún”. Para él, procomún son espacios en que se puede practicar una libertad respecto a las restricciones que se aceptan normalmente como precondiciones necesarias al funcionamiento de los mercados, lo que no significa que sean espacios anárquicos. Significa que se pueden usar recursos gobernados por tipos de restricciones diferentes a las impuestas por el derecho de propiedad. “El procomún es un tipo particular de ordenación institucional para gobernar el uso y la disposición de los recursos. Su característica prominente, que la define en contraposición a la propiedad, es que ninguna persona individual tiene un control exclusivo sobre el uso y la disposición de cualquier recurso particular. En cambio, los recursos gobernados por procomún pueden ser usados por, o estar a disposición de, cualquiera que forme parte de un cierto número de personas (más o menos bien definido), bajo unas reglas que pueden abarcar desde `todo vale´ a reglas formales finamente articuladas y cuyo respeto se impone con efectividad”. Lo que propone es la posibilidad de existencia de propiedad común en un régimen de sostenibilidad y con mayor eficiencia que los regimenes de propiedad privada. Para él la web es un caso ejemplar de procomún. Allí podemos encontrar infinidad de organizaciones sin fines de lucro que utilizan Internet para proporcionar información e intercambio. “Permite el desarrollo de un papel sustancialmente más expansivo tanto para la producción no orientada al mercado como para la producción radicalmente descentralizada”. Benkler cree posible una transición desde una sociedad de consumidores pasivos que compra lo que vende un pequeño número de productores comerciales hacia una sociedad en la que todos puedan hablar a todos y convertirse en participantes activos.

La democracia inclusiva

Esta tesis tiene perfecta concordancia con la que sostiene Takis Fotopoulos analizando la crisis de la democracia como el efecto de una concentración de poder. Propone como solución una democracia inclusiva. En mi criterio es precisamente lo que debemos hacer en los términos de la relación que describo: marchar hacia una economía inclusiva. Fotopoulos (editor de la revista “Democracy&Nature y profesor de la Universidad de North London, aunque griego de nacimiento) presenta su proyecto como uno de modificación de la sociedad a todos los niveles, en el sentido de que la gente pueda autodeterminarse, lo que implica la existencia de una democracia económica. Si bien no comparto algunas ideas del profesor Fotopoulos sí me gusta el contexto general inclusivo, específicamente el tema de la democracia a nivel social o microsocial (lugar de trabajo, hogar, centro educativo), no como espacio anárquico de falsa igualdad, sino como la expresión básica del ejercicio democrático pleno. Para Fotopoulos el asunto es buscar un sistema que garantice las necesidades básicas y, al mismo tiempo, garantice la libertad de elección propia del mercado. De este planteamiento lo que me interesa es la idea de la construcción de instituciones alternativas y la expectativa de una transición que mantenga ambos elementos con vida. A Fotopoulos sus ideas se le van de las manos –creo- pero es innegable que su aporte –compartido a medias- es interesante en la búsqueda de posibilidades de construcción de una sociedad más equilibrada.
Se pueden utilizar expresiones diversas -“economía social de mercado” o “economía con rostro humano”, por ejemplo- pero el punto focal es que una democracia del siglo XXI no puede estar divorciada de los resultados económicos, en el sentido de la consecución de una justicia social mediante la redistribución de la riqueza y que la política contiene en sí a lo económico, no lo económico a lo político, lo que quiere decir que la democracia asume la búsqueda del nuevo equilibrio y niega la preponderancia del mercado reasumiendo su función de condición esencial para el desarrollo de una economía al servicio del hombre.

El desarrollo pleno del Estado Social de Derecho
(10 noviembre 2006)

Si no hay Estado de Derecho no existe democracia, dado que ese Estado de Derecho excede a un simple conjunto de normas constitucionales y legales, pues involucra a todos los ciudadanos, no sólo a parlamentarios que legislan o a políticos que gobiernan. La existencia del Estado de Derecho se mide en el funcionamiento de las instituciones y en la praxis política cotidiana. El Estado de Derecho suministra la libertad para el libre juego de pensamiento y acciones y debe permitir las modificaciones y cambio que el proceso social requiera. El Estado de Derecho excede el campo de lo jurídico para tocar el terreno de la moral, pues existen derechos naturales inalienables. Así comprendido podemos hablar de un Estado Social de Derecho, pues comprende los derechos sociales de los cuales la población ciudadana es titular.

Entre el derecho y la política

Es obvia, entonces, la relación entre derecho y política. El derecho emana de la voluntad de los ciudadanos y el gobierno, expresión de esa voluntad ciudadana, está limitado en su acción por los derechos que esa voluntad encarna. El logro del bien común es el objetivo genérico del derecho. El Estado de Derecho de origen liberal procuraba sólo la protección de los llamados “derechos negativos” (protección a la persona y a la propiedad) y negaba los “derechos positivos” (promoción de la persona, rompimiento de la pobreza, ataque a la desigualdad económica). Si bien la democracia es una forma jurídica específica no puede limitarse a garantizar la alternabilidad en el poder de las diversas expresiones políticas, sino que debe avanzar en la institucionalización de principios y valores de justicia social distributiva. El derecho, para decirlo claramente, es un fenómeno politizado pues dependerá del consenso alcanzado en democracia. En otras palabras los derechos sociales deben ser incorporados a los fundamentos del orden estatal mismo. Es esto lo que se llama Estado Social de Derecho y es lo que una democracia del siglo XXI debe profundizar permitiendo que se plasmen en las conductas políticas democráticas de todos los días la mutabilidad y los desafíos relativos al bien común. Para ello debe crear canales donde fluyan las voluntades y se encaucen los procesos de desarrollo de las personas que constituyen todas el entramado democrático. Se requiere, pues, de una cultura política de la legalidad vista como la convicción de que no basta la existencia de un Estado de Derecho para que pueda hablarse de una sociedad justa, pero la sociedad justa sólo es perseguible en un Estado de Derecho. Al igual que debemos admitir que es en democracia donde se puede proceder a distribuir la riqueza social.

Democracia y derecho: liquidar la iniquidad

La democracia está hecha de los materiales sociales que componen la sociedad dicha democrática. Las normas jurídicas no son legítimas sólo por su origen, fundamentalmente lo deben ser por sus efectos. El asunto es, pues, el, papel del derecho (Rule of law) en la fundación y regulación de la democracia. La Constitución es el consenso sobre una concepción de la vida colectiva. En muchas partes no existe un compromiso hacia las reglas del juego democrático encarnado en el derecho, ni por parte de las poblaciones ni por parte de las autoridades. El Estado de Derecho implica principios morales, jurídicos y políticos que deben tener eco en las decisiones judiciales que fomenten el respeto a las reglas fundamentales del juego político. Cuando no se puede intervenir para modificar los esquemas de iniquidad no estamos ante un real Estado de Derecho. Lo que hemos tenido no han sido democracias representativas sino democracias delegativas. Es indispensable entonces cerrar la brecha entre el orden jurídico formal y las formas y prácticas de la realidad. Hay que revalorizar el papel del derecho y de la legalidad haciendo reales los derechos fundamentales. Esto que podríamos llamar reinstalación del Estado de Derecho pasa por la modificación de la cultura política que necesariamente debe traducirse en mejores leyes e instituciones. Hemos tenido la mala costumbre de rellenar las constituciones de enunciados imposibles ampliando así la brecha entre realidad social y texto jurídico sin que hayamos hecho el esfuerzo de hacer subir desde el cuerpo social las nuevas formas y permitiendo el alzamiento de un autoritarismo constitucional. No olvidemos que los jueces deben ser la línea entre gobierno y ciudadanos.

Democracia: permanente autoprofundización

Toda dominación política se ejerce bajo la forma de derecho y ello explica que hayamos dado como obviamente inseparables a derecho y política, pero como pertenecientes a diversas disciplinas. Ha sido Jürgen Habermas (La teoría de la acción comunicativa, Facticidad y validez, Escritos sobre moralidad y eticidad, entre otros) el que insistido en un nexo interno y conceptual entre Estado de Derecho y democracia.
Hay que plantearse las formas de desarrollo de un discurso práctico en la acción política que cree condiciones sociales aptas mediante la institucionalización del discurso ético asumiendo el derecho los desafíos planteados a la política en el ámbito cultural y socio-político. Este es el nexo estrecho, dado que la complejidad social ha sometido a presión a los regímenes democráticos. Hay una “pluralización de las formas de vida y una individualización de las biografías” que imponen una multiplicación de tareas y roles sociales por lo que hay que liberarse de vinculaciones institucionales demasiado estrechas. Así surge el planteamiento de una democracia deliberativa. El ciudadano deja de ser un sujeto que simplemente expresa preferencias (por ejemplo electorales) para pasar a ser considerado un agente activo en la construcción del proceso político mediante la modificación del agotado concepto de opinión pública que pasa a ser una deliberativa. Habermas examina el concepto de “esfera pública” planteando todas las taras que ya hemos enumerado en otras partes, tales como massmedia definidos por el marketing, partidos degenerados, etc. para llegar a plantearse una solución que denomina “la racionalización del ejercicio de la autoridad política y social”, lo que no es posible en la democracia tal como la hemos conocido. Se plantea entonces una posibilidad de dominación de tipo racional, la posibilidad de reconstituir un principio regulativo que restituya a la razón en su dimensión ilustrada, la posibilidad de un entendimiento que se encuentra en la estructura de la interacción que los seres humanos poseen para solucionar sus conflictos.
El derecho estuvo sustentado en fundamentaciones religiosas o metafísicas, ya no, por lo que hay que buscar nuevas formas de legitimación para el derecho positivo, dado que este no es una mera administración institucionalizada sino un control que busca resolver los conflictos sociales en procura de un eventual consenso. Habermas comenzó por plantearse un neocontractualismo, la ética de la compasión y la ética del discurso. Sin detenernos aquí es obvio que las normas jurídicas son medios para obtener consecuencias o resultados políticos. La legitimidad de este derecho positivo no se funda sólo en la moral sino también en la racionalidad de los procedimientos jurídicos, tanto de fundamentación como de aplicación. Entran en escena así las leyes electorales y los procedimientos legislativos, pero aún insuficientes pues así está en el juego solo una pequeña porción de la vida pública. Se dirige Habermas a plantear una racionalidad procedimental de tipo ético, tema de desarrollo indispensable para la conformación de la idea de una democracia del siglo XXI. Es evidente que el derecho y la política deben procurar la reconstitución de una integración social rota por las diferencias mediante un complejo proceso de mediación social que pasa por las tensiones entre “hechos y normas” o entre “facticidad y validez”. Partiendo del derecho y de su relación con la democracia habría que concluir, como ya lo he asomado en trabajos anteriores, que la democracia es permanente autoprofundización.
Habermas acepta que las condiciones económicas y políticas pueden ser controladas en la misma medida en que se fortalecen las expresiones de una razón comunicativa, el espacio público, una política que contempla la deliberación participativa de los ciudadanos, más allá de la lógica instrumental o estratégica (propia de los subsistemas dinero y poder); sin embargo, es necesaria una intersubjetividad comunicativa no mediatizada opuesta a la lógica que prima en los dos subsistemas que amenazan con colonizarlo: el sistema económico y el político. En Teoría de la acción comunicativa (1981) asoma que el derecho puede tener el rol de aparecer como la mediación que cataliza las manifestaciones o reclamaciones ético/morales y políticas. Esto es, el derecho y la democracia se manejan en un nuevo paradigma de derecho fundado en el principio de la discusión.

El Estado Social de derecho

Una cosa es el Estado de Bienestar (seguridad social, tributación progresiva, políticas fiscales y monetarias, etc) y otra cosa el Estado Social de Derecho. El primero implica conceptos de política económica y social, pero el segundo implica una forma sucesora del Estado Liberal de Derecho, lo que de ninguna manera implica una contradicción sin salida. El primero es un conjunto de políticas para imponer correctivos a las injusticias generadas en el sistema capitalista. El segundo implica la imposición de una dirección al proceso histórico, esto es, el avance en la búsqueda de la equidad social, la protección de los débiles económicos y, por supuesto, generar riqueza por medio del desarrollo integral, pues para que haya que repartir hay que producir.
De esta manera el propósito fundamental del Estado es perfeccionar la democracia, entendida también en sus aspectos jurídico y económico. Esto implica, a mi entender, una reformulación general de principios y una nueva concepción de los derechos fundamentales. Así, he insistido en que la teoría aceptada de que la soberanía radica en el pueblo debe ser cambiada por otra que implique su residencia en el hombre que la ejerce a través del pueblo. Esto evitaría la más feroz de las dictaduras, la ejercida por la mayoría, y colocaría a los derechos humanos en el primer plano de la teoría y de la acción. El Estado Social de Derecho al incentivar la organización social crea nuevos intermediarios entre el poder y la sociedad. Esa organización constituye poder político que se incorpora, de facto, al grupo de división constitucional de poderes.
Ello implica la consagración legal de la descentralización, pues facilita la inclusión y el control; la sujeción del mercado al bien común y la inclusión de lo privado en el atributo del Estado sobre lo público de manera que este ámbito se convierta en un terreno de interacción sobre propuestas y decisiones donde el Estado pierde el monopolio. Desarrollar en todos los ámbitos y a plenitud el Estado Social de Derecho es una de las preocupaciones fundamentales que deberá tener una democracia del siglo XXI.

Una interrogación ilimitada
(13 noviembre 2006)

Debemos marchar hacia la conformación de un clima cultural distinto, de un medio ambiente externo que permita el acceso de los ciudadanos a la enseñanza y a la práctica de una cultura de principios. Estamos inmersos en una cultura política inmóvil que nos ha robado la capacidad de decisión. Debemos desintoxicar a la sociedad venezolana y liberarla de tabúes y estereotipos y darnos cuenta exacta de cual es nuestro pasado y cual nuestro presente. Así aprenderemos cabalmente cuales son las causas de la pobreza y el subdesarrollo en un país de inmensa riqueza petrolera.
Digamos que existe una base psicológica de la democracia. Se ha llegado a definir la cultura democrática como la orientación psicológica hacia objetivos sociales. Esto es, la cultura política es la interiorización de la democracia y la orientación hacia el bien común. Es lo que se ha denominado también la conformación de un carácter nacional democrático. Aquí la democracia ha sido violentada sin que una opinión mayoritaria haya reclamado sobre la violación de los límites de legitimidad del gobierno; hemos visto a la gente, por el contrario, aclamando la verborrea violatoria. La democracia es una cultura de la responsabilidad colectiva en lo que sucede, con todo lo que implica como solidaridad y respeto. La democracia debe ser considerada como un sistema cultural y en ella va incluida la conciencia de que la democracia es una línea de fuga que usamos para construir la justicia, admitiendo las palabras democracia y dificultad como sinónimas.
Si vamos a analizar la cultura democrática hay que analizar el contexto en que se produce esa cultura dejando de lado la idea de limitarse a los laterales pues es a la sociedad misma donde debe irse. Es decir, a los conceptos de pertenencia y ciudadanía, con obligaciones y derechos, a la revalorización de la cultura como conciencia crítica. La democracia reposa sobre la autonomía humana y la cultura es un componente esencial de la complejidad de lo social-histórico. Lo que tenemos ahora es “un ascenso de la insignificancia” para decirlo con palabras de Cornelius Castoriadis (La crisis de la sociedad moderna, Transformación social y creación cultural, etc) encarnada en despolitización, alienación, vaciamiento de los valores y un rechazo creciente de la sociedad a la idea de que se puede cambiar a sí misma. En resumen, de lo que somos testigos es de una desocialización sucedida artificialmente por los massmedias. Una democracia del siglo XXI tiene que tener necesariamente a una sociedad capaz de interrogarse sobre su destino en un movimiento sin fin. Esa nueva cultura democrática presenta una dimensión imperceptible, pero real, de una voluntad social que crea las instituciones. Hay que romper el encierro del sentido y restaurarle a la sociedad y al individuo la posibilidad de crearlo, mediante una interrogación ilimitada.
Debemos ver hasta donde los sujetos sociales se dan cuenta de lo que pasa. La cultura política cambia en la medida en que los ciudadanos descubran nuevas relaciones entre el entorno inmediato y el devenir social. En otras palabras, en el momento en que descubran lo social. Algunos han llamado esta mirada de compromiso una percepción de la “ecología política general” lo que debe generar un movimiento energético comprensivo. Para que ello suceda el cuerpo social debe estar informado y ello significa que pueda contextualizar con antecedentes propios y extraños, pasados y presentes. Si no posee la información no podrá actuar o actuar mal. La democracia del siglo XX se caracterizó por una información mínima suficiente apenas para actuar en lo individual. Si volteamos el parapeto y echamos la base para que el cuerpo social busque por sí mismo la información tendremos sujetos activos. El primer paso es el contacto entre los diversos actores sociales, lo que va configurando una cultura de la comunicación, una donde no necesitan de esa información como único alimento, sino que comienzan a necesitar del otro, lo que los hace mirar al mundo como una interconexión de redes. La comunicación con el otro reduce la importancia del yo. Si la información proviene exclusivamente de los entes dirigidos habrá una cultura de la información (necesidad de estar informado) y no una cultura de la comunicación (la necesidad de obtener del otro información). La existencia de una cultura de la información, sea en el grado que sea, siembra el autoritarismo. La existencia de una cultura de la comunicación siembra la libertad. Si avanzamos hacia lo que podríamos denominar una “sociedad comunicada” es evidente que esa sociedad se autogobierna aún usando los canales democráticos rígidos conocidos y puede autotransformarse.
Es evidente que una democracia del siglo XXI requiere de individuos y grupos sociales distintos de los que actuaron en la democracia del siglo XX. No se trata de una utopía o de una irracionalidad. Se trata, simplemente, de evitar que las energías se gasten en el refuerzo a una estructura jerarquizada y autoritaria no-participativa y de conseguir un salto de una sociedad que sólo busca información a una que busca la conformación de una voluntad alternativa lograda mediante la consecución de cambios en la forma social impuestos por un comportamiento colectivo. Se obtendrían así más libertad y más movimiento.
No se trata de una especie de conversión moral de la población para que se haga mejor, implementada por el Estado bajo una ética democrática. Se trata de una generación de convergencias en un tejido social en permanente consolidación. A los intelectuales nos toca plantear el trasfondo teórico al combatir un individualismo utilitarista, y por tanto egoísta, para sustituirlo por una sociabilización democrática.
Debemos concluir que la democracia es un proceso sin término. En cada fase del avance la cultura política juega un papel fundamental que permite autogenerarse y autoreproducirse. La democracia sólo es posible cuando se tiene la exacta dimensión de una cultura democrática. Debemos educarnos en una cultura de la comunicación democrática o volveremos al drama shakesperiano: Bruto grita al pueblo que ya es libre porque César ha muerto para que el pueblo le responda “Te haremos César”.

Meditaciones ante el rostro apacible de Pierre Rosanvallon
(20 noviembre 2006)

Pierre Rosanvallon estuvo en Caracas unos pocos días. Mientras le veía responder, en la Alianza Francesa, que no podía emitir aún una opinión sobre lo que sucedía en este país y agregar que en Francia tenían interés las posturas de política exterior de este gobierno y no la situación interna, me dejaba llevar por mis propios pensamientos. Otra cosa no podía decir el profesor del College de France y yo tenía en mis manos La contre-démocratie, su último libro, de manera que con su rostro tranquilo enfrente y el libro a medio leer en la mano podía dedicarme a meditar en torno a algunas de sus ideas y a mis propias conclusiones sobre algunas barbaridades que se dicen en este país.
Pensaba como la población acepta las condiciones de quienes aspiran sus votos sin someterlas a examen. Es una población falta de cultura política que grita las consignas pre-elaboradas sin pasarlas por tamiz alguno. Se hacen masa y aceptan que la oferta es extraordinaria. A medida que la gritan pierden absolutamente la conciencia crítica.
Se nos dice –en una cuña de televisión que es el ejemplo más acabado de la incultura política- que el que no vote debe callarse. Pensaba como en estos tiempos se han multiplicado las opciones de participación, incluso por el avance tecnológico, hasta el punto que el acto de votar, conservando la importancia capital que tiene, es una más entre el poder de vigilancia del pueblo sobre las acciones de los gobernantes, las formas de actuar ante las violaciones y la capacidad de juzgar, hasta llegar a emitir opinión por Internet. La acción política de los ciudadanos tiene, pues, diversas vías y mandar a callar al que no ejerce alguna es una muestra de limitación de la democracia al acto de votar, precisamente una de las causas fundamentales de su crisis actual. De manera que no hemos aprendido de la multiplicidad de canales, que seguimos siendo reduccionistas y que no tenemos idea del ejercicio democrático.
El profesor francés termina y el acto es cerrado. Me pregunto sobre la real impresión que tiene en su cabeza, pero llega la hora de tomarse unos vinos. Rosanvallon no tiene cansancio en el rostro a pesar de haber hablado por horas en diversos sitios, de haber escuchado algunas peroratas y seguramente algunas cosas interesantes, y de haber pasado gran parte de su tiempo en largas colas en la autopista del este, tomada por una multitud víctima de indigestión monetaria por el cobro anticipado de los aguinaldos, de un nerviosismo electoral que le lleva a adelantar las compras y por un afán de tener provisiones alimenticias “por si acaso”. Le digo que aquí también se piensa, no sé porque se lo digo, quizás como un acto reflejo de mi parte. Él, condescendiente, me anota su correo electrónico y escribe una amable dedicatoria en mi ejemplar de La contre-démocratie.
Escucho todas las versiones sobre la realidad electoral y me parece que soy un ser extraño que tiene en la cabeza otro país, uno muy diferente. Quizás se deba a que las informaciones que recibo son objetivas y pensadas y que provienen de fuentes del exterior. Muchas de los países donde serví como diplomático y muchas de los tantos países donde hay intelectuales con los que me escribo. Se habla de las elecciones francesas. Insisto en que Segolène Royal encarna la puesta sobre la mesa electoral de cambios profundos y hacia lo que insisto en llamar una democracia del siglo XXI. Rosanvallon se mantiene prudente, prefiere no opinar sin haber analizado previamente los detalles.
Su actitud contrasta profundamente con lo que leo en algunos articulistas de prensa y de Web venezolanos, quienes parecen estar escribiendo sobre este país nuestro el segundo tomo de El código Da Vinci, mientras el correo electrónico trae amenazas a los comunicadores, se advierte que un frente armado cuyo nombre no recuerdo dará justas cuentas de quien se propase llamando a cosas raras el 3 de diciembre. Se lo copio a un amigo en Europa y me responde sucintamente que eso está hecho “al mejor estilo bielorruso”.
Esta es la realidad de un país a escasos días de unas elecciones denominadas “la última oportunidad”, otra aberración, pues la democracia no tiene nunca una última oportunidad. Basta haberse paseado un poco por los procesos históricos, basta no meter en una gaveta todos los papeles, basta no fusilar de antemano el juego (utilizada esta palabra con seriedad) de las posibilidades políticas, para concluir que en este país se utilizan frases al voleo, se dicen impertinencias a granel, se utiliza muy mal el lenguaje. La lectura de la prensa confirma que no hay nada. Cero información medianamente importante a dos semanas de un proceso electoral. Leer o no leer la prensa es exactamente lo mismo. Me parece que debía haberme encontrado con una arremetida de propuestas, con un empujón en busca de los votantes indecisos o reacios, pero no hay nada. Me parece que tal vez no soy un ser tan extraño, sino que esto más que una campaña electoral es un esfuerzo inconexo sobre una alteración inequívoca de todo sentido democrático. De manera inexplicable recuerdo a Orhan Pamuk, el premio Nóbel de este año y compruebo, una vez más, que me simpatiza. Aún estoy golpeado por la lectura de sus libros, por su amargura, por su ciudad donde no encuentro a la vieja Constantinopla que tanto he investigado y estudiado. Me vuelve a la mente el rostro apacible de Pierre Rosanvallon y me pregunto qué conclusiones habrá sacado, cómo habrá comparado sus tesis con la realidad de este extraño país (es el país el extraño) y escribo esta especie de “crónica social” de una agradable noche en la Alianza Francesa escuchando al país y mirando el rostro apacible de un profesor francés.

Del trueque hay que hablar en serio
(1 diciembre 2006)

Lo del trueque planteado por el presidente Chávez no se puede despachar con acusaciones de regreso al paleolítico. En verdad por doquier se multiplican nuevas formas que genéricamente han sido llamadas de “economía solidaria”. Buscan la inserción social, la autogestión y la democracia. Se trata de una búsqueda común para problemas comunes y se le concibe como un paso adelante en el desarrollo del cooperativismo y como una nueva concepción del trabajo, incluyendo una lógica empresarial que para nada resulta contradictoria. Su propia dinámica interna ciñe estas organizaciones a lo local, aunque tienden a expandirse, inclusive a nivel global con una dinámica altamente interesante. Tienden a dos manifestaciones de independencia: del gobierno y del capital.

El caso argentino

La crisis monetaria del país sureño llevó a la aparición del trueque como medio de cubrir las necesidades básicas. Ante la imposibilidad de un consumo tradicional el trueque permitió, mediante la participación activa, una nueva formación de los precios. Tomando la palabra de Alvin Toffler en La tercera ola comenzaron a llamarse prosumidores. Este sistema paralelo de consumo ha sido adoptado en diversas partes. Las presiones por una remonetización no faltan, pero la experiencia está allí y no puede despacharse alegremente. La reaparición del truque o asociacionismo ha ingresado pues en la lista de grandes temas de la economía moderna.
Detrás del exitoso experimento argentino de prosumidores que ellos llamaron de “prosumidores urbanos” estaba también la inspiración del economista Silvio Gessel autor de La economía natural, donde plantea el tema de la oxidación de la moneda. Como lo dicen sus fundadores en el Club del Trueque se consigue de todo: alpargatas, zapatos, alimentos, ropa, perfumes, lámparas, cuadros, una torta de cumpleaños, servicios de albañilería o plomería, médicos, psicólogos, odontólogos, controladores de plagas, toallas femeninas. Estos clubes funcionan por acumulación de créditos, una cuasi-moneda.
En otras partes este sistema de trueque revaluado funciona mediante los “bancos de tiempo”. La unidad de intercambio es la hora. Se ofrecen los bienes y servicios y se pide a cambio lo que se necesita y ello incluye desde recoger a unos niños en la escuela o hasta reparar una instalación eléctrica. Se pagan con un talonario de tiempo. Es obvio que el sistema repotencia la solidaridad. Estos sistemas funcionan también en Inglaterra con el llamado Timebanks, en Estados Unidos con el Timedollar, en Japón con el Time Dollar Network Japan y en Cataluña con Bancdeltemps, sólo para mencionar algunos ejemplos. Asociaciones de acción comunitaria pululan por todas partes, muchísimas de ellas en el seno del capitalismo norteamericano. La situación ha escapado de las acciones de los consumidores y muchas empresas están aplicando el trueque, los llamados trueques empresariales donde, obviamente, no se intercambia dinero sino servicios. Según la Internacional Reciprocal Trade Association sólo en 2004 el 15 por ciento del total del comercio internacional fue hecho vía trueque. Este asociacionismo resuelve problemas de corto alcance, pero resulta efectivo.

Economía de solidaridad

Queda así entronizado el concepto de “economía de solidaridad”, una para materializarla en sus diversas fases de producción, distribución, consumo y acumulación. Una que va, por igual, contra el estatismo y contra el capitalismo puro y simple. Es evidente que predominan el factor trabajo y el factor solidaridad. En el fondo es el uso del mercado en otros términos, hasta el punto de que quizás deberíamos hablar de “reformulación del mercado”. Está fundada, obviamente, sobre “dimensiones no monetarias”, es decir, sobre el vilipendiado trueque, lo que lleva a lo que se ha dado en llamar “personalización del intercambio”, una fundada sobre la plataforma de la inserción. No tiene limitaciones en cuanto a arropar bajo sus normas conceptuales desde el cooperativismo clásico hasta las experiencias comunitarias.
Los conceptos en la ciencia económica, como en todas las demás, no pueden echarse al desprecio. Los términos abundan, desde “nueva microeconomía” hasta “economía alternativa”. Allí están y son discutidos.

El dinero electrónico

El dinero plástico o electrónico asume cada día más lo que antes representaba el dinero real. Tarjetas de crédito y de débito, cheques, transacciones vías Internet, transferencias de todo tipo. La lectura de cualquier texto sobre la historia del dinero nos demuestra que nunca ha habido maneras excluyentes y que el dinero ha convivido con diversas formas para el intercambio de bienes y servicios. Es así como el dinero electrónico nos plantea la existencia de una economía digital en la que sería absurdo negar la posibilidad de existencia a otras formas de intercambio, tal el trueque practicado hoy en día a nivel global. El dinero ha evolucionado gracias a Internet que resolvió la necesidad de velocidad de los intercambios hasta el punto de que podemos visualizar un mundo donde el dinero será electrónico y no material. Podemos leer esto como la desaparición de los medios de pago tradicionales. Entonces, ¿qué alarma causa que el dinero sea sustituido en la escala en que el trueque ha reaparecido como forma de economía solidaria?

Reinventando el mercado

La expresión viene del libro del mismo título escrito sobre la experiencia argentina por Carlos De sanzo, Horacio Covas y Heloísa Primavera. El premio Nobel de la Paz de este año al banquero de los pobres indica, entre otras muchas cosas, la aparición de un nuevo concepto del crédito, clave en el trueque renacido. Si se entra a la página del Programa de las Naciones Unidas para el Desarrollo puede encontrar referencias claves sobre el tema. Copio al azar: El Microcrédito en funcionamiento:

• Pequeños préstamos que rinden mucho
• República del Congo: un préstamo reactiva valor de la harina
• Vanuatu: las mujeres son ahora sus propias jefas
• Camboya: una peluquería es un boleto para salir de la pobreza
• Kazajstán: adoquines para la construcción
• Panamá: las mujeres quieren un molino arrocero y los hombres dicen que están locas
• Bosnia: Los refugiados que regresan crean nuevas empresas
• Indonesia: la cocina de una choza en que se elaboran meriendas produce utilidades
• Uzbekistán: un pequeño préstamo conduce a otro mayor
• Pakistán: los conductores de rickshaws duplican sus ingresos al utilizar gas natural

Este sector de economía social que, como hemos dicho incluye todas las formas posibles, encuentra en el truque un mecanismo de realización, uno más, no el único. Los teóricos de esta realidad lo llaman mercado sin capitalismo. Si lo vemos bien es un mercado, sin lugar a dudas, sólo que no es capitalista.
Uno de los argumentos fundamentales que se manejan para su implementación es la falta de trabajo asalariado disponible permitiendo este tipo de asociaciones la inclusión social mediante redes de solidaridad, producción y oferta de bienes y servicios dentro de la misma comunidad de intercambios.
El trueque ha reaparecido en el seno de la economía de hoy. Es objeto de estudio en buena parte de las facultades de economía del mundo entero. La bibliografía sobre el tema se multiplica. Sectores de izquierda lo asimilan al “socialismo del siglo XXI” y si hay sectores que lo consideran troglodita pues los promotores de ese planteamiento se apropiarán del concepto y de la práctica. Es, en realidad, una expresión social que busca nuevas formas de economía, de intercambio de bienes y servicios, una forma inclusiva que debe ser analizada y estudiada por quienes patrocinamos una justicia social bajo la égida de la democracia en lo que debe ser una economía humana para una democracia del siglo XXI.

Las instituciones invisibles
(21 diciembre 2006)

La legitimidad surge del acto electoral, la confianza proviene del convencimiento moral de que un gobierno busca el bien común. Sin confianza no hay estabilidad. Una mayoría electoral no es equivalente a una mayoría social. El voto es una preferencia, la confianza una sensación convincente de pertenencia. Frente a las exigencias sociales no puede producirse una reacción populista reactiva. Hay que partir de una programación de ejecución gradual, consistente y constante. Quiere decir, una acción incesante sobre las situaciones. Las mayorías electorales son una suma de votos. Las mayorías sociales son una suma que se llama pertenencia. La esencia de las democracias del siglo XXI no es tanto el derecho del voto y a elegir sino la opinión que las sociedades tienen de su gobierno.
La verdadera revolución es la voz moral. El populismo es una asunción de un modo radical para lograr la homogeneidad sobre lo imaginario. La posibilidad de un gobierno omnisciente no cabe en el siglo XXI. Muchos políticos creen que entienden a la gente cuando ofrecen soluciones concretas a los problemas concretos. El verdadero político es el que hace el mundo inteligible para el pueblo, esto es, el que le suministra las herramientas para actuar con eficacia sobre lo ya entendido. El populismo no se combate con populismo. El populismo debe ser combatido con la siembra de la comprensión llevada al grado de un estado de alerta.
La legitimidad electoral y la legitimidad social pueden contrastarse o encontrarse. La manera de encontrar la segunda excede al simple hecho de buscar el voto en una campaña electoral plena de promesas, generalmente demagógicas. Buscando la segunda suele encontrarse la primera. El planteamiento inteligible que produce efectos previos mejora notablemente la capacidad de escogencia. Las campañas electorales son la culminación de un proceso en donde el individuo manifiesta una preferencia. La masificada propaganda en nada podría modificar una asunción previa ganada en una democracia de cercanía generada por los líderes verdaderos que en ese proceso electoral buscan la voluntad mayoritaria del pueblo.
No se puede combatir demagogia con demagogia. El proceso de crear lucidez y pertenencia es ajeno a las palabras altisonantes y mentirosas. El proceso de repetición demagógica por parte de dos o más adversarios en una contienda por el voto conduce a soliviantar un individualismo feroz que se traduce en apostar a la mayor oferta engañosa. El vencedor, naturalmente, será el que ejerce el poder –si el caso es de una reelección- o, si se ha cumplido con la tarea pedagógica, el que ha hecho una obra previa de configuración de cuerpo sobre el que limita su acción a la campaña electoral misma.
En la democracia contemporánea se ha perdido el sentido de pertenencia, sustituida por el fervor de la antipolítica. Frente a un poder sobre el cual no se tiene control social, en cualquier país, –especialmente de América Latina- uno escucha a la población desguarnecida repetir “todos son iguales”. Uno de los dramas de nuestro continente es el abandono de la seriedad pedagógica, de la proximidad a los ciudadanos quienes son, en primer lugar seres pensantes, para ser, en segundo plano, sólo en segundo plano, electores. En el fondo, cuando hablo de la necesidad de una democracia del siglo XXI, estoy pensando en varias democracias que pueden convivir o enfrentarse. Se debe a que han aparecido las instituciones invisibles, una de las cuales es la confianza y otras que deben reaparecer, como el concepto de ciudadanía –solo visible a mediano plazo- y de ejercicio diario de la política, condenada por los manipuladores de todos los bandos sólo a época electoral. Casi instintivamente se generan los contrapoderes no visibles, pero que van creciendo imperceptiblemente hasta el momento en que hacen erupción sin previo aviso. Son, estos últimos, una reacción generada contra el virus de la política prostituida, de la demagogia y del populismo.
Comencé por decir que mayoría electoral no es mayoría social por acto automático. Comencé por decir que legitimidad no es confianza. Hay que aprender que la segunda debe ganarse cada día. Si seguimos con esta plaga de activistas de la política, mentirosos y demagogos, se mantendrá el punto en que la gente va a preferir a quien menor desconfianza le produce, pues ninguno le produce confianza. Así la legitimidad del poder y la legitimidad del ejercicio democrático estarán afincadas sobre un barro extremadamente frágil y, lo más grave, la democracia se derrumbará por efecto directo de todos, de los que ejercen el poder y de quienes pretenden sustituirlo, de los demagogos multiplicados, obligando al poder al ejercicio de la fuerza para atender compulsivamente las exigencias sociales. Terminará así la era de las elecciones y de la libertad, terminará así la democracia, matada en una acción conjunta por quienes no entendieron de la existencia de instituciones invisibles y de la necesidad de hacerle comprender el mundo al pueblo, de hacérselo inteligible, de hacerlo producir una acción consecuencial de la posesión de los instrumentos para cambiar el entorno, de los cuales el principal es la conciencia.

La agenda de las contrariedades
(26 diciembre 2006)

2007 va a ser el escenario de una de las confrontaciones más interesantes y decisorias de la historia venezolana. Si entramos en este año a gritar “Federación” porque los otros gritan “Centralismo”, o viceversa, no estaremos en el siglo XXI, habremos regresado plenamente al escenario del siglo XIX, uno que nos ha estado persiguiendo con saña en estos últimos ocho años. Es menester hacer retornar la política venezolana a un clima de ponderación y sensatez. Ello pasa por varias vertientes. En la oposición es necesario olvidarse de las elecciones del pasado 3 de diciembre. No entiendo como se recurre a ellas como fuente de pesimismo y de desgarramientos. No entiendo como se sigue girando sobre acusaciones de trampas y enviando cartas o redactando proclamas. No entiendo como columnistas de la oposición siguen escribiendo declaraciones de guerra a muerte. Desde el gobierno, siempre el principal responsable como detentador del poder, no se asoma una clara visión de Estado. Sobre el tema de los presos políticos el presidente Chávez emite declaraciones insensibles que nos hacen pensar en que si el presidente Caldera hubiese manejado los mismos criterios frente a los golpistas del pasado tanto el presidente Chávez como sus compañeros alzados en armas todavía estuvieran en la cárcel de Yare pagando sus condenas. Mientras el sector no oficial recoge firmas para una Ley de Amnistía, la presidenta de la Asamblea Nacional emite unas declaraciones exigiéndole un supuesto arrepentimiento y una solicitud de perdón a los presos con lo cual nos hace pensar que ella no es un político y cuando no hay políticos con quien conversar en términos precisamente políticos la actividad de manejo de los asuntos públicos se convierte en una charada.
La agenda, como está planteada, debe ser objeto de rápidas intervenciones quirúrgicas. Si del sector no oficial hay incendiarios que antorcha en mano hacen el delirio de no se sabe quien, desde el sector oficial la política comunicacional es absolutamente ininteligible. Los medios de comunicación del Estado se mantienen como si aquí no hubiese finalizado la campaña electoral; siguen con el tema del golpe del 11 de abril; continúan ridiculizando a dirigentes no oficialistas; la chabacanería de algunos programas alcanza cuotas impensables en un país medianamente decente. Con este tono que ni siquiera ha opacado la época navideña marchamos directamente a gritar “Federación” si los adversarios gritan “Centralismo” y viceversa.
Es absolutamente indispensable preservar la unidad de la nación. El debate que viene debe ser asumido con calma y con deseos de entendimiento. Debemos comenzar por aceptar que vienen cambios, que son absolutamente indetenibles, pero debemos estar listos para influirlos e, incluso, modificarlos. El debate crucial no puede ser asumido como si continuáramos en la campaña electoral. O nos enseriamos o nos perdemos. He advertido – y lo repito, pues me parece el punto esencial – que aquí debemos respetar las normas constitucionales, no incurrir en situaciones como las de Bolivia que el 15 de diciembre estuvo al borde del abismo y retrocedió un paso en el último momento. Ello significa que no se puede someter a votación en referéndum, como parte de una reforma constitucional, lo que sólo corresponde a un Poder Constituyente. Lo segundo, que la reforma deberá ser sometida a votación de manera desglosada.
Si el gobierno está dispuesto a caminar sobre estos dos pilares, entremos a discutir el fondo. En cuanto a la reforma, sería perfectamente admisible que se establezcan nuevas formas de propiedad al lado de la propiedad privada que viene respetada. Es conveniente un Poder Ciudadano elevado a rango constitucional. Muchas cosas son posibles y muchas más pueden y deben ser objeto de discusión seria. Una reforma constitucional de la magnitud que se avecina puede desgarrar a la nación. De manera que debe ser asumida con ponderación. Y también con determinación por parte del gobierno. No le negamos su derecho a hacernos a los venezolanos sus propuestas, pero los venezolanos deberemos votarlas una a una. Y sobre cada tema se deberán dar, de lado y lado, explicaciones convincentes de porqué se apoyan o se rechazan. Esta no es la hora de los gritos ni de los extremismos. Convirtamos al 2007 en un año de pedagogía política, no en un año de fotocopia de la Guerra Federal.
Si entramos a un debate de ideas arriba y no en el charco, si dejamos los extremismos de lado y lado, podríamos hacer del nuevo año uno donde la concepción de la ciudadanía brote aplacando las iras. El primer paso es bajar los decibeles de las injurias y de las manipulaciones. Hasta que se extingan, hasta que permitan el debate que se merecen los ciudadanos, uno alejado de una democracia tumultuaria. Desde el gobierno llaman a sus planteamientos “socialismo del siglo XXI” y yo me centro en lo que llamo “democracia del siglo XXI”. Ambos planteamientos coinciden en todo lo que se refiere a un amplio control social sobre el Estado, a la búsqueda de nuevas formas convivientes de economía, al establecimiento de una normativa jurídica que avance hacia la justicia social. Las discrepancias provienen del ejercicio excluyente, de los asomos de totalitarismo, de la vulneración de los derechos ciudadanos y a la preservación plena de una democracia inclusiva. Hay más coincidencias y más discrepancias, pero este no es el momento de elencarlas. Lo haré cuando llegue el momento de discutir cada tema. Lo importante ahora es que existimos quienes estamos abiertos a dar el gran debate, sin estridencias y con conceptos en la mano, amén de buena voluntad. Una que debe ser respetada, sin meternos la baza de los aspavientos, la imposición grosera o “el aquí mando yo y punto”.
2007 tiene, en este momento, una agenda de contrariedades. Propongo convertirla en una agenda de posibilidades, abierta y de altura. El gobierno es siempre el mayor responsable. Junto a la Conferencia Episcopal insisto en que el tema de los presos políticos, o como quiera llamárseles, es asunto prioritario, una manifestación clara de tolerancia. El segundo ha sido señalado con claridad meridiana: si seguimos el ejemplo boliviano de violación de las normas llegaremos al borde del abismo sin garantías de que no caeremos. Demos el gran debate de nuestro tiempo apegándonos al respeto y a las ideas. Por mi parte no gritaré “Centralismo” ni “Federación”. Las guerras civiles del siglo XIX allí deben quedarse. Lo que haré será escribir con serenidad mis puntos de vista sobre cada punto en discusión. No soy un guerrerista dispuesto a blandir armas. Lo único que tengo son ideas por lo que quiero cambiar esta agenda de contrariedades por una agenda de posibilidades.

Localización de extremistas
(29 diciembre 2006)

Primera localización:

Algunos columnistas de prensa no saben de matices. Para ellos socialismo es aquel que fracasó en la URSS y en Europa del Este. Según ellos no hay nada más que economía centralizada, muerte de la iniciativa privada, estatización de los medios de producción, hambrunas y colectivización forzada. Proclaman, con razón desde este punto de vista, que el capitalismo es el mejor sistema. Se acabó la historia, Fukuyama dixit. Lo único admisible es el capitalismo salvaje.
Algunos no creen posible la convivencia entre formas económicas, satanizan cualquier beneficio, proclaman que ser rico es malo, advierten a las cooperativas que no deben obtener ganancias, anuncian la muerte del capitalismo, no parecen ver que una estructura socio-económica como la venezolana es imposible de convertir en el otro extremo sin producir una hambruna, una desbandada de exilio y desesperación, una situación de violencia inenarrable.
Existimos los que creemos en formas mixtas de propiedad conviviendo pacíficamente, los que trabajamos por una economía con rostro humano, los que pensamos en una economía inclusiva donde son posibles sectores no capitalistas, en el regreso de la economía al control de la política perdiendo así su primacía sobre la vida social, en la no renuncia del Estado a la redistribución de la riqueza, en que no existe un solo conjunto de políticas dominantes que procure el bien colectivo, en la creación de espacios procomún donde se maneje un nuevo concepto de bienes y servicios.

Segunda localización:

Los que se la pasan gritando “ahí viene el lobo” y proclaman que el Apocalipsis está a la puerta de nuestras vidas, pero se quedan allí, no se les ocurre una idea a no ser la de llorar el pasado perdido y de refocilarse con sus miedos. Los que se dedican a repetir las mismas frases agresivas en una banal denuncia de la cual no entienden que no produce el más mínimo resultado. Los que se dedican a lamerse sus propias metidas de pata, por ingenuos y faltos de criterio político, y olvidan el principios fundamental del Derecho según el cual “nadie puede alegar su propia torpeza” o, lo que es lo mismo, su propia imbecilidad.
Los que se mantienen en el territorio de la burla del adversario a quien consideran enemigo. Los que mantienen una política comunicacional absurda, caricaturesca y destemplada. Los que proclamándose partidarios de la inclusión visten de rojo-rojito y quienes no se vistan son excluidos oligarcas, escuálidos y seres detestables a los que hay que pisotear.
Me he permitido llamar la atención sobre el concepto de política, de participación ciudadana, de discusión abierta, de concepto de partido, de reorganización social, de horizontalidad en las nuevas formas sociales, de reconocimiento de las nuevas redes de redes como contraloras del Estado y como fuente de decisiones. Me he permitido llamar a la implementación de una República de Ciudadanos.

Tercera localización:

Los ingenuos que creen que diciendo yo no participo, yo no soy pendejo, con mi voto no cuenten para una Constitución comunista (términos de algunos de los mails recibidos) han conjurado lo que viene indefectiblemente. Los que proclaman que el único propósito de la reforma constitucional es permitir la reelección indefinida ignorando ex profeso que vienen cambios profundos y que la posición correcta no es rechazarlos de plano sino dar sobre las propuestas las contrapropuestas en una discusión amplia y correcta, inspiradas, eso sí, en una concepción de justicia social, de avance sin miedo hacia nuevas formas de organización y de vida en común. Los que se olvidan que una reforma constitucional tiene que ser sometida a referéndum y que hay que apelar al pueblo –que no es una masa electora bruta que sólo come demagogia y populismo, sino una no dispuesta a dejarse cercenar lo que estima y considera derechos fundamentales.
Los que creen ser sabios profesores de Derecho Constitucional y se saltan la talanquera de todos los principios jurídicos pensando que somos una especie de Poder Constituyente dormido que basta despertar para someterle cualquier cosa. Esos, esos son partidarios de una democracia tumultuaria y una democracia tumultuaria sólo conduce a la explosión de la violencia y de la anarquía, a la manera de Marat y Robespierre. Los que no tienen prudencia y desoyen a los constitucionalistas de su propio bando que advierten que para refundar el Estado es absolutamente necesaria la convocatoria de una Asamblea Constituyente. Los que olvidan que aquí no se puede plantear una refundación del Estado, que no se puede proclamar a este país un Estado Socialista, sino avanzar hacia formas socialistas, si es que así insisten en llamarlo, cuando en verdad se trata de avanzar hacia una democracia del siglo XXI, inclusiva en todos los aspectos de la vida social e individual.
He dicho algunas cosas sobre la superación de la vieja concepción del Estado Liberal Burgués. He dicho algunas cosas sobre la superación de la vieja concepción liberal del Estado de Derecho. He planteado, meridianamente, la necesidad de un Estado Social de Derecho, uno que excede a un simple conjunto de normas constitucionales y legales, uno que he vinculado a la moral, uno que debe procurar la liquidación de la iniquidad, uno que mantiene una estrecha relación con la democracia mediante la persecución inagotable de su perfeccionamiento, uno que abandona la rigidez, uno que busca la equidad social y la protección de los débiles económicos.

Localización del equilibrio:

La localización de extremistas parece una tarea inagotable. La búsqueda de la justicia no es propiedad de nadie. Debemos partir de un centro político. Hacia la izquierda los matices serán muchos. Hacia la derecha los matices serán muchos. Debemos derrotar a los extremistas que desconocen los matices. Si partimos del centro los extremistas quedarán aislados, inermes, sin audiencia. Si partimos del centro será posible no matarnos en otra Guerra Federal. No tenemos necesidad de negociar nada, ni de sentarnos a ceder aquí para que el otro ceda allá. No estoy planteando una negociación típica. Lo que estoy planteando es un debate abierto, serio, de propuestas no reaccionarias, de conceptos claros, de respeto a los electores que, como he repetido miles de veces, antes que electores son ciudadanos. Y que la gente decida, votando desglosadamente, porque, a contrario, de algunos columnistas que desprecian al pueblo, yo lo respeto, aunque se equivoque, y es sobre la base del respeto al pueblo, pedagógicamente apelado, que podremos avanzar hacia una sociedad equilibrada, mejorada, justa y solidaria.

Salvamento en el naufragio
(5 febrero 2007)

Hay que iniciar una operación de salvamento de los principios. Hay que rescatarlos de las fauces voraces que los han prostituido. Los principios correctos deben ser rápidamente reivindicados. Hay que organizar con toda rapidez la operación de salvamento antes que la nave se hunda y pretenda llevarse al fondo del océano los planteamientos correctos, de tanto haberlos degenerado, de tanto haberlos utilizado incorrectamente, de tanto haberlos extrapolado hacia la locura. Los básicos de la libertad y de la democracia, entendidos no como parabas hechos de granito, sino como un proceso permanente de vuelo hacia la justicia y la equidad.
Hay que revalorizar los principios de una economía social inclusiva, con diversas formas de propiedad conviviendo pacíficamente. Hay que sacar a flote al Derecho, entendido como una construcción jurídica que procura una conformación social para la equidad. Hay que poner sobre el salvavidas la concepción de ciudadano que interviene y participa y recurre a toda forma de organización para hacer sentir su voz.
Tenemos que utilizar agua y jabón para devolver su transparencia prístina a todo lo verdadero que ha sido enlodado con el menjurje de la equivocación, del pasticcio ideológico mal asimilado, de la arrogancia unipersonal elevada a calidad de dogma.
Hay que salvar la idea del cooperativismo, principio y norma universal, ahora señalado como generador de empresas que tienen aspiraciones capitalistas de obtener ganancias y que, por ende, deben entrar en proceso regresivo. Hay que reivindicar al cooperativismo, como forma de asociación de ciudadanos en procura de objetivos comunes de producción y de consumo. Hay que decirles a los cooperativistas que el propósito de ahogarlos no responde sino a una confusión mental del permanente confundido mental y que la democracia del siglo XXI los rescatará conforme a las normas correctas, que los apoyará y los estimulará sin establecerle esos límites odiosos de cero obtención de ganancias.
Hay que advertirle rápidamente a aquellos a quienes han llamado demagógica y genéricamente “pueblo” que serán elevados a una mejor condición, a la de poder ciudadano que vigila, controla y castiga o premia las acciones de sus gobernantes. Hay que aclararles que podrán participar sin ponerse camisas de algún color determinado, hay que suministrarles la explicación razonada de que los demagogos que gritan “pueblo” no saben nada de la creación de una República de Ciudadanos, que ser ciudadanos implica un cúmulo de responsabilidades y decisiones compartidas.
Es la hora de aclarar meridianamente que aquí no hay vuelta atrás, que aquí se construirá una televisión pública sobre las bases del respeto, del equilibrio y del sentido de Estado. Es menester llamar a la república a que infle los salvavidas para que algunas cosas que se han dicho bajo el manto de la arrogancia y del ataque contra la libertad vuelvan a ser colocadas en su justa dimensión. Hay que reformular la división político-territorial sobre la base de una concepción sustentable de desarrollo. Hay que buscar papel lija para quitarle a los conceptos toda la herrumbre decimonónica. Hay que devolver el respeto a la majestad presidencial, cambiar los discursos por obra tangible. Hay que devolver a Bolívar a donde siempre estuvo, en el corazón de los venezolanos, quitándole la esquizofrenia y la utilización indebida. Hay que aprender a leer la realidad histórica y darnos cuenta que tuvimos hombres de carne y hueso que al lado de gestas heroicas cometieron errores, como es el caso de Páez.
Hay que educar para la amplitud, para la comprensión de lo que fuimos, somos y seremos. Hay que llamar a todos los equipos de rescate. La limpieza general de mutilaciones, equívocos, extrapolaciones, minestrones ideológicos y corrupción de ideas apropiadas, deberá ser tarea de todos. Hay que aprestar los útiles de limpieza, devolver el brillo a las ideas, deslastrarlas de este óxido maligno que levanta estatuas de cien metros, que compra sistemas de misiles antiaéreos, que se lanza a adquirir la producción de coca, que sueña con aviones no tripulados.
Galimatías como “la dictadura de la democracia verdadera” deben ser echadas al barril de los elementos tóxicos para ser sustituidas por pensamiento transparente conductor hacia una democracia de ciudadanos en pleno ejercicio de sus derechos. Los anuncios de supuesta oposición hecha por algún trasvertido de carnaval deben ser olvidados, deben ser recordados como muertos del 3 de diciembre, pues otra cosa nunca fueron. Ya basta del espectáculo lastimoso que algunos cadáveres dan procurando sobrevivir más allá de la muerte.
De allí la confusión, de allí el desasosiego, de toda esta amalgama de delirios oficiales y de opositores disfrazados, de allí sólo puede brotar la desesperanza. Este país parece un burdel; haría falta un Toulouse-Lautrec para que pinte los rostros pintarrajeados, para que refleje la decadencia, para que deje testimonio de esta hora menguada. Hay que comprar toneles de cloro, coletos, esponjas de metal y espátulas, para desinfectar, para raspar, para desintoxicar el piso de esta república. O se produce una reacción colectiva frente a los desatinos y frente a las impudicias o nos iremos consumiendo bajo un alzheimer colectivo. Hay que iniciar una operación de salvamento, urgente, acelerada, de emergencia, antes que esta mezcla fatídica de locura y bolsería nos convierta en óxido insalvable en las profundidades de la corrosión y de lo inaccesible.

El desarrollo de una nueva cultura política
(Marzo 2007)

Las inclinaciones totalitarias están creando malestar, especialmente donde más falta hace. Si uno sigue el debate conceptual sobre socialismo que protagonizan numerosos intelectuales de izquierda encontrará una inocultable tendencia de rechazo a todo totalitarismo y a una vigencia plena de la libertad y de la democracia.
Coincido plenamente con todos ellos. Dije en su momento –y repito ahora- que el límite de Chávez era la raya amarilla de la democracia y de la libertad. La reelección indefinida está dentro de esa raya y allí podemos encontrar otro punto de confluencia. Tal reelección implica algo inadmisible para estos dos principios, entre otras cosas, porque bloquea todo ascenso a cualquier líder distinto, oficialista o no, y porque signa al gobierno como un régimen unipersonal vitalicio.
Quizás haya que recordar la manida frase de “no hay mal que por bien no venga”. Creo estar asistiendo al despertar de la plena vigencia de un socialismo democrático que se reivindica a sí mismo sin abjurar de ninguno de los principios de equidad y justicia social. Sin abjurar de la exigencia de pluralismo, de diálogo y de tolerancia. Quizás sea el momento de profundizar en los planteamientos teóricos-doctrinarios de esta tendencia y llevarlos a la constitución de una innovadora plataforma de acción política, de una que reclama la independencia de sus propios cuadros y la necesidad de existir más allá de una simple participación burocrática.
La política es paradójica. En efecto, al producirse el reclamo de libertad y democracia, de pluralismo y diálogo, en el seno mismo del gobierno, se abre una puerta que hay que cruzar. Al mismo tiempo perjudica a Chávez en sus propósitos de eternizarse en el poder. El presidente tiene delante de sí una clara advertencia de que no será acompañado en propósitos contrarios a los principios claves y, en consecuencia, o comprende de una vez por todas que su gobierno tiene un límite en el tiempo o se lanza por el despeñadero de la aventura donde sólo le acompañará un puñado de incondicionales fanáticos.
Bien podemos aprovechar todos la coyuntura para crear una nueva conciencia política en Venezuela. Los planteamientos que he hecho sobre la concepción de un Estado Social de Derecho no tienen color socialista ni ideológico particular ninguno. Son principios que bien pueden ser asumidos por el cuerpo social todo, incluyendo a los partidos de diverso signo. Los planteamientos que he hecho sobre una economía inclusiva están reflejados por todas partes como un anhelo nacional, hasta en el buen documento de la Conferencia Episcopal Venezolana. Sólo algunos sectores venezolanos demasiado a la derecha se limitan a atacar a Chávez sin decir una palabra sobre la necesidad de atender a una sociedad de pobres. Lo que sí hace una centro-derecha que comprende perfectamente los tiempos presentes. He insistido mucho en las formas horizontales que deben tener los partidos de este siglo, sobre una nueva concepción de la política que deje en el pasado la de líderes providenciales y la de “direcciones nacionales” inmunes a los criterios y al pensamiento de las bases populares. Hay, pues, en los hechos, una nueva cultura política emergente que todos juntos debemos atribuirle al país –pedagógica y democráticamente- y abrir así un nuevo juego sobre las bases de la democracia y de la libertad, y también de la concepción de una nueva organización social que no dependa de las dádivas sino de una convicción profunda de hacer ciudadanos y no fanáticos estériles.
Tiendo la mano a todos los que andan por este camino. El juego democrático implica divergencias, contrastes, lucha por el poder, batallas generales y particulares. Podemos incurrir en todas ellas, el asunto clave está en que mantengamos la posibilidad de hacerlo. Y después de garantizarnos la base esencial ir –paralelamente, desde ya- a implementar esta nueva cultura política. Este es el único y verdadero gran esfuerzo unitario que vale la pena. Los otros son acuerdos de partidos, de facciones, de grupos y eso no tiene validez trascendente. Lo importante es comprender la oportunidad que el momento histórico nos brinda a todos y luchar denodadamente por establecer una cultura política donde podamos diferir.

Reservistas que gritan socialismo o la lectura de un historiador inglés
(12 febrero 2007)

La celebración de un desfile militar para conmemorar un intento de golpe de Estado es ya, en sí, una afrenta. Reservistas gritando “Patria, socialismo o muerte” y la colocación en las puertas de los cuarteles de letreros con esa consigna, tal como lo demuestra la fotografía publicada por un diario nacional, nos hace ver que la Fuerza Armada Nacional es tratada no como tal, sino constreñida a ser el ejército de una facción en el poder, o tal vez deberíamos decir de una “falange” en el poder, o quizás deberíamos decir de un “fascio” en el poder. La colocación, por vez primera desde Pérez Jiménez, de la banda tricolor presidencial sobre un uniforme militar elimina toda duda sobre esta realidad.
Leo Hitler, del historiador inglés Ian Kershaw y veo venir la celebración de la Copa “América”. El paralelismo de cómo el nacionalsocialismo del siglo XX utilizó las Olimpíadas de 1936 para mostrar la “frescura” de Alemania, la “felicidad” de Alemania, la “grandeza” de Alemania y “los deseos de paz de Alemania”, me hace advertir que la fiesta futbolística que se celebrará en Venezuela será utilizada para mostrar “los avances del socialismo”, la “felicidad de los venezolanos” y el “amor por el comandante de la revolución”. Veremos pendones en todos los estadios. Aquí habrá gente de todo el mundo, tal como en las Olimpíadas del 36, en medio de grandes fastos, de opulentas celebraciones, de grandiosos agasajos.
¿Desfile militar para celebrar un golpe fallido? Hitler lo hacía cada año para “gloria” del fracasado de 1923. Leo en el libro de Kershaw como, desesperados, los militares alemanes se miraban los unos a los otros y argumentaban “el pueblo está con Hitler”, para volver a la parálisis total y a la resignación, aún a sabiendas de que el camino que seguían conducía a la destrucción de Alemania. Este libro del historiador inglés es el mejor ensayo que he leído sobre la locura colectiva, de cómo se dejaron pasar “pequeñas violaciones” en aras de la reconstrucción de la grandeza alemana, de cómo se recurrió a la “vista gorda” ante los “éxitos” de Hitler, perdonándole así sus desvaríos. Leo aquí como la oposición al régimen fue aplastada hasta convertirla en nada, proceso que comenzó con la Ley Habilitante que Hitler hizo aprobarse en 1933 con el nombre de “Ley para la protección del Pueblo y el Estado”, bajo el argumento de que era necesaria la rapidez para avanzar con la revolución nacionalsocialista.
Estas más de 2.500 páginas del Hitler de Ian Kershaw, originalmente publicado en inglés en el 2000 y en español en el 2002, demuestran como 60 años después de la tragedia alemana aún faltaba mucho por decir. Especial interés revisten las contradicciones internas del régimen nazi, las pugnas por la obtención de cuotas de poder, las oportunidades desperdiciadas por los hitlerianos para desembarazarse de Hitler. Cuando un régimen acumula tanto poder y se centra en la figura de un caudillo, toca a las propias fuerzas internas tomar decisiones. Lo que hay que recordar es que esas fuerzas internas existen.
La declaración abierta la dio el general Müller Rojas: la reserva existe para evitar un golpe de Estado. A la luz de esta afirmación se concluye que el desfile del 4 de febrero fue uno de advertencia a la Fuerza Armada Nacional, uno contra la Fuerza Armada Nacional, uno de temor frente a la Fuerza Armada Nacional, uno de intento de imposición a la Fuerza Armada Nacional de obediencia ciega bajo la amenaza de un ejército paralelo.
Con la lectura de Kershaw uno se da cuenta que el poder totalitario no es una roca indestructible como aparentemente luce. Las conspiraciones estaban al orden del día y, una de las cosas más interesantes, a pesar de la SS Hitler no se enteró, ni siquiera que el propio Jefe del Estado Mayor, el fiel seguidor, era el líder de una de ellas. Las implosiones vienen de la estructura misma del poder totalitario, implosiones siempre vivas y al borde de encenderse. Los éxitos sin disparar (Austria, los Sudetes) mantuvieron al Führer en el prestigio. Después los militares alemanes tuvieron que pelear y las docenas de conspiraciones para derrocar a Hitler se fueron disipando. Militar en guerra no conspira, a menos que la guerra conduzca al suicidio.
Las contradicciones, los apetitos desatados, los deseos de poner término a la situación indeseable, no son visibles en el poder totalitario. Este parece, hacia fuera, una roca inconmovible, pero adentro es una jaula donde las pasiones siempre están al rojo vivo. Es, al menos, lo que uno concluye leyendo Hitler de Ian Kershaw.


La renovación general del concepto democrático

(23 abril 2007)

No podemos seguir considerando a la democracia como algo establecido sobre la que ya no hay nada que decir. Elecciones, Estado de Derecho, independencia de los poderes, respeto y tolerancia, todo eso sí, pero el fardo ya no aguanta más. Hay que renovar todos los conceptos, desde la economía hasta el derecho mismo, desde la concepción de la política hasta el criterio sobre los liderazgos, desde lo que se considera un partido y la determinación de su rol social hasta la organización horizontal de los ciudadanos, desde la participación permanente hasta una inclusión social progresiva y acelerada. Hay gente que se empeña en hacer política con los mismos instrumentos y las mismas declaraciones falsas. Hay gente que funciona con gríngolas, sobre todo en este país nuestro.
Las elecciones francesas tienen una importancia capital porque se realizan en medio de una crisis general de la democracia. A pesar de que ha habido elecciones por todas partes yo no vacilo en calificar a esta francesa como la primera del siglo XXI. La altísima votación, alrededor del 86 por ciento, es alentadora porque indica que los candidatos lograron llegar a sus conciudadanos que entendieron perfectamente lo que se jugaba. Independientemente de lo que suceda en la segunda vuelta (las matemáticas de Luis De Lión son implacables) no deja de entusiasmar que Francia se haya masivamente volcado sobre las urnas electorales y que, a pesar de las críticas, el contenido de la campaña haya develado aristas de lo que debe ser el futuro.
La democracia es invención, construcción permanente, proceso inacabado, desafío a la imaginación y al talento. Los que juegan y juzgan con sus moldes atávicos sembrados en el interior de sus cerebros periclitados son los peores enemigos de la democracia. La falta de empuje hacia delante tiene consecuencias serias, si lo sabremos los venezolanos. Aquí nos caracterizamos por un lenguaje rancio, podrido y repugnante. No pretendo hablar mal del gobierno, el gobierno habla mal de sí mismo cada vez que abren la boca sus ministros. El Jefe del Estado habla pésimo de sí mismo: “Salten, salten” y los cretinos saltan. Desde el gobierno se nos recuerda que hemos dejado de ser un país. Oír declarar a Manuel Rosales indica de manera tajante e inapelable que con semejante líder la oposición no llegará nunca a ninguna parte. Y oír sobre las marchas lo hace sudar a uno patetismo: se sientan con el gobierno a conversar sobre medidas de seguridad y lo anuncian impúdicamente: habrá francotiradores y más de mil policías. ¿Contra quien protege el gobierno a las marchas oposicionistas sino es contra sí mismo? Con estas medidas de seguridad lo que el gobierno se asegura es el control de la marcha, con la anuencia de sus promotores estúpidos, se asegura que esta “concesión” no se saldrá del ritmo que ellos consideran normal en medio de declaraciones altisonantes plena de advertencias sobre las violentas reacciones que el oficialismo lanzará contra los “golpistas” y contra los “aventureros”. Esta oposición es patética, desequilibrada, mediocre e infame. Sobre marchas “protegidas” por las autoridades, nerviosas y esquizofrénicas, que le vayan a preguntar a Gasparov, el brillante ajedrecista ruso líder de oposición contra Putin, a quien meten preso cada vez que sale a la calle a denunciar lo que considera la dictadura rusa.
El planteamiento teórico y conceptual sobre la democracia lo hemos asumido en Venezuela unos pocos contados con los dedos de una mano y sobran dedos. Ningún político ha tomado las ideas hacia la práctica, lo que sí sucedió y sucede en Francia. Lo que Ségolène Royal ha planteado no tiene nada que ver con un socialismo del siglo XXI. Lo que la señora Royal ha dicho se refiere a una democracia del siglo XXI, para lo cual se ha nutrido de lo pensadores excepcionales que tiene su país. En Venezuela asistimos a espectáculos como la incorporación de la tarjeta “Mi negra” al programa de gobierno de “Un nuevo tiempo”, absoluta estupidez. Es necesario que la nación genere un nuevo tejido político, nuevos líderes y se de una oposición a tono con los tiempos presentes. El país que no comparte las andanzas de este gobierno debe tener muy claro que con este combo oposicionista no se va ni a la esquina, que seguirá en el limbo, que con estos sujetos que hablan un lenguaje lastimoso y decimonónico jamás habrá un país diferente.
La democracia pierde, se diluye, tiende a desaparecer entre nosotros, no sólo por las manifestaciones demenciales del gobierno. Si la democracia se evapora entre nosotros –y más allá, el país mismo se evapora- es porque los políticos que tenemos dan vergüenza, son de una mediocridad inestimable, son los restos balbuceantes de alguna enfermedad tropical peligrosa y destructiva. Aquí tenemos que aprender a construir una democracia y ese empeño va a ser doloroso y largo. Mientras no aparezca una oposición que merezca tal nombre, un liderazgo que se pueda llamar tal, un empuje inteligente hacia la renovación de los planteamientos, un aire fresco que entusiasme y nos lleve a la lucha democrática con ímpetu y emoción, nos seguirán ordenando “salten, salten” y saltaremos, como saltaban aquellos payasos escondidos en una cajita de madera, para lo que bastaba apretar un botón.

Matrimonio a la italiana
(25 abril 2007)

Después de un largo noviazgo de más de 12 años durante los cuales participaron juntos en las elecciones y de integrar ambos el gobierno de Romano Prodi, la pareja ha decidido casarse. Los Demócratas de Izquierda (DS) provenientes del antiguo Partido Comunista Italiano, y la Democracia y Libertad, la antigua ala izquierda de la Democracia Cristiana, conocida como Margarita por su símbolo electoral, acaban de contraer matrimonio. Excomunistas y exdemocristianos juntos han formado, y terminarán de perfeccionar este año, una nueva casa que se llamará Partido Democrático. Prodi ha ejercido como padrino de boda: “El PD es una visión ética y política nueva”.
El PD, símbolo viviente de nuevas concepciones de la vida política, se define como moderado, de izquierda y renovador, uno llamado a superar las incertidumbres. Las matemáticas y las encuestas no engañan: será el primer partido de Italia, por encima del movimiento que lidera Silvio Berlusconi. Han proclamado que se acabaron los protagonismos, que elegirán los directivos en primarias, que se acabaron las dañinas cuotas y grupos internos, que los asuntos religiosos no intervendrán para nada como cuña molestosa porque eso se refiere a una escogencia ética y moral, no política. Rechazan los viejos temas obsoletos y se lanzan por el camino de la lucha por un acuerdo sobre el clima y contra la pena de muerte, como asuntos prioritarios en la agenda internacional.
Han hecho referencias interesantes: la formación del PD, piensan, es la aplicación real del Concilio Vaticano Segundo y sobre la elección francesa han criticado duramente a los patriarcas socialistas que se oponen al planteamiento de Rocard para un entendimiento entre Ségolène Royal y Bayrou, pues consideran que los extremos deben tratarse con cuidado y lo que conviene a Europa es una centroizquierda fuerte.
Hay que admitir que la lucha política por dotar a Italia de un gobierno de centroizquierda contra el predominio de Berlusconi los llevó a alianzas electorales, pero también hay que reconocer que la sorpresa de exdemocristianos y excomunistas juntos en una sola organización es una muestra increíble de los nuevos tiempos. No ha habido el menor problema ideológico para la unión: los tiempos presentes marchan hacia la renovación del sistema democrático, de una fuerte preocupación social y en esta madurez que ahora nos muestra la política italiana no hay considerandos para asuntos subalternos. Si hay una identidad en torno a las bases para renovar la política, para dotar a los países de organizaciones partidistas fuertes que superen los viejos males (partidocracias, sectores internos en pugna, respeto absoluto por la voluntad de los militantes) ya no hay diferencias insalvables. Una centroizquierda moderada, pero comprometida a fondo con los cambios sociales, es lo que la política italiana muestra a un mundo asombrado por la unión de viejos adversarios de más de medio siglo.
Y una constante que me he permitido resaltar en mis más recientes artículos de opinión: hay que aprender a vivir con la incertidumbre, pero no chocándola sino reduciendo los viejos términos antagonistas, conforme a la lista que he hecho en otras oportunidades elencando contrarios que deben dejar de serlo. Si excomunistas y exdemocristianos logran estar de acuerdo en lo que quieren he allí una reducción cierta de la incertidumbre. La política italiana, a pesar de su obsecuente inestabilidad, ha dado una muestra de madurez de siglo XXI. ¿Cuál es la reacción del líder de esta coalición que hoy gobierna a Italia? El Primer Ministro Romano Prodi ha dicho que toda su ambición es terminar la presente legislatura y retirarse, que no insistirá en mantenerse en el cargo, que nuevas generaciones deben copar el protagonismo de la política italiana.
Lo sucedido en Francia apunta por este mismo camino: los extremos se han reducido, tanto de derecha como de izquierda, y quien ha planteado la posición de centro, caso Bayrou, ha cosechado el éxito. No estamos para extremismos ni para posiciones irreconciliables. Lo que se requiere es una renovación del concepto democrático, eficiencia y eficacia, eliminación de la marginalidad política y económica, aire nuevo que deje atrás las estupideces y las contradicciones periclitadas.

La desventura del lenguaje
(30 abril 2007)

A un país se le deben dar respuestas respetuosas. En el lenguaje está la importancia clave. No se trata de que yo sea un escritor: cualquier psicólogo social podría dar una extensa explicación sobre la conexión entre pensamiento y lenguaje o entre estructura mental y expresión lingüística. Cuando el lenguaje se desvirtúa toda la psiquis colectiva se desmorona. Cuando ya lo que se dice carece absolutamente de importancia se ha llegado al extremo de la barbarie, al hombre primitivo, al mantenimiento de los lazos sociales basados exclusivamente en la alimentación, en la satisfacción de las necesidades primarias y elementales, como los pueblos de la edad de piedra. Cuando se llega a estos extremos el pensamiento no pasa sino por la sobrevivencia, por los rasgos elementales, se pierde toda conexión racional, prevalece el instinto, desaparece toda posibilidad de estructuración de conceptos.
Este es el lenguaje que tenemos: si la Comisión Interamericana de Derechos Humanos demanda a Venezuela ante la Corte Interamericana de Derechos Humanos, lo hace porque esos señores han sido tradicionales aliados de la derecha, de los fascistas y golpistas venezolanos. Si se produce una lamentable muerte a manos del hampa desatada eso se asocia de inmediato a una conspiración malévola, asesina y conspirativa de parte de un sector político inadaptado. Si un mango se cae de una mata ante la proximidad de mayo pues se debe a una conspiración del imperio. Si de una manifestación de protesta se trata ante el cierre de un canal de televisión el plato fuerte es un espectáculo humorístico y rochelero.
Ya no cabe, siquiera, la queja ante la falta de imaginación. Pretender imaginación está resultando absurdo. La capacidad de imaginar está perdida porque el interior lo que recoge del exterior es basura. No se puede imaginar porque ya no se piensa. Venezuela sigue siendo un conjunto pero uno que carece de ideas. No me refiero a sesudos trabajos de pensamiento que conformen un cuerpo. Ya ni siquiera logramos imaginar y pensar la cotidianeidad. La cotidianeidad se ha tornado abrumadora. El diario trajín es uno de ofensas contra el raciocinio de la gente venezolana. Llega el momento del bloqueo psicológico, del encierro en la familia y en los propios intereses. Ya no se quiere oír más, ya no se quiere pensar.
El irrespeto continuo, la dicotomía absurda, el maniqueísmo llevado al grado de doctrina de Estado, convierte a un país en un rebaño, pero con una advertencia, una que pasa por una rebelión subyacente, en estado de letargo momentáneo. La praxis política no se destaca de esta anonimia.
Pero es que la falta de imaginación, la imposibilidad de romper el enclaustramiento maniqueo y sesgado, es lo que caracteriza a la política venezolana de hoy. El gobierno carece de explicaciones y cae en los absurdos y en un estereotipo inadmisible. La oposición carece de ideas y convierte una lucha por la democracia en un torneo de banalidades, en una repetición constante del mismo ataque ya inocuo e intrascendente. En medio, y mirando, está la población venezolana, una perpleja y acogotada, una que no oye nada, una que piensa que ya no hay destino colectivo, que todo está perdido.
Es un deber inaplazable ir al rescate del lenguaje. No pidamos peras al olmo, no esperemos que desde la mediocridad gubernamental provenga semejante e impensable cambio. Debe venir de quienes discrepamos del gobierno y debe venir, fundamentalmente, de la población misma en un acto de reacción de quien está en situación de extrema presión. Allí hay una buena manera de iniciar el combate democrático de otra manera: rechazar las expresiones burdas, reflejar en todas partes y de todos los modos una condena al estereotipo y al desprecio hacia los venezolanos y su inteligencia por parte de los repetidores de simplismos y de pequeñeces mentales. Las grandes batallas comienzan por cosas aparentemente simples y cuando cada ciudadano se alce desde sus derechos y desde su dignidad a rechazar las repuestas condenables comenzaremos a crear una sociedad capaz de corregir los entuertos de la historia.

La inmensa campana de aire envenenado
(7 mayo 2007)

Venezuela se ha convertido en una agencia de publicidad. Lo que prevalece es el decorado, la forma de vender el producto, la repetición de la “cuña” publicitaria. El producto que se vende es la revolución bolivariana-socialista-endógena-indoamericanana. Así se ha construido sobre el territorio nacional una inmensa campana de plástico. Hemos pasado a ser un espacio cerrado, uno donde no hay circulación del aire, uno donde las exhalaciones van viciando lo que respiramos. Nos hemos convertido en plástico con un escenario de cartón piedra y anime. Vivimos inmersos en la repetición constante de esta publicidad por parte de un gobierno que no gobierna sino que se vende.
Esta campana es impermeable, no permite la circulación del aire, la entrada de aire renovador; en verdad hemos llegado a un punto donde no tenemos exterior, lo que tenemos sobre esta campana son ventanas pintadas con escenas de exterior. Los publicistas dibujan sobre el plástico. Todo lo damos por supuesto, lo que implica una tarea descomunal que no es otra que la de reinventar lo supuesto. Los venezolanos miramos los dibujos y no nos hemos dado cuenta que son dibujos, que esto no es más que una campana. La normalidad no es otra cosa que el envenenamiento progresivo con el aire contaminado que se presenta como no renovable. Lo supuesto se ha establecido con todo su peso y los organismos que somos nos movemos en una cámara lenta impuesta por el estupor del aire contaminado. Carecemos de la capacidad de reinventar lo supuesto y, en consecuencia, languidecemos en la falta de imaginación, en la ausencia de pensamiento, en la imposibilidad de un esfuerzo por perforar la burbuja en procura de aire fresco, en la incapacidad aplastante de negarnos a dar por ciertos los dibujos simuladores de lo real exterior.
En el país desfalleciente pululan los zamuros, otra cosa no es, por ejemplo, el Centro Carter, aparecido cuando huele conflicto en el cual medrar, cuando ve venir un conflicto en el cual intervenir como apaciguador de oficio, como mediador que logra compromisos que impidan cualquier cambio del aire viciado. Reunirse con el zamuro es otorgar beligerancia a un depredador carroñero. La reunión que el señor Rosales ha sostenido con el Centro Carter debe interpretarse como una de su partido “Un nuevo tiempo” con un zamuro, de manera que nadie venga a decir que un sector discrepante de la sociedad venezolana se ha reunido con la señora Jennifer McCoy. No, se ha reunido con el Centro Carter un partido que no tiene la menor idea de lo que hace, un donador de órganos, un petulante concesionario de papeles protagónicos que se cree, al mismo tiempo, protagonista cuando repite sus sandeces al zamuro.
En este país lo que se requiere es insuflar aire a la burbuja aprisionante para que los cerebros se despierten y dejen de creer en escenas publicitarias. Lo que se requiere es una demostración de que el aire se puede sanear so pena de encerrarnos cada uno en una campana más pequeña dentro de la campana grande a conservar los últimos restos del absolutamente necesario oxígeno para sobrevivir. Hay que soplar desde la apatía y el silencio para hacerle saber a la campana de plástico que su resistencia no es inviolable. A la campana-campaña publicitaria llamada revolución bolivariana-socialista-endógena-indoamericana, y todos los adjetivos que esta agencia de publicidad inventa todos los días, hay que oponerle explicación. La explicación rompe lo implícito, recupera para el análisis lo que se ha dado por supuesto, bombea aire a la revelación de lo que nos hace falta para liberarnos es una bocanada de aire fresco y sustitutivo.
Atontados como andamos por la falta de oxígeno, por el envenenamiento del aire de la campana donde estamos encerrados, caemos en la rutina del horror, de uno permanente, del cual se nutre esta agencia de publicidad para mantenernos melancólicos a la espera de la muerte. Explicar significa hacer entender al paciente melancólico la causa de su melancolía, hacerle entender que se hipnotiza con el aire viciado, que es necesario hacer brotar la creatividad desde los restos de energía y que es necesario reinventar, redescubrir, reformular.
Alguien aseguró alguna vez que patria no es otra cosa que el lugar donde estamos bien. Si estamos mal no tenemos patria. Este aire perverso está diseñado, publicitariamente, para matar la política, porque la política es un invento de los hombres para poder vivir en paz. Lo que este aire envenenado ya ha logrado es matarla y sin política lo que haremos en los estertores será dar cabezazos sobre las paredes de plástico de esta campana. Hay que reinventar la política, hay que combatir a la agencia publicitaria que la ha desterrado, a la agencia asesina de política, mientras lo que vemos es exactamente lo contrario, la práctica conforme al guión de aire envenenado, a los fanfarrones repetidores de lo supuesto, a la falsificación de palabras de quienes no tienen capacidad ninguna para soplar aire fresco dentro de esta cámara mortal donde hay que recrear las condiciones de la vida.

El aprendizaje de deletrear el alfabeto
(14 mayo 2007)

Hay que aprender a deletrear el alfabeto, a conocer cada letra en todas sus posibilidades, a formar sílabas y de allí pasar a las oraciones. Analfabeta no es sólo quien no sabe leer y escribir, analfabeta es el incoherente. Hablo de política, claro está. La forma es tan importante como el contenido. En muchas ocasiones la exploración de la forma se sobrepone a la realidad aparente. Quien no maneja la forma entierra pilares en lo inconsistente. Una de las formas sustentables de la política es hacerla capaz de generar realidad. Hay que notar que la agencia publicitaria que se dedica a asesinar la política es porque está descontenta con ella y quien está descontento con la política en verdad está descontento con todo, incluyéndose a sí mismo.
Lo real no puede separarse de la forma. Cuando algo resiste a la mirada de quien quiere transformar o sustituir hay que aprender a superar la capacidad de resistencia que opone y ello pasa por sembrar de manera tal que las posibilidades se hagan muchas. Para ello se requiere creatividad, porque cuando se riegan formas creativas se multiplican las opciones y las alternativas. La creatividad no puede calificarse como una excelente forma de defensa, porque la creatividad se convierte en un cuchillo que corta el analfabetismo, lo paraliza y le quita la iniciativa.
Lo que vivimos en Venezuela se asemeja cada día más a una manifestación de fidelidad a la miseria. Esta realidad tiene variantes psico-sociales y políticas. Este régimen se encontró un país naturalmente propenso a ser hipnotizado, es más, se encontró con un país que quería ser hipnotizado. La protección que sobre él habían ejercido los gobiernos democráticos se había resquebrajado, diluido y evaporado. El gran padre es, en la historia universal, el que restituye, el que venga, el que tiende su manto asistencialista mediante el cambio de nombre de todo y con la cobija verbal arropa y da calor. Toda la escenografía converge a la creación del ambiente de ilusión, siendo el teatro “Teresa Carreño” el ejemplo más claro y preciso: ese espacio ha sido convertido en la gran sala de ópera de la revolución. Lo que quiero decir es que, ante la incapacidad de construir sus propios escenarios, el proceso-cambia-nombres se apodera del espacio de lo anterior porque ese espacio ya forma parte de la imago colectiva y con banderas y el uso monótono de un color transfiere a la masa la sensación episódica de una aventura revolucionaria de la cual bien vale la pena formar parte. Los códigos son simples, primitivos diríamos, dado que se recurre más que al uso de las viejas maneras de los fascismos del siglo XX a un ejercicio propio de lo tribal, en el sentido de hacer entender a la gente que hay un nuevo manto protector que para ser adquirido sólo requiere pertenencia, llámese militancia. La mejor prueba de este aserto es la constante afirmación de que ser rico es malo: con esta afirmación lo que se quiere es retrotraer a la población venezolana a unos supuestos fundamentos del ser humano, a un supuesto estado de carencia de las originarias construcciones humanas.
Esto es, estamos ante planteamientos que nos remiten a trasnochos que ya ni siquiera pertenecen al siglo XIX sino que van más atrás, a los orígenes mismos de la investigación sociológica cuando comienza a analizar la agrupación de los hombres en sociedad. Se quiere organizar este país sobre la base de una solidaridad primitiva y para ello se le advierte a los objetivos del experimento que allí en el horizonte hay una preñez de peligros que sólo el gran organizador puede conjurar con “camisas rojas”, con discursos que mantienen a raya a los monstruos que se asoman. Este país se convierte, entonces, en una tribu apretujada de gente asustada-emocionada-ilusionada que cree haber encontrado la protección requerida.
Para combatir este brote de sociología primaria se debe aprender a deletrear el alfabeto. Hay que comenzar por explorar los caminos de la posibilidad frente a los caminos de la realidad. Si quienes resisten no tienen el planteamiento adecuado es porque el estado mismo del país genera su discurso. Así, quienes resisten, no pueden tener la seguridad de convertirse en la nueva opinión dominante sustitutiva de la protección otorgada por el piache que administra alimentación, seguridad en la esperanza, (aunque no en la práctica cotidiana), convencimiento de que los monstruos viejos no volverán ni nuevos monstruos procederán a liquidar la ilusión. Terminamos conviviendo con el régimen co-hipócritamente y co-histéricamente.
El discurso, la forma, va pues a contracorriente del medio, la realidad. Hemos regresado tanto que uno nota el brote de los viejos conceptos para oponérselo al rebrote de lo antiguo disfrazado con adjetivos supuestos de este siglo. Si aquél habla de una especie de refundación de un ismo, desde el otro lado se recurre a viejos preceptos del siglo XIX como si la teoría social no hubiese evolucionado, es más, como si no estuviera en la obligación de evolucionar. Si en este análisis, que no sabe deletrear el alfabeto, esto es izquierda, pues lo lógico de oponerle es derecha. Si este dice que la propiedad es mala el discurso de quienes resisten responden reotorgándole valor absoluto al mercado.
La paradoja de este planteamiento de regreso a lo cuasi-tribal está, en primer lugar, en que arrastra a su oponente a la misma atmósfera mental y, en segundo lugar, lo que constituye lo más grande del ángulo paradójico, es que hace imposible el regreso al pasado que se pregona desde ambas partes. He allí el encierro en un alfabeto con cuyos elementos no se sabe construir frases y conceptos: no hay códigos sustitutivos, nadie sabe lo que es el mañana, nadie tiene el manejo de lo que política se llama “los tiempos”, nadie logra articular frases, la forma, para hacerle entender a un país cohabitante con un espasmo de retorno temporal y espacial, que la palabra futuro aún se conserva en el diccionario y en el campo de las posibilidades. Si nadie sabe deletrear esta palabra, el pueblo está y estará con la nueva ópera que se canta desde el escenario robado del “Teresa Carreño” y desde el patio de la Academia Militar. Hay que aprender a deletrear el alfabeto.


No volverán las oscuras golondrinas

(11 junio 2007)

Parafraseo al poeta prerromántico Gustavo Adolfo Bécker: “No volverán las oscuras golondrinas en tu balcón sus nidos a colgar”.

Un escritor chileno publica en su país un artículo para lanzar sobre mí una “gravísima” acusación: “tercerista”, me llama. Según él, quien no esté defendiendo a la revolución de esta oleada de estudiantes es cómplice antirrevolucionario. Por otra parte, quién no esté con el gobierno deberá pertenecer a la resistencia oligárquica e imperialista. No concibe el colega escritor que algunos venezolanos nos propongamos otra cosa, una democracia del siglo XXI.
Si no recuerdo mal, desde mi condición de abogado en retiro, “tercerismo” es un término esencialmente jurídico. Se refiere a quien tiene “una pretensión propia e independiente”. Es, pues, lo acepto, perfectamente trasladable al campo político, uno eminentemente jurídico y, en efecto, es lo que estamos haciendo cada día más venezolanos: tener una pretensión independiente, una ajustada a los tiempos, una a la que no renunciaremos jamás: decir que no aceptamos otra cosa que democracia, que la democracia no es un cuerpo muerto sobre el cual ya no se puede innovar, que tenemos ideas y conceptos para nutrir a la democracia de la energía para seguir su camino deslastrada de los vicios que dieron lugar a su caída en Venezuela.
Un dirigente político amigo que ha ocupado altísimos cargos en la vida nacional un día me increpó: “Ustedes los intelectuales no sirven para políticos porque no les gusta repetirse”. En verdad no nos gusta hacerlo en nuestras novelas o en nuestros poemas, pero sabemos, cuando estamos en la acción cívica, que la labor pedagógica pasa por repetir. Además, soy un político, por la sencilla razón de interesarme por la vida pública, de opinar sobre lo que pasa, por ejercer mis derechos ciudadanos, por protestar contra los abusos del poder y por intentar desarrollar un cuerpo conceptual que he definido como una democracia del siglo XXI. Todos deberíamos ser políticos, es decir, ciudadanos.
Es necesario concretar una oferta. He dicho que lo que sucede en el mundo apunta hacia el centro. Desde el centro se abre el abanico hacia la izquierda y hacia la derecha. Yo, en lo particular, creo que soy un hombre de centroizquierda, pues en la teoría política que intento desarrollar, tengo una honda preocupación social. Esto no quiere decir que entre quienes parten del centro hacia la derecha no la haya, sólo que creo que se aferran en demasía a conceptos establecidos en lugar de innovar. En cualquier caso, he dicho que una centroizquierda buena y una centroderecha buena juntas pueden colaborar activamente a eliminar una serie de contradicciones falsas que es necesario exceptuar para hacer posible un mundo mejor. Por otra parte he aseverado, y creo que la realidad lo confirma, que en este mundo de hoy los cuerpos doctrinarios cerrados sobre sí mismos carecen de validez, de sostén y de futuro. Quizás es lo que se ha dado en denominar “la muerte de las ideologías”, lo que no excluye para nada que se tenga un cuerpo de pensamiento sólido y organizado. En este sentido soy un pragmático y un convencido de que la construcción de una democracia del siglo XXI debe ser lo más antidogmática posible, pues creo que esa democracia sólo es factible si parte del principio esencial: la democracia se construye a su propio paso, mediante el ejercicio continuo de la imaginación y de la inteligencia, de la tormenta de ideas a las cuales no se puede oponer resistencia indebida.
En estos muchachos que andan por las calles han abundado los elementos que acabo de enunciar. En consecuencia, este escritor que pretende dar nuevos elementos al Derecho y que habla de las formas económicas que pueden desarrollarse independientes dentro del capitalismo abriendo las puertas a la inserción social y a la justicia, tiene que ver en ellos una manifestación clara y concisa de una democracia del siglo XXI. Es obvio, claro y rampante, que estos muchachos no se identifican con el pasado venezolano, a no ser en la idea de democracia y de libertad. En su estupendo mensaje ante la Asamblea Nacional secuestrada han dejado claro que no son ni socialistas ni neoliberales. Lo que son, en verdad, es la avanzada de esta democracia de quienes tenemos una pretensión propia e independiente.
Hay muchas victorias que pueden enumerarse: el despojarse de las camisas rojas ante los diputados oficialistas es un gesto simbólico de altísima importancia, tan grande como la del joven chino deteniendo una columna de tanques. Los discursos de la presidenta de la Asamblea Nacional y del señor Chávez –en cadena nacional de muchas horas- no indican otra cosa que un pavoroso temor ante una manifestación ya victoriosa: el país emergente no acepta un pensamiento único, el país emergente no acepta una dictadura, el país emergente es libre e impedirá que avance este proceso de conculcación. Pero es mucho más grave el mensaje, ante los discursos estereotipados de los jerarcas del régimen y de los jóvenes adoctrinados que repiten la cartilla: somos distintos, tenemos pensamiento propio, somos la encarnación de la posibilidad de construir de manera diferente, creemos en la democracia y ni siquiera quienes la enlodaron nos han hecho cambiar de opinión, somos la manifestación tangible de una democracia aireada, no pueden acusarnos de los vicios en que incurrieron nuestros antecesores, somos la manifestación clara y contundente de una democracia emergente. Lo que dice este humilde escritor: estos muchachos son la expresión de la democracia del siglo XXI.
Es así, como el régimen se ve atolondrado y repetitivo, acorralado y debilitado. Es así, como quienes no creemos en que las sociedades paran viejos sino niños, le hacemos saber a la democracia venezolana que “no volverán las oscuras golondrinas”.

Los aliados circunstanciales o la imposibilidad de un paso atrás
(18 junio 2007)

Las batallas son paralelas y con vasos comunicantes, nunca excluyentes. Tenemos un asunto político coyuntural y un asunto de igual o mayor trascendencia: la lucha contra un despotismo de cuño maquillado y la necesidad de construir un país. Debemos entender que construir un país se integra a la batalla coyuntural: mientras formemos más ciudadanos y establezcamos nuevas pautas de comportamiento social más se debilitará el régimen al que nos oponemos.
No podemos plantearnos primero salir del régimen y luego comenzar la construcción. Debemos hacer ambas cosas a la vez. Si miramos a la gesta de 1928 podremos encontrar una lucha contra la tiranía gomecista y la siembra de una democracia donde las mujeres votaran, al igual que los analfabetas, una donde los gobernantes fueran electos por votación popular y no designados a dedo por quienes ejercían el poder. Fue precisamente los planteamientos de construcción de un país distinto lo que dio solidez a la lucha contra Gómez. La generación del 28 no se planteó que el asunto era salir del dictador, sino que el asunto fundamental eran las formas políticas que habrían de sustituir a lo existente.
Los movimientos de resistencia a un régimen autoritario no pueden sobrevivir sobre la base de restaurar lo que existía antes del mismo. Después del régimen totalitario, especialmente si se disfraza de revolución, no se puede volver atrás. De manera que el planteamiento de restituir la democracia en contraparte de este aborto militarista es uno absolutamente vacío y carente de fuerza como para dar al traste con la intentona recurrente de perpetuar una dictadura. La lucha contra la coyuntura implica un paso adelante, una oferta de establecimiento de una nueva realidad.
No puede existir una democracia sustitutiva del actual engendro si la política no es rescatada como valor fundamental. No puede existir una democracia sustitutiva del actual engendro si no recolocamos el valor de las ideas como pináculo y eje de todo un movimiento giratorio. Debemos admitir que ahora tenemos un país muy diferente al que teníamos antes de comenzar este período histórico que terminará. La sacudida ha permitido un despertar generalizado hacia la participación y el interés en los asuntos públicos. El tercer escenario es, pues, la construcción de organizaciones de participación política con carácter horizontal, lo que significa una sacudida total sobre las llamadas instituciones intermedias que sirven de vasos comunicantes entre el poder y la población. El cuarto escenario no puede limitarse a una reforma del poder judicial que le devuelva su independencia, sino un proceso de cambio aún mayor, pues implica una reformulación del concepto jurídico hacia el establecimiento de un Estado Social de Derecho que excede, con creces, a una mera preocupación asistencialista. El quinto escenario pasa por una reformulación de la teoría económica limitada a los problemas tradicionales de esta ciencia (equilibrio macroeconómico, control de inflación, políticas monetarias, etc.) para ir más allá y llegar hasta una reformulación del mercado, a la posibilidad de coexistencia de variadas formas de propiedad y al diseño de una economía inclusiva, de una que me he permitido definir como subordinada a la política y no a la inversa como hasta ahora, en que la política ha estado subordinada a la economía.
Es lo que denominado una democracia del siglo XXI, una sustitutiva de aquella que se agotó en el corazón y en las mentes de los pueblos por su manifiesta incapacidad, por sus tortuosos vicios, por las corruptelas ahora maximizadas en el régimen que la reemplazó. Es así como una lucha centrada sobre la restitución de lo extinto se hace banal ante el poder comunicacional y represivo de lo que debemos sustituir. Si paralelamente al combate contra el régimen no decimos con que lo sustituiremos esta pelea se eternizará y nos encontraremos, cuando llegue su final, ante un vacío pavoroso que arropó a nuestros grandes ensayistas del pasado dejándoles como voces en el desierto.
Leo expresiones como “ex-país” o “territorio de mineros” para referirse a lo que tenemos. Una de las razones que las explican es que nos ha faltado el tiempo para pensar y la mirada lejana y muchas veces despectiva con que hemos castigado a los constructores de país, siempre ocupados los venezolanos a tiempo completo en salir del régimen que nos acogota y siempre sin tiempo para reflexionar sobre el porvenir. Si vamos al análisis histórico nos encontraremos que todo gran movimiento renovador y trascendente se basó sobre un cúmulo de ideas que inflamaron las banderas de la libertad e hicieron posible, paralelamente, la caída del régimen y la apertura hacia el futuro.
En la lucha contra el presente tenemos de aliados a los representantes y herederos del pasado. En alguno de mis artículos de los meses anteriores definí la unidad “como nociva para la salud”; lo que quería significar era que en la batalla que libramos tenemos aliados provisionales y circunstanciales. Debemos, es cierto, hacer posible el cambio para que se manifiesten, al igual que deberán manifestarse los que saldrán, pero algo que debemos tener claro es que la democracia debe ser restituida para derrotarlos. No podemos permitirnos encauzar nuestra lucha hacia el retorno de los yiddies, por lo que, paralelamente, debemos saber que los aliados circunstanciales no son más que eso, aliados circunstanciales, y que es fundamental, imperioso, absolutamente imprescindible dar aquí, en este momento, la batalla de las ideas. Vamos hacia una democracia del siglo XXI, clara y precisa, transparente y cristalina, una donde a punta de ideas y acción combinadas derrotaremos las viejas expresiones y las expresiones enlodadas. Seguramente gritaremos, junto a los aliados circunstanciales, “libertad”, pero debemos recordar lo que para ellos esa palabra significaba y significa (manipulación, poder ejercido en la trastienda, arreglos impúdicos, conculcación a quienes no coinciden con sus intereses económicos, etc.). Para nosotros, los que debemos hacer la oferta sustitutiva, “libertad” significa fin de privilegios, claridad y participación, justicia social e inclusión, en suma, una república de ciudadanos ejerciendo una democracia del siglo XXI.

La hora menguada
(s/f)

La república vive una hora menguada. La sindéresis ha sido enterrada, el poder se ejerce con brutalidad, los corifeos halagan, los mastines se sueltan a atacar, las instituciones son remedos, la prepotencia está uniformada, las emociones se colocan por encima de la claridad mental para enfrentar la tormenta, los principios se queman en hogueras paranoicas, la población se desbanda en la desesperanza.
Vivimos la hora de las tinieblas. El ejercicio del poder se ha convertido en un pisotón demoledor, en una blasfemia que desfigura cualquier racionalidad y cualquier respeto. La república ha perdido todo ropaje y se muestra desnuda a la burla y al escarnio. La república es zaherida y apedreada, los límites no existen, la república está expuesta como esclava sobre la cual se lanza a baldazos la abyección.
La sentencia de la Sala Constitucional del Tribunal Supremo de Justicia confiscando los bienes de la planta televisora que se cierra es el tiro de gracia al Estado de Derecho. Ahora sabemos que cuando los voceros oficiales dicen “tenemos todo a punto” es porque ya han acordado la sentencia que los salve del ridículo. Esa sentencia muestra la dependencia total del Poder Judicial del Poder Ejecutivo, esa sentencia es un disparo artero contra la propiedad privada, esa sentencia es el tiro de gracia al Estado de Derecho.
Un Estado democrático que no quisiera renovar una concesión radioeléctrica lo primero que hubiese hecho era garantizar el trabajo a los trabajadores de la empresa que hasta ahora había usufructuado tal concesión, pero este no es un Estado democrático. Un Estado decente que quisiera mejorar la oferta puesta en pantalla lo primero que ha debido hacer es utilizar la experiencia acumulada y el talento que allí funcionaba para tratar de lograr la mejoría de la programación, pero este no es un Estado decente. Este es un Estado que provoca desempleo, que echa a la gente a la calle con silbatos y en cadena nacional, un Estado que usa forzadamente las instalaciones de la empresa que cierra, un Estado que paladinamente proclama que quiere la supremacía comunicacional para que a nadie le quepa duda de que el caudillo nos dictará lecciones de marxismo en las estaciones encadenadas como lo hizo apenas hace unas horas.
La república vive en el desamparo. De entre la multitud a la desbandada sólo se encuentra originalidad entre los periodistas que enarbolan una gran pancarta, plantean el sonido de las sirenas y se presentan en el concierto del cantante Luis Miguel a enfrentar a una multitud en solicitud de comprensión y de respaldo. Entre los periodistas está brotando un liderazgo como muestra clara de que los grupos sociales pueden generar líderes, especialmente en la situación de presión y de conflicto. Son las actrices las que han dado la cara, en medio de una emoción descontrolada y comprensible, pero el asunto no era sólo de emociones, era un asunto primordial de Estado. Frente a un problema fundamental de Estado se ha dejado la tribuna, los dirigentes políticos han brillado por su ausencia en una comprobación fehaciente de que la república no tiene a quien recurrir en la hora menguada. Sin embargo, mirando a Rafael Fuenmayor, el periodista que produce ideas para la protesta, y mirando a Gladys Rodríguez leyendo con cara de decisión y con ojos brillantes ante la multitud que estaba en el concierto, uno dice y repite que la sociedad en sus diversos grupos es capaz de generar los liderazgos necesarios. Allí tienen la Copa América para gritar ante miles de visitantes y centenares de periodistas extranjeros en que clase de república nos hemos convertido.
Primero llegan las hordas, después la policía, después el mensaje acusando de histerismo y exageración. Primero llega la promesa y después la sentencia que la hace posible. Primero llega la amenaza reiterada, glotona, babeante de poder absoluto y después su irremediable cumplimiento. Primero llega el anuncio para que no quede duda de hacia dónde se marcha y después la lección: ¿Qué la Iglesia quiere saber que es socialismo? Pues envíenle los libros de Marx y Lenín, para después decirnos que Kart Marx era una especie de Dios a quien la derecha mundial se dedicó a destruir y darnos lecciones en la pequeña pantalla con el pequeño manual y el simplismo enarbolado como nueva estrella a colocar en la bandera nacional.
Hay una lógica perversa que se cumple: se toma un principio en su esencia correcto y se prostituye. Hay miles de ejemplos, como el de la inclusión social que se envilece uniformando con camisas rojas, como este de la necesidad de una mejor televisión que se derruye hacia la hegemonía comunicacional de un régimen totalitario. Y por allá se responde que para oponerse a la degradación hay que ser de derecha, hay que condenar a “todas las izquierdas”. He dicho mil veces que la forma de combatir la desnudez de la república es vistiéndola con nuevos ropajes de democracia del siglo XXI, una plena de justicia, de inclusión, de respeto y de dignidad.
El pesimismo no tiene cabida en la hora menguada. La reserva está abajo, hundida en la población que tenemos a pesar de que a simple vista pareciera lo contrario. Hay que ayudar al parto, a traer a la vida a un bebé, las sociedades no paren ancianos, las sociedades no se regeneran retrocediendo, las sociedades se liberan adoptando nuevas formas y nuevas ideas, nuevos planteamientos y nuevos desafíos a la imaginación. Aún estamos a tiempo, pero para ello la sociedad venezolana debe comprender que debe romper los esquemas, que debe procurarse formas innovadoras, que debe saberse madre y en consecuencia parir, con el dolor y las lágrimas de todo parto.

La insoportable contraofensiva ideológica
(13 agosto 2007)

Siempre había pensado que capitalista era una persona acaudalada que coopera con su capital en uno o más negocios, pero conforme a una contraofensiva ideológica, palmariamente inepta, capitalista es quien se opone a Chávez. Uno lee al columnista “A” y se oye recordar que el general Baduel no defendió al capitalismo en su célebre discurso. Vaya pretensión. Cuando uno va al columnista “B”, pero también al “C”, al “D”, y seguramente hasta agotar el alfabeto, se encuentra que frente al socialismo del siglo XXI (endógeno, petrolero, indoamericano, etc.) lo que hay que oponer es una defensa cerrada del capitalismo.
Más allá, uno escucha al profesor que proclama a los cuatro vientos que uno de sus propósitos de vida es lograr la eliminación de los estudios de marxismo en todas las facultades de economía y donde quiera se estudien las ideas de los siglos pasados. Ay, los conversos. Mientras el único razonamiento “ideológico” que estos Dartagnanes opongan a los desvaríos del régimen sea capitalismo, la batalla será ganada por el marketing que nos dice que la palabra ideática que envuelve al régimen es “solidaridad”, “amor al pueblo”, “pasión por los pobres”.
No soy marxista, no soy socialista, no soy socialcristiano, no soy socialdemócrata, no soy liberal, no soy comunista. Terminó la era de los cuadros cerrados de pensamiento, terminó la era de los “libritos” a los cuales ajustarse, se canceló la era de las ideologías, los manuales se pusieron amarillos e inservibles. Soy un pragmático que cree que en cada país debe hacerse lo que conviene a los intereses del pueblo que se gobierna. Lo aprendí hace muchos años en Buenos Aires con John Kenneth Galbraith: “Si conviene nacionalizar se nacionaliza, si conviene privatizar se privatiza”.
El rechazo a las doctrinas proclamadas o a la ideologías muertas, no excluye para nada el pensar, el conceptuar, el formarse un propio cuadro de pensamiento que oriente en la vida pública a la cual se quiere servir. He dicho que uno de los puntos fundamentales que debe estudiarse es el del sistema político por el agotamiento práctico y teórico que muestra la democracia. He ido sobre ella y he puesto sobre el tapete ideas para una “democracia del siglo XXI” (organización social, reformulación de las sociedades intermedias, renovación total del concepto de política). A mí nadie me venga a decir que frente al “socialismo” proclamado, y para ser un leal disidente del régimen venezolano hay que salir en defensa a ultranza del mercado. El mercado debe ser reformulado, he escrito, y he dicho como. Frente a las pretensiones “socializantes” he manifestado que no se puede salir a proclamar las virtudes de la propiedad privada y no más, puesto que es necesario admitir que frente a una propiedad privada que debe ser respetada, debe admitirse la existencia de otros tipos de propiedad que ayuden con rapidez a la inclusión y a la justicia social. Frente a las reformas constitucionales y demás hierbas es absurdo pararse a decir que los viejos principios liberales del capitalismo protestante son la panacea, puesto que he descrito una capacidad de adaptación del marco jurídico para conformar un Estado Social de Derecho.
Todo planteamiento –por lo demás- de defensa llana y lisa del capitalismo para supuestamente confrontar a este enramaje teorizante con que se nos pretende envolver es una soberana idiotez, porque frente a esta operación de marketing el “socialismo” siempre será más simpático que el capitalismo. Más aún, frente a la realidad que transitamos no tendrá ningún chance una postura de derecha para sustituir a la de falsa izquierda que se nos lanza. Lo repito: sólo una postura pragmática de reconversión social, de avanzada social, de justicia social, es lo que puede ofrecerse válidamente como alternativa. ¿Propiedad privada? Sí, pero conviviendo con otros tipos de propiedad. ¿Mercado? Sí, pero reformulado conforme a exigencias perentorias que he descrito con claridad cuando he escrito sobre una economía inclusiva donde formas alternas convivan con las formas capitalistas. ¿Pastiche? No, aprendizaje en las realidades políticas y sociales de nuestro tiempo. Es posible construir una sociedad donde las prácticas de la libre empresa convivan pacíficamente con organizaciones comunitarias que actúen fuera del mercado. Los extremistas no lo entienden ni lo entenderán nunca. Para ellos hay que gritar “capitalismo” para no estar de acuerdo con Chávez. Yo estoy en desacuerdo con Chávez sin andar pegando gritos a favor del sacrosanto “dejar hacer, dejar pasar”.
Cuando era joven, feliz e indocumentado –para usar una expresión del Gabo- y vagaba por Inglaterra, decidí ir a Westminster a visitar a los poetas y a todos los ilustres y no tan ilustres que viven allí con sus huesos venerados. Sin embargo, era necesario subir hasta la tumba de Shakespeare en Stratford-upon-Avon porque allí sus coterráneos escribieron una maldición a quien se atreviera a tocar esos restos, de manera que nunca podrán ser trasladados a Westminster. Frente a Shakespeare constaté que estaba vivo, pero algo me faltaba y era la tumba de Marx en Highgate Cementery in North London. Hasta allí me dirigí para reflexionar un poco ante los huesos del viejo alemán.
“Karl, eres un clásico -le dije- y tú sabes lo que es un clásico”. No habrá otro Lenin desde la cresta de la ola bolchevique. El marxismo sigue siendo un universal y atractivo cuerpo de pensamiento y uno de los más útiles para el conocimiento del conjunto de relaciones sociales, aunque existan categorías marxistas evidentemente inútiles. “Todos hemos recibido alguna influencia de ti – le dije- pero ya no lo notamos porque forma parte de la cotidianeidad”. Eso es un clásico, insisto. Estudiar a Marx es hacerse de cultura porque su pensamiento es herencia cultural del hombre. Aplicar a Marx sobre las realidades del siglo XXI es una absoluta extravagancia. Ahora que recuerdo aquel viaje me provoca decirle al alemán barbudo que “más estúpidos son los que quieren eliminarlo de los estudios universitarios o que gritan capitalismo para oponérsele, cuando ya no hay necesidad de oponérsele a no ser en algunos doctores Frankenstein que andan creando monstruos”. Para infinidad de gente el pensamiento no evoluciona, no se hace simple y complejo al mismo tiempo, no se renueva, no brilla con nuevas proyecciones y maravillosos hallazgos. Por eso la democracia languidece y algunos trasnochados quieren sacar al viejo Marx de su tumba, donde bien muerto está. Y, además, déjenme decírselos, profundamente feliz de estarlo y de ser un clásico de la cultura del hombre.

Mensaje a los jóvenes que caminan la historia
(s/f)

Primero los regalos, aumentos de sueldo, becas y halagos y después usurpación de las funciones del Consejo Nacional de Universidades y de los Consejos Universitarios de las universidades autónomas. Eso ha sucedido frente a nuestras narices. La zanahoria de la compra no va a funcionar. Las universidades dirán su palabra. Están obligadas a decirla.
Los videos nos muestran la verdad de los hechos, sobre todo en materia de represión. La multitud de estudiantes es la más grande que este columnista ha visto en su vida. Lo dice quien participó activamente en las luchas estudiantiles de los años calientes de la década del sesenta. Los “matemáticos” estériles que sacan porcentajes sobre la población estudiantil y el número de participantes son fofos mentales. Hay una voluntad que apenas requiere de un grito: ¡Viva la inteligencia!
No pretendo ver a Sartre en una barricada en el barrio de Chacaíto. Aquí no existe un Sartre. Esto es lo que tenemos, no más. En la Francia del mayo los filósofos y los intelectuales eran los íconos. Aquí lo son las actrices y los actores. Tenemos lo que los sesudos sociólogos nos han estado repitiendo, un “imaginario colectivo”. La oportunidad es buena para proclamar uno nuevo, pero para ello es menester reclamar a la imaginación su presencia. La imaginación pasa por incluir en el grito una transformación de las universidades, un mantenimiento de una autonomía renovada, un grito a la manera de Córdova. Es decir, llenar la palabra libertad.
Allí, en esa multitud de estudiantes, están los líderes. Deben aprender que no necesitan otros, ni reconocerse en el estereotipo, ni repetir las consignas de otros. Deben abrir la inteligencia y la imaginación, si es que quieren insurgir como la generación del 28, aquella histórica donde estaban Rómulo Betancourt y Jóvito Villalba, entre otros muchos, y marcar la historia de esta república. Nosotros, los de la generación del 58, insurgimos a la caída de una dictadura a la que los universitarios de entonces supieron darle un empuje hacia el final. Nos tocó vivir siempre en democracia, hasta ahora. Estos muchachos de hoy tienen una vaga idea de la tiranía perezjimenista, son hijos de la democracia, no sabían, hasta ahora, como es el aire de un régimen de fuerza.
Y los entrevistados siguen echándose paladas de tierra: “esto no es político”, “nosotros no somos políticos”, “no tenemos nada que hacer con la política”. Cometen el peor error, el más grave de todos. Un ciudadano es un político, no necesariamente un activista político o un dirigente de partido o alguien que pretende ejercer un cargo público. Un ciudadano que reclama un derecho es un político. Los estudiantes que están en la calle están en una acción política, todo el que pelea o emite un grito de defensa o de protesta o de reclamo es un político por la muy sencilla razón de ser ciudadano. La ciudadanía implica el ejercicio diario, cotidiano, constante de la política. El dictador lo que ha pretendido es acabar con la política, definida por mí como el invento de los hombres para vivir en paz, para resolver los conflictos, para armonizar los intereses encontrados con justicia y equidad. Este régimen no quiere política, la quiere extirpar, desaparecer del mapa. Tiene este régimen una contribución valiosa en toda esta cuerda de opinadores que repiten “estos no es política, “yo no soy político”. Semejante declaración permanente convierte a los ojos de la gente a la política en una actividad malsana, detestable y repudiable, para satisfacción del dictador. Los jóvenes deben gritar ¡Viva la política!
Los muchachos que están en las calles deben saber que no son protagonistas de disturbios, que no son siquiera protagonistas de una protesta, que por los azares de la historia se les ha confiado una misión mucho más trascendente: ser parteros de un nuevo tiempo. No están allí para otra cosa que para un despertar. Están allí para tomar un comando donde no hay comandantes. No quiero escribir el día de mañana un artículo titulado “El mayo perdido”. Allí en esa multitud están los estudiantes que hicieron posible aquella frase: “Aquí vive el presidente y el que manda vive enfrente”. Fue en la lucha contra la sucesión de Juan Vicente Gómez y el líder estudiantil que la motivó se llamaba Jóvito Villalba. No puedo saber si esta generación estará a la altura de tamaña responsabilidad. Sólo cumplo con decírselos.

Mensaje a los viejos que observan la historia
(s/f)

La abuela me contaba las historias del abuelo, seguramente magnificadas por el amor y la admiración. Él salió –decía- con el pecho descubierto a enfrentar a los soldados que rodeaban la casa de la hacienda y los soldados huyeron. Los cuentos de la abuela sobre el abuelo –coronel de guerrillas en los estertores del siglo XIX- estimularon mi imaginación de adolescente. Esos cuentos fue lo primero que escribí, textos costumbristas que en su momento lancé a la papelera. Ante mi inocultable inclinación a la política el abuelo me llamó un día y me lo dejó claro: “Nieto, en este país para graduarse de hombre hay que haber estado preso”. No me dijo “desiste”, me dijo lo que en su criterio me esperaba. Era la expresión de un hombre del siglo XIX, de uno que había vivido guerras y montoneras, de un hombre de un tiempo donde la incivilidad prevalecía y cada caudillo se alzaba con el pretexto de una “revolución”.
Cuando leí por vez primera los poemas de mi bisabuelo italiano de apellido Benso y nombrado Edoardo, entrado por las Antillas y cambiado su apellido a Penso por algún escribiente de una revolución triunfante, poemas en el más puro estilo del romanticismo-modernismo, entendí que aquel emigrante europeo me había traído el valor de la palabra. En las dos ramas, en la del hombre rudo y en la del delicado y frágil poeta, entendí que sería ambas cosas, político y escritor. Hoy entiendo los compromisos generacionales y me permito decirles que a los viejos nos toca evitar que esta generación que está en la calle termine de formarse, de madurar, de hacerse hombres y mujeres en la cárcel o en el destierro.
Si los jóvenes tienen una responsabilidad inmensa la de nosotros los mayores no es más pequeña. En mi familia pasaban los sustos en silencio. Nadie me dijo “no vayas”. Nadie me preguntó si los golpes recibidos me dolían. Simplemente me respetaban, tragando grueso. Estamos frente a una generación que emerge. Ese apelo a los padres para que “controlen” a sus hijos es una estupidez. Lo que tienen que hacer los padres es respetar a sus hijos, porque los mayores tenemos la obligación de impedir que vivan los avatares del siglo XIX y los avatares del siglo XX, que sean asesinados como lo fue Leonardo Ruiz Pineda en una emboscada que privó al país de un líder, y con Ruiz Pineda a tantos otros, de todas las tendencias y en diversos tiempos.
La falta de líderes no es casualidad. La falta de líderes tiene explicación en dos vectores: la guerra de guerrillas de los años sesenta llevó al exterminio a una pléyade de brillantes jóvenes de la izquierda y, del otro lado, la implacable acción contra la generación socialcristiana del 58 disolvió en el olvido a decenas de líderes excepcionales. Si ambos errores históricos no se hubiesen materializado no tendríamos en el poder a estos ignorantes de hoy, sino a una generación estupenda, y en la oposición a excepcionales líderes, no a estos asomados que salen a la palestra a decir “existo y propongo un referéndum para que el país decida si vuelve la señal del canal de televisión”.
Los muchachos de hoy que han caído presos han sido víctimas de una antigua recurrencia histórica. Les ha tocado graduarse de hombres a la vieja manera. El imaginario que los mayores debemos transmitir a estos muchachos no es de miedo, es de respeto. Lo que debemos transmitirles es que estamos dispuestos a impedir que vuelvan a la cárcel, que deban marcharse al exilio a leer los libros que deben leer y a patear las universidades del mundo por fuerza mayor y no por el ejercicio impecable de la búsqueda del conocimiento y del saber. Lo que decimos a los jóvenes es una marca, lo que le contamos e informamos es una herencia invalorable. Ese es el ejercicio de la pedagogía con todas sus consecuencias. A los mayores nos toca hacer posible que en el siglo XXI no sigamos viviendo el peligro que vivimos otras generaciones, nos toca hacer posible que estos muchachos y muchachas se quemen las pestañas para dirigir a esta nación en paz y en un aire respirable.
Que la experiencia la tenemos cuando ya no es útil, es algo muy repetido y muy falso. En algún libro mío la he definido como una acumulación progresiva de recuerdos y que lo que se sabe sirve apenas para el momento. Los mayores debemos utilizar lo que sabemos y este es el momento.


Torquemada y su derrotado proyecto religioso

(s/f)

La sociedad española del siglo XV era lo que los historiadores acostumbran llamar una “sociedad endiablada”. Tomás de Torquemada pasó a la historia por haber sido el primer Inquisidor General del Tribunal del Santo Oficio y el que hizo poner la firma de los Reyes Católicos al decreto de expulsión de los judíos de España. En la “sociedad endiablada” que es la Venezuela de hoy la Asamblea Nacional, a la mejor manera de Torquemada, ataca a los colegios católicos porque supuestamente pusieron como tarea escolar la discusión del magnífico documento de la Conferencia Episcopal. Lo que hace este detestable remedo de Parlamento es exactamente lo mismo que hizo el Gran Inquisidor, esto es, hacer del chavismo un proyecto religioso para la política.
Del otro lado, un orador plantado con la mayor serenidad en el alto podio de la Academia Nacional de la Historia pronuncia un denso discurso que titula “Sobre la responsabilidad social del historiador”. El orador se proclama producto de la “libertad intelectual”. El poderoso contraste, el del llamado de Torquemada por un lado y el del hombre lúcido por el otro que hace ejercicio definiendo la conciencia nacional venezolana, es símbolo de una “sociedad endiablada”, pero de una donde la esperanza pervive y donde la inteligencia vencerá las sombras. Confieso que hace muchísimo tiempo no me sentía tan bien y tan contento, no porque el orador se llame Germán Carrera Damas, un querido amigo a quien se hace justicieramente académico, sino porque su voz fue la de un país enraizado en los valores y un llamado a la responsabilidad.
Y por si fuera poco, se suceden las elecciones en la UCV. A veces, metidos en el berenjenal de la cotidianeidad, perdemos de vista lo obvio, lo que representa esa casa para este país. Carrera Damas, por ejemplo, es producto de la Escuela de Historia ucevista. La UCV es el corazón de la república, uno de los centros de creación de líderes, un punto neurálgico de eterna rebelión y de cruce de ideas. Celebramos los resultados, que este muchacho Sánchez sea el nuevo presidente de la FCU, la paz con que se celebraron las elecciones. Sí, todo eso, pero miremos que lo sucedido es un resultado crucial de un mensaje de la juventud venezolana frente a Torquemada. No se puede imponer un proyecto que tiene el rechazo de la juventud de un país. Si la juventud de un país se pone de frente contra una oferta, esa oferta está condenada a perecer. Podrá sobrevivir circunstancialmente, podrá ejercer la violencia para aplacar la rebelión juvenil, pero está condenada. Lo peor que le puede pasar a un gobernante que quiere eternizarse es que una generación se le ponga delante.
No hay duda sobre el nacimiento de una generación. Veo a ese muchachito que en las calles de Barquisimeto declara a los medios desde su rebeldía y me recuerda a mí mismo en mis tiempos del liceo “Lisandro Alvarado”. Veo a Stalin González no lanzándose a la reelección y siento un grato sabor. Veo a Ricardo Sánchez atropellándose en sus expresiones y me digo que cuando controle la emotividad y aprenda a modular la palabra será un gran líder. Veo a Eduardo Fernández en el acto de la Academia de la Historia y le digo “¿Sabes qué? Yon Goicoechea bien puede ser el equivalente tuyo de estos tiempos”. En realidad las similitudes son muchas: Eduardo irrumpe en la vida pública con la huelga de la UCAB en 1957. Yon irrumpe en la vida pública con la resistencia estudiantil de 2007. Las diferencias son también muchas, pero Yon es un típico producto de este tiempo. Todas sus características así lo dicen.
Estos muchachos deberán estudiar, hacer postgrados en universidades del primer mundo, prepararse para el líderazgo, no solamente en la política, pues de allí saldrán científicos, académicos, profesores, amén de presidentes de la república. A mi generación, la del 58, la “generación frustrada”, aún le caben inmensas responsabilidades. Una de ellas es la de actuar con gran desprendimiento y amplitud para cuando esta generación esté lista para asumir el comando. Aún nos quedan grandes obligaciones, especialmente en la política. Tardíamente creo que se nos llama a un papel protagónico, no encarnado en burocracia, sino en el de una lección histórica, al de una transición hacia estos muchachos con los que debemos ser rígidos y comprensivos, exigentes y generosos, estrictos y benevolentes con sus errores. Quizás la generación del 58 debería reagruparse, en todas sus expresiones y tendencias, para cumplir con un papel moroso que la historia parece entregarnos.
El proyecto laico es el de reconstruir esta república. Todos los signos son esperanzadores. El rescate por parte de la juventud de los valores políticos, el de su insistencia en los principios de la libertad y de la democracia sobre la base de instituciones ajenas a los vicios del pasado, su deseo ferviente del uso del voto, todos son altas barreras que el país naciente coloca frente a la pretensión totalitaria. La lenta, pero firme maduración de los venezolanos que tardía pero indeteniblemente comienzan a comprender que hay que votar el 2 de diciembre y la palabra del maestro que nos habla desde la Academia Nacional de la Historia de “un paréntesis en un desarrollo democrático que no detienen ni decretos, ni exaltación de valores creados ad-hoc…”, son signos auspiciosos.
Es así. Torquemada y su proyecto religioso insertado para justificar un proyecto político, están derrotados. El encuestador Oscar Schémel, de Hinterlaces, nos lo ha dicho con vehemencia y seguramente ante la incredulidad general. “Este país está en una adolescencia política, en la que comienza a madurar”. Absolutamente cierto. Parece mentira, pero una de las consecuencias del período democrático fue el adormecimiento de la población y la pérdida del sentido crítico, la desaparición del ciudadano que participaba activamente en la vida pública. A ello se debe el largo sueño de la juventud que nació y creció en un clima de antipolítica. Pero llegó el momento y ahí está haciendo y construyendo ciudadanía.
Oscar Schémel, sin ocultar su emoción por lo que dice, y seguramente sin ser escuchado, nos ha repetido, casi con lágrimas en los ojos, que lo que sus encuestas reflejan hermosamente es el renacer de una conciencia democrática, de una renovada voluntad democrática, de una disposición democrática que está allí presta a saltar y tomar las riendas de la república.

La rebelión de la provincia o la revolución de la inteligencia
(6 septiembre 2007)

¿Cómo hacer para subsanar los años de incuria o de lejanía de la política? Este es el quid de la cuestión que algunos corresponsales del correo electrónico en el interior me plantean. La respuesta es manifestarse dispuestos, hablar, ir a los estupendos diarios de la provincia, a los programa de opinión de las radios y televisoras locales, dejar saber su opinión, participar en los asuntos que se le van a ir atravesando, pues apenas se vea que profesionales de diversas áreas están disponibles vendrán los consecuentes planteamientos de incorporación y de liderazgo. Pensar –les he dicho- que los nuestros no se limitan a los seres queridos, que los nuestros son todos los habitantes del país y, en consecuencia, estar disponibles para ellos.
La provincia va a despertar. Aún no he escuchado a ningún zuliano decir con su particular acento “no acepto el desmembramiento del Zulia”. Ni he escuchado a ningún caroreño recordarse que dos de los siete generales de división del ejército patriota eran de Carora, a saber, Pedro León Torres y Jacinto Lara y que, en consecuencia no pueden aceptar que el municipio Torres sea arbitrariamente adscrito a una Comuna o que el estado Lara sea partido a voluntad del presidente, puesto que se revolverían los huesos de todos los hermanos de Pedro León, todos muertos en combate; el mismo Torres murió a consecuencia de las heridas recibidas en batalla, pues en aquellos tiempos los generales peleaban.
Así a lo ancho y largo del país. Sabemos bien que nuestra división político-territorial no responde a criterios de desarrollo, pero ya está sembrada una conciencia local. La democracia trató de subsanar el asunto mediante la creación de las llamadas Corporaciones Regionales de Desarrollo (Corpozulia, Corpooriente, Corpocentro, Corpoocidente, etc.), hasta que llegó un presidente y las eliminó, en lugar de subsanar su capacidad limitada a la planificación y extenderla a la implementación de programas en plena ejecución.
De la provincia vendrá la ola que impondrá criterios. No de los estudiantes. Con la autoridad moral que me da haberlos elogiado a más no poder cuando salieron a la calle despertando al país, ahora les digo que sus planteamientos del presente son absurdos. Cuando dicen que el dilema está entre Asamblea Constituyente y referéndum están haciendo como el que está montado en una camionetita para Petare y está decidiendo si va para Catia o Caricuao. Los estudiantes parecen no entender que estamos ante una situación de hecho, una que impone referéndum y punto. Con esa posición están escurriendo el bulto de la verdadera cuestión de fondo. Ya no les luce seguir aplaudiendo rítmicamente y gritando “estudiantes”. Ya sabemos lo que son. De esta manera hay que decírselos muy claramente: son el futuro, son respetados, son bienvenidos, pero no son el presente. Los estudiantes deberán hacer lo que el país imponga que debe hacerse y no serán los estudiantes los que le impondrán al país lo que hay que hacer. Peleen y fórmense, pero para dirigir esta batalla contra la reforma constitucional no basta hacer ruido, como están haciendo, puesto que se requiere mucho más que eso.
Esa bendita habladora de pendejadas sobre que esto no es una batalla entre Si y No, que esto no es una batalla sino una amable discusión, ya me tiene harto. Como esos que van a la Asamblea Nacional, caso del rector electoral que se presentó allí, a proponer que se quite la palabra “socialismo”, que se modifique lo referente a los ascensos militares, que se permita la disponibilidad de la propiedad y no sé cuantas cosas más. La ingenuidad pretende que las van a quitar, eliminando todos los propósitos del presidente a plantear la reforma; si ese mismo criterio maneja el rector electoral para defender la inmensa mayoría que votará No es mejor que desaparezca de la escena. O como la brava AD que culmina toda su furia abstencionista pidiendo un derecho de palabra ante los honorables diputados. O como la bendita insistencia en votar por separado 33 artículos para que la votación dure dos semanas. Lo que más rechaza la población es la reelección indefinida, de manera que lo que conviene es que el voto sea uno, para que lo de la reelección vaya en el paquete y decida el voto de miles de miles de chavistas.
La provincia va a despertar. Y la inteligencia nacional establecida en la provincia debe despertar. Deben asumir voz y compromisos, los colegios profesionales deben ser llamados al combate, las plumas deben desempolvarse y llenar los periódicos de artículos, las voces de tanto buen orador deben escucharse en los medios radioeléctricos de la provincia adentro. Hablando claro, fijando posición sobre lo único que existe para fijar posición, sin andarse por las alcantarillas ni por los bordes ni con evasivas similares a las contorsiones de las marionetas. De la provincia debe salir un rugido imponiendo a Caracas, convertida por obra y gracia de un centralismo asfixiante en un poder decisorio que nadie le ha otorgado, una decisión irrevocable de preservar la república. Las voces deben ser tan fuertes que el país, por fin, deje de escuchar esas rocambolescas ruedas de prensa de los partidos los lunes que afectan la decencia y producen retorcijones de barriga. Son incomparablemente diestros en el uso de la pequeñez para atacar, son insólitamente hábiles para no decir nada a no ser sandeces. La ola que la provincia lance debe pasar intacta por encima de la cabeza de estos dirigentillos partidistas, arropándolos, sometiéndolos a una decisión nacional, imponiendo un criterio a su irracionalidad perversa y exhibicionista.
Es la hora de la rebelión de la provincia y es la hora de la revolución de la inteligencia. Qué la provincia grite y sea conducida por los maravillosos hombres y mujeres que la pueblan hacia la decisión que todos respetaremos. Es la hora de la gente que habita pueblos y ciudades interioranos. No es la hora de Caracas ni de los politiqueros ni de los imberbes. Los caraqueños y quienes habitamos aquí habiendo nacido en el interior, escucharemos y seguiremos la voz de la provincia y la voz de la inteligencia que la habita.

De las ideas de lento avance
(1 octubre 2007)

Si en algo he sido cuidadoso es en aunar al planteamiento crítico la propuesta conceptual. He desarrollado un corpus de ideas que he denominado “Democracia del siglo XXI”, donde he ido desde la organización horizontal de las sociedades intermedias hasta la concepción misma de la política, desde la consideración del Derecho como forma celular que encarna los cambios de justicia social hasta los planteamientos de una economía inclusiva. Tampoco he faltado a lo estratégico y lo táctico sobre la coyuntura sociopolítica que ahora padecemos. Sobre ambas aristas debo decir que nadie me ha hecho caso, aunque a veces noto alguna influencia mínima ejercida por mis ideas. A mis artículos en web he sumado el libro y así buena parte de mis consideraciones sobre la democracia, el asunto medular a mi modo de ver, está recogido en El último texto (Segunda lectura del nuevo milenio) (Editorial Ala de cuervo, 2006) y aspiro ver publicado en 2008 “Una interrogación ilimitada (Tercera lectura del nuevo milenio)” donde remato la tesis de un sistema político democrático para estos tiempos que corren.
Amén del cuerpo teórico he dejado clara, en cada ocasión, mi postura sobre la coyuntura específica y a cada error detectado he recordado lo que dije al respecto. Los lectores deben entender que soy solamente alguien que escribe, no pretendo el ejercicio de liderazgo alguno, cumplo –apenas- lo que considero un deber ético y una obligación moral: escribir sobre mi país. Y lo he hecho profusamente, sin ahorrar tiempo. Sobre el cuerpo conceptual quizás alguien algún día se interese, puesto que sé de la lentitud del paso de las ideas. Sobre los asuntos estratégicos y tácticos me preocupa algo más que nadie me haga caso, pues quizás si al menos se hubiesen molestado en darle una mirada a lo que he planteado es posible que el agregado de esta óptica hubiese contribuido en algo a enrumbar mejor la lucha.
Comparto plenamente la posición de los lectores que me escriben: estamos hartos de diagnósticos, pero más de planteamientos descabellados y sin ningún asidero en la realidad. El país exige un diseño sobre su destino, un corpus conceptual sobre lo que queremos que sea, un proyecto nacional. He sido yo quien ha repetido un millar de veces que sin ese mapa conceptual de Venezuela será imposible enfrentar a lo que tenemos como oferta en estos momentos. Algunos dicen que primero tenemos que salir de esto, lo que es un craso error. Otros cometen una peor equivocación, el invocar el capitalismo como contraoferta, cuando está claro que la única posibilidad es avanzar hacia una sociedad que si bien respete cosas básicas como el derecho a la propiedad también se abra, progresista y progresivamente, hacia el logro de nuevas formas que garanticen la justicia y la paz social. Por ello he denominado a mi modesto bloque de ideas “Democracia del siglo XXI” y he dicho, para que nadie me haga caso, que frente a “socialismo del siglo XXI” lo único a oponer es “democracia del siglo XXI”.
Me he definido como un pragmático con ideas y conceptos, uno muy distinto a otro pragmatismo que ronda por allí y que de lo único que quiere ocuparse es como salir del gobierno. Para salir del gobierno hay que tener una propuesta sustitutiva, en primer lugar, y una estrategia definida, en segundo lugar. Lo que sucede es que no existe ninguna de las dos y una buena parte de los venezolanos –a buena hora y por fin- comienza a molestarse con los habladores de pendejadas. A quienes me dicen que quieren verme en televisión les respondo que eso no será posible, no soy “entrevistado predilecto”. Internet resolvió problemas de monopolio informativo y la prueba la acabamos de ver en Birmania donde cinco blogs han mantenido informado al mundo y ni siquiera el cierre de esa vía por parte de la dictadura militar ha cortado la comunicación, puesto que la tecnología ha conseguido la manera de saltar sobre el bloqueo.
La sociedad venezolana de hoy paga un alto precio en mediocridad y falta de criterio político. Ya las causas las hemos abordado suficientemente. He, por ello, llamado a la inteligencia a reaccionar, a esa escondida en provincia y en la vida privada, a una que instituyó en su mente un desprecio irracional por la política. No culpen, estimados lectores que me escriben, a la falta de dirigentes buena parte de nuestros males. Plantéense más bien que clase de sociedad es esta que no es capaz de generarlos y pregúntense que clase de comportamiento deben adoptar para producir un salto cualitativo y una reapreciación de la más digna de las actividades: la participación activa en la conformación del destino colectivo.

La invasión de la teatralidad
(9 octubre 2007)

Paradójicamente la palabra griega Theatrón que ha dado lugar a nuestra palabra teatro se refiere al lugar donde se da el espectáculo, no al espectáculo mismo. Si mantuviésemos esa derivación tendríamos que decir que los actores somos quienes vemos el teatro, no quienes actúan. No obstante, la Venezuela de hoy es un teatro con unos actores que encajan a la perfección en el sentido actual de la palabra. Teatro es el espectáculo y teatro el lugar donde se escenifica. Así, tenemos al actor que se presenta solo a las puertas del palacio a desafiar al príncipe con una carta y tenemos al jurista que se inventa una interpretación para descubrir lo que nadie -válgame Dios- había sido capaz de entrever. Cuando alguien se inventa un personaje es un actor. La paranoia hoy es calificada, creo, simplemente como un trastorno delirante.
Este venezolano es un teatro desordenado, uno donde hay dos espectáculos a la vez, que se entreveran ciertamente, pero se supone que esto es una república y no un teatro. Ahora bien, afirmar que esto es una república puede resultar una afirmación sujeta a duda. Si tengo un hueco fiscal por mi dispendio pues invento un nuevo impuesto, dado que la distribución del producto debe ir a calmar a algún sector que protesta, más cubrir lo que he derrochado y lo que me mantiene en el poder: un reparto que desconoce todas las reglas de la economía moderna. Así no se sostuvo ni el Imperio Romano, a pesar de sus legiones, y baste para ello mirar alguna hambruna que azotó a Roma. Si nadie ha dado con el argumento, yo jurista y no precisamente romano, -del lugar donde se ordenaron los códigos gracias a un emperador sabio- me invento una interpretación extensiva, como chicle pues, y saco de la manga el aseverar que si para derogar leyes se requiere una participación ciudadana de mayoría, pues la reforma constitucional se irá al fondo si simplemente nos abstenemos. Olvida el actor que semejante interpretación, tratándose de un texto planteado como reforma, necesitaría de un Senado romano absolutamente dócil y amenazado por los cuchillos largos, para ser admitido, aunque tal vez cabría observar que tal estiraje es simple argumento retórico que no tiene base ni en la más audaz de las interpretaciones teatrales.
Este país de espectadores aplaude a rabiar. Panem et circenses, cabría decir, sólo que el pan está por desaparecer. Un manejo de la economía a voluntad de quien desconoce los principios básicos de esta ciencia y que mueve los hijos para complacer sus políticas insanas, lleva a inflación y a parálisis. La falta de pan ha sido causa del trastoque de mucho gobierno en la historia de la humanidad. Muchos espectadores del teatro se han lanzado sobre los actores porque los gruñidos de sus estómagos le han impedido seguir riéndose. En el medioevo y en los inicios del renacimiento lanzaban frutas y verduras sobre los malos actores que no sabían interpretar sus papeles de juristas y de políticos con pretensiones de liderazgo. Tal vez por ello los italianos inventaron la Commedia, para tomarse un poco las cosas a lo bufón y marcharse rápidamente con su música a otra parte, sólo que la palabra evolucionó hasta llegar al poema y elevarla el Dante a la sublimidad. No era fácil el público que miraba a Shakespeare.
Hay públicos de públicos. Hoy se habla de comedia ligera para referirse a esos culebrones semi-humorísticos o de baja ralea a que ha sido reducido el teatro en Venezuela. Tal vez la expresión sea aplicable a esta degradación monumental que, no se sabe porqué causa, sigue llamándose política nacional. La palabra política no merecía esta desagradable suerte. Y el público de este teatro se divide entre quienes deliran con el bochorno que se ejecuta sobre las tablas, entre quienes bostezan y se aseguran que las puertas están bien cerradas y quienes se suman a los actores produciendo el efecto de integrar los espectadores a la actuación, vieja aspiración de algún dramaturgo innovador. No hay la menor duda: este país es un teatro. Hay actores de todo tipo, como el que ve “desestabilización” por todas partes y se llena la boca con la palabra Estado –aún no repuesto de la inmensa sorpresa que le causa estar en el poder-, el que se dedica horas y horas a inventar el argumento que nadie ha entrevisto (este pretende el honorable título de “original”), el que cree que basta un discurso emotivo y grandilocuente para alzarse sobre las masas hambrientas de alguien que le cante la canción del final anticipado.
Aquí no se puede seguir actuando. Esto no puede seguir siendo un teatro en su sentido más devaluado. La única manera de que esto comience de nuevo a parecer una república es que los espectadores dejen de serlo y dejen de gritar sandeces en el circo y se alcen a construir su propio destino, a procurarse dirigentes con sentido de Estado, a luchar por instituciones que garanticen el imperio del Derecho y no el imperio de la sorna. La única manera es que la gente se levante de las butacas y señale al bufón de turno y le diga que aquí queremos estadistas y no actuación. Aquí lo que se necesita es el abandono del bochorno y dejar a los bufones desnudos y solos en medio de la calle. Este país tiene que tomar la decisión de seguir echado en una butaca de espectador rascándose la barriga o hacerse protagonista de su propio destino. Quizás como en aquella famosa anécdota de nuestra historia, indebidamente edulcorada y falseada, donde se gritó a los que huían “Vuelvan carajos”.

De hábitos y comportamientos de una sociedad en crisis
(8 octubre 2007)

Es normal conseguirse una cajera de supermercado que mire a un cliente, modesto comprador de lo indispensable, con odio. Es posible conseguirse una cajera de supermercado que le diga a uno que ha tenido un pésimo día pues la han insultado varias veces. Es un pequeño tipo de nuestra cotidianeidad para ejemplificar una conducta.
Se ha establecido un patrón de comportamiento, el del odio social, el de la violencia, el de la mentira, el del desprecio, el de un individualismo patológico que, para poner un ejemplo aparentemente secundario, no soporta fracciones de segundo para tocar la corneta del auto sin importarle nada más. El cerebro humano funciona sobre la base de reconocer patrones y esos que tenemos están siendo copiados hasta un nivel insoportable. Se está uniformando el comportamiento sobre los patrones deleznables. Y se hacen hábito. La experiencia cotidiana se estructura y a su vez estructura a la sociedad, esta que vivimos marcada por los rasgos descritos. Podríamos decir que tenemos una “cultura del desvarío”. Esta es la verdadera revolución cultural del régimen que padecemos.
Nuestra manera de vivir en este mundo social es el del mundo social. Reproducimos, así, el estado de violencia, de desprecio, de mentira y de cerco. Esta es ya la manera de vivir de los venezolanos. La revolución ha tenido éxito en el cambio tan ansiado del comportamiento social. Ya somos otros. Ahora somos un capital social disminuido. La educación se está rediseñando para reforzar estos nuevos contravalores. Por otro lado tenemos la convicción de la derrota, sobre la base de la abstención en el actuar, porque, según el módulo implantado, nada podemos hacer sino adaptarnos. Dentro de esta sociedad reconformada se está haciendo inviable el ejercicio democrático, no se le considera forma de expresión lógica; como bien lo dice el proyecto de reforma constitucional no se expresará el poder popular por vía de elecciones. En otras palabras, estamos dejando de ser votantes –asunto ratificado por la abstención que encuentra así explicación psicológica (a otra parte no se puede ir a buscar)- y hemos dejado de exigir formas más abiertas y completas de participación, puesto que el Estado está a punto de determinar en que consiste, una, obviamente, determinada por el caudillo. El Estado se yergue, no ya como garante, sino como “padre” que ordena y manda.
No hacer es el nuevo hábito, pero lo compensamos con reflejos amenazando con las acciones más violentas, mientras acusamos, al que se mueve sobre la lógica, de colaborar con la nueva estructura de hábitos y comportamientos impuesta por la revolución de los contravalores. Los principios esenciales han sido trastocados y ya no funcionamos derivando de ellos, ahora actuamos sobre los parámetros del régimen. De manera que si trasladamos a términos de política actual la palabra “colaboracionistas”, lo son –qué duda cabe- los que han adoptado los hábitos y comportamientos de quienes consideran sus adversarios.
Esto es, en este lamentable país de hoy el cuerpo social copió los signos del invasor nacido de su propio seno. Es posible cambiar la subjetividad humana, para bien o para mal, y para cambiarla hacia algunos valores de lo que ha sido la venezolanidad, más la suma de cese del egoísmo, de la implantación de la solidaridad social y del abandono de teorías ancianas como de teorías trasnochadas, es necesaria la multiplicación de la voz de la inteligencia hoy adormecida y echada en una hamaca. Por ejemplo, el hábito del crecimiento ha sido cambiado por el hábito de la supervivencia. El hábito de la tolerancia ha sido cambiado por el hábito de la agresión. El hábito de no rendirse ha sido cambiado por el hábito de perorar palabras insultantes y anunciar violencia. Es obvio que la conformación de hábitos y comportamientos depende tanto del exterior como del interior. El exterior lo conocemos en todas sus taras, pero el interior nos está mostrado una profunda fragilidad psicológica, una falta de densidad, una vulnerabilidad total, una falta impresionante de consistencia en el prototipo venezolano. Sin un mundo interior propicio no se internalizaría el mundo exterior despreciable. Ni se produciría este círculo de personas con los nuevos hábitos y comportamientos constituyéndose en la sociedad devaluada. En consecuencia, es necesario explicar e introducir una idea nueva. Si no logramos hacerlo, si nos limitamos a repetir el rechazo sin proponer alternativa, respetando la raíz en lo viejo reciente que aquí se llama democracia y libertad, no habrá nunca la posibilidad de una reacción colectiva de verdadera resistencia, palabra que uso en su justa dimensión, no en el de una acción política estrafalaria.
Ya lo dije hace tiempo: esto implica un nuevo lenguaje, para empezar. Es obvia la necesidad de diseñar un futuro. Con estos hábitos y estos comportamientos, si permitimos que se establezcan endurecidos, esto es, que seamos una sociedad totalitaria sin capacidad de resistencia, no se podrá luego modificar nada, a no ser desde el final que siempre llega y el reinicio desde el vacío. Si cada quien no se autoanaliza y mira lo que hace a diario en la vida cotidiana y se examina en sus reacciones frente a nuestro actual drama, no tendremos inteligencia produciendo el porvenir ni liderazgos emergentes que puedan conducirnos hacia la reconstrucción de nuestro interior y de nuestro exterior.
Esta adaptación a los hábitos de crisis impone este comportamiento que se está haciendo natural en definición de una normalidad enferma. Así como el cuerpo se calienta, produce fiebre, como advertencia de que los anticuerpos han comenzado a funcionar y el organismo se defiende, así sería indispensable que esta sociedad nuestra en disolución en la disolución sintiera conciencia de que el cuerpo social es la suma de cada uno de nosotros y si cada uno de nosotros se ha intoxicado uno a uno deberemos desintoxicarnos. Sucede, a veces, que los pueblos despiertan. El nuestro parece caracterizado por la autoflagelación y sus respuestas, a lo largo de la historia, se han tardado tanto que siempre terminamos volviendo a empezar, dejando sobre el piso el tiempo perdido y generaciones destruidas.

El gobierno que se hace una abstracción
(5 noviembre 2007)

“Lo que todo el mundo conoce no se llama sabiduría”, habría que recordarles con Sun Tzu a quienes se lanzan a hacer preguntas y especulaciones arriesgadas sobre Raúl Isaías Baduel. Tal vez habría que adicionar la distinción del estratega chino entre el hombre prudente y el ignorante.
El gobierno de Venezuela va dejando lentamente de serlo. Ya no transmite siquiera la imagen de serlo. Lo que –recordemos aquello de que la mujer del César no sólo debe ser honesta sino parecerlo- indica un desarropaje de las vestimentas de gobierno. Ya no asemeja a uno, sino a una camarilla usurpadora. Ya parece más bien un pequeño ejército de ocupación que recurre a cualquier exceso para mantener bajo su control la fortaleza provisionalmente ocupada. La vestimenta de rojo de sus “soldados” (llámense escuadrones paramilitares de motorizados o “batazos”) indica –contrariamente a lo que antes significaba en cuanto a apoyo irrestricto- la transmutación del otrora gobierno en una facción. El país lentamente deja de tener gobierno. Si un país deja de tener gobierno, significa que no hay gobierno. Los que mantienen lealtad lo hacen a una facción, no a un gobierno. Sin embargo, la falta de gobierno (gobierno no es equivalente al uso brutal de la fuerza) abre las espitas a la anarquía y tienta a los extremistas de signo contrario.
El tiempo, así a secas, aún no es manipulable por el hombre, pero el tiempo político sí. Y ese tiempo se acorta o se estira. Los acontecimientos se retardan o se apresuran. Si bien tienen su propia dinámica podemos intervenirlos. Si los intervenimos es a nuestro favor, a favor de nuestra causa. Los desesperados y los extremistas son, en el fondo, enfermos. La decisión no debe confundirse con pérdida de los estribos. El que pierde los estribos se cae del caballo, a menos que sea un jinete cosaco que se haya pasado toda la vida cabalgando. No se trata de ser cosaco, se trata de cabalgar en orden.
La impaciencia en política equivale a desorden. Y a error. Los pueblos desesperados tienden a oír al que más grita, al que pronuncia frases lapidarias, al que propone las acciones descabelladas. Ese los conduce al no retorno. Las sabias enseñanzas de Sun Tzu deben ser recordadas, entre las cuales cabe mencionar que al ejército enemigo hay que dejarle una vía de escape, porque de lo contrario, si no la tiene, luchará hasta la muerte. Y la otra sobre la escogencia del momento. Y aquélla sobre no atacar desesperadamente.
Los estudiantes han ido en perfecto orden en lo que se refiere a sus peticiones y planteamientos. Ahora han agotado el último escalón de esta etapa, el de la solicitud de aplazamiento. Todo para que los idiotas que no faltan escriban que todo aquel que lo pide está financiado por el régimen. Dejando a los estúpidos de lado, el mitin del pasado sábado fue un ejemplo extraordinario de convergencia entre el movimiento estudiantil y los partidos políticos del bloque del “NO”, reflejado en el acto conjunto donde sólo hablaron los jóvenes. El dirigente estudiantil de la UCAB Freddy Guevara dio una lección al llamar a la política y con todo derecho vistió la franela de “Un nuevo tiempo”. El mensaje está claro, vamos todos a votar, los jóvenes reivindican la política, hablan de partidos amplios al servicio de la nación, convergen en un gran movimiento unitario y, sobre todo, aíslan a los extremistas. Fue un “NO” rotundo, en todos los sentidos.
A este gobierno que se diluye para pasar a ser una facción de ocupación temporal –por obra y gracia de sus propias torpezas, de las profusas manifestaciones estudiantiles y de un sector que parece despertar- sólo le queda huir hacia delante, porque no sabe –a pesar de las continuas marchas atrás del líder máximo- salir de la táctica y refugiarse en la estrategia. Un buen ejemplo de medición del tiempo lo dio “Podemos”, avanzando paso a paso. Un buen ejemplo de medición del tiempo la dio Raúl Isaías Baduel; y el general la sigue dando. El gobierno, en cambio, no se da cuenta –sólo para poner un ejemplo- que esos desfiles rojos que se hicieron en Valencia y Maracay dan la impresión de un caudillo típico del siglo XIX que avanza hacia Caracas con su montonera. En otras palabras, ha perdido la noción de ser gobierno y la ha perdido porque está dejando de serlo para pasar a ser exactamente eso, una montonera. Y porque no tiene a Caracas; en consecuencia se plantea reconquistarla, olvidando que la capital ya no marchará a Valencia a dar la bienvenida al caudillo alzado, por la sencilla razón de que este es el siglo XXI y la capital toma conciencia de que no tiene gobierno. La facción no escuchó el mensaje que yo había solicitado y que fue dado.
Las consecuencias son impredecibles, a menos que tengamos el talento de organizarlas, porque las consecuencias imprevistas, en buena medida, son obra de las omisiones y errores. Si se mantienen impredecibles estaremos expuestos a los azares del destino. Aún ante los azares del destino podremos enfrentar la calma fría de quien reacciona con la inteligencia y habilidad de un buen estratega. La política no es una actividad para improvisados o gritones, algunos de los cuales sueñan con llegar primero a Miraflores. Hay que ser tranquilo y sereno, aún en las circunstancias más difíciles; hay que ser ponderado y cabeza fría hasta cuando se esté ejecutando un acto de suprema valentía; hay que mantener la calma hasta cuando se esté ejecutando la maniobra más arriesgada; hay que mantener la serenidad aún cuando el caos nos orbite.
El gobierno, desdibujado, impreciso, borroso, se debate en los saltos del ahogado. Se manifiesta en la Asamblea Nacional –en qué otro sitio podía ser- con diputados agrediendo a la universidad y con pretensiones de tomarla por la fuerza y con diputados que quieren atacar un canal de televisión. O esa sesión para que los hijitos de mami-papi Chávez explicaran como esos malvados estudiantes los habían atacado. Falta de aire, desesperación, consternación, desmoralización. El gobierno va siendo cada día más una abstracción que una existencia. Las mentiras perversas de los voceros oficiales son la manifestación patética del ahogo. El animal herido es extremadamente peligroso. Atacará sin importarle apariencias o condenas. Tratará de llevarse por delante a todo el que se le atraviese. El animal herido sabe que no podrá vivir sin sus querencias, sin los oropeles del poder de sus cotos de caza y de los territorios de su depredación.
Esta abstracción –que conserva, por ahora, y todavía- la apariencia de facción ocupante, se quedará en el delirio diurno. La sordera no escuchó el mensaje, escuchará los pasos pendientes, los que vienen del campo del socialismo democrático.


“Mi mamá me ama”

(21 enero, 2008)

El gobierno ha decidido inscribirse en la escuela, sólo que no sabe leer y escribir y ha sido enviado a un preescolar “Simoncito”. Allí se le deberán enseñar las vocales y las consonantes con toda paciencia: eme con a es ma y así hasta lograr articular las primeras frases como “Mi mamá me ama”. Aprender a contar será más difícil, pero ya se le está aplicando la vieja terapia de utilizar los dedos de las manos.
Los venezolanos no tenemos tiempo para tan largo aprendizaje. El nuevo gabinete sólo muestra una militarización acentuada donde debemos destacar que por vez primera otro militar es vicepresidente. El nuevo gabinete es otra colección de alumnos de preescolar. Mientras no hay productos en las estanterías ni de Mercal ni de los supermercados, el padre del engendro ministerial asegura que Venezuela alimentará al mundo.
La malacrianza será difícil de extirpar. Los traumas de comportamiento no serán arreglados ni con el viejo método de la palmeta. El país asiste al delicado espectáculo de un gobierno que no sabe gobernar, que no tiene idea de cómo se maneja una economía, que carece de los más elementales principios de la diplomacia, que no puede aprender en un preescolar –ni aprenderá nunca- que cosa significa administrar a un país.
Estamos ante otra década pérdida, una donde desaprovechamos los altos precios del petróleo, donde llevamos el desarrollo industrial del país a su mínima expresión, una donde somos el hazmerreír del mundo que no entiende como un país inmerso en una bonanza petrolera no tiene productos básicos para alimentar a su gente o para que su gente se limpie, dado que desde 1857 se inventaron las primeras versiones del papel higiénico hasta que una década después se comprendió que debía comercializarse en forma de rollos.
El país ha sido destruido con saña. Los alumnos de preescolar salieron del seno de las fuerzas armadas a desgobernar. La reconstrucción será difícil y los venezolanos comenzaremos de nuevo, siempre a comenzar de nuevo, como es la triste y patética historia de este país. Habrá que reconstruir, eso sí, sobre otras bases distintas de las del pasado. La organización política deberá ser otra, una horizontal, sólo que ahora vemos un nuevo brote de enfermedad (al lado del dengue, de las paperas y del paludismo), uno execrable que se llama nepotismo.
Habrá que aprovechar el despertar político de la nación e impulsar la construcción de una república de ciudadanos, una donde no veamos más una Asamblea Nacional como la presente (plena de adulantes, de incultos y de desfachatados), sino un foro de primer orden cuyas decisiones sean miradas con respeto. Para ello se hará necesario un estado de alerta y vigilancia permanente de la población sobre las organizaciones partidistas y sobre el sistema electoral, un estado donde se generen formas alternativas de organización si los partidos tienden de nuevo a la degeneración.
Habrá que reformular el mercado, limpiar de excrecencias los principios que han sido prostituidos, avanzar hacia nuevas formas de organización económica que convivan con la propiedad privada en perfecta armonía, impedir el renacer del poderío de los negociantes que confunden actividad lucrativa con influencia política e impedir el rebrote de un círculo de todopoderosos que impongan a la nación sus exigencias ilegítimas.
Habrá que restituir el principio clásico de la separación de poderes envolviendo la juridicidad en un verdadero Estado Social de Derecho donde la economía funcione para el hombre y no para las cifras, donde la legalidad no sea estancamiento sino cauce para un flujo constante de justicia y equidad.
Habrá que hacer muchas cosas hacia delante, nunca hacia atrás, desde ya, conceptualizando y proponiendo, mientras este inepto régimen que padecemos habla, amenaza a cada instante (a su entender la única manera de hacer saber que sí existe un gobierno) y trata de aprender las cosas básicas, como leer y escribir, sumar y multiplicar. A semejante aprendizaje de la frase básica “Mi mamá me ama” hay que oponerle la cultura, el conocimiento científico, un pensamiento desarrollado, concepciones políticas innovadoras. El país tiene como, a pesar de que veamos el nepotismo de quienes quieren dejar como herederos a sus esposas, hijos y parientes. El país sabe como, a pesar de que veamos la proliferación de candidatos para unas elecciones que apenas serán en octubre. El país tiene que practicar como, a pesar de que ver a algún dirigente en la televisión provoque náuseas.
Para decirlo lo más gráficamente posible, frente a un gobierno que se inscribe en la escuela para tratar de aprender a pronunciar “Mi mamá me ama” hay que oponerle una dirigencia que haya descifrado el código genético de la nación y de su futuro. No se pongan pesimistas con lo que ven, más bien aprendan a mirar mejor. No se lamenten con lo que oyen, más bien agudicen los oídos y aprendan a escuchar. No se entristezcan con lo que leen, más bien aprendan a leer. Si el país aprende a ver, a oír y a leer, al fin llegará el siglo XXI a esta patria de balbuceantes.


El libro del desasosiego

(28 enero 2008)

Cuando el señor Alves –fiel servidor de nuestra embajada en Portugal, ya fallecido- puso sobre mi escritorio de Ministro Consejero O livro do desassossego escrito por “Bernardo Soares”, heterónimo de Fernando Pessoa, jamás imaginé que tendría que parafrasearlo muchos años después para describir la situación venezolana. Tampoco imaginé que Alves me había puesto delante un libro de la magnitud y de la trascendencia de aquel. En aquellos años se había abierto el famoso baúl donde el gran poeta había amontando centenares de originales y yo le había dicho que me comprara todo lo que fuese apareciendo. Escribía yo a toda velocidad mi libro Pessoa, la respuesta de la palabra, el que sería publicado muchos años después por la Academia Nacional de la Historia de mi país (1992).
Hago la referencia porque desde aquel día cada vez que oigo la palabra desasosiego la asocio a Pessoa. Es más, creo que el poeta se apoderó de ella de tal manera que es imposible separarla de su nombre. Sin embargo, lo que los venezolanos viven día a día es una falta absoluta de sosiego que, sólo tal vez por mi compenetración con Pessoa, asocio en este texto. Lo que percibo es que les parece vivir en una irrealidad, en un estado alterado, en una incongruencia tal que los hace parecer actores de una tragicomedia. Los venezolanos flotan sobre esta nube de incontinencia y tratamos de llegar al día siguiente para encontrarnos con una nube sustituta de la anterior, y así día tras día.
El desasosiego se ha apoderado de la nación. Los venezolanos han aprendido que los países no tienen fondo y que pueden seguir cayendo indefinidamente. El día anterior fue muy malo, pero fue mejor que el hoy. Padecemos una crisis de desabastecimiento como no recuerdo, una inflación galopante que devora el dinero y los ingresos, una inseguridad que nos ha restringido en nuestros horarios y en nuestras salidas, una devaluación de hecho que trata de ocultarse penalizando a quienes hablen del dólar paralelo, una carestía que nos hace temblar y, lo peor, un empeño en seguir destruyendo.
Se prohíbe la distribución de determinados productos en la frontera, se militariza la distribución de la gasolina, se trata de enfrentar el problema despreciando a los productores nacionales y haciendo compras masivas de alimentos en el exterior, muchas de ellas en el odiado imperio. Venezuela es un imperio, el de la incongruencia, el de la desfachatez, el de la inopia más pura y perversa y, por supuesto, el de la injerencia en los asuntos internos de otros países y el de las agresiones económicas a Colombia.
Tenemos nueve años escribiendo el libro del desasosiego, pero el desasosiego está llegando a límites peligrosos. El país está sembrado en la angustia, cada hora espera una noticia mala y la noticia mala llega. Cada día se produce un hecho fuera de toda lógica, pero los venezolanos piensan que ha podido ser peor. Sin embargo, el desasosiego ha convertido al país venezolano en una bomba de tiempo. Hace unos días asistí a un centro comercial a hacer diligencias y de golpe me encuentro con las santamarías abajo; cuando logro salir la policía me advierte que me desvíe pues –según dicen- en la esquina hay un maletín con explosivos. Comento que allí no hay ninguna oficina importante. Cada día hay una historia. Cada día un sobresalto. Cada día la imposibilidad de conseguir algo. Cada día una amenaza: no habrá más pan, deberemos comer yuca, alega el dedo ex-omnipotente que desgobierna a la república.
Esta es la república del desasosiego. El desasosiego es otro elemento que nunca es suficiente, puede ir en aumento, como en efecto va. Cada día los venezolanos agregan una página al libro del desasosiego que, con paciencia inaudita, escriben y se dejan escribir. Por ello he advertido a los candidatos presurosos que anuncian sus postulaciones para las elecciones regionales de octubre que el primer deber no es ser candidatos, sino el de oponerse al régimen –ahora agregaría que poner los ojos sobre el desasosiego- y mantenerse sobre los problemas de la gente que lo demás vendrá por sí solo cuando llegue la hora de las encuestas. Por ello miro con aprehensión ese comunicado de los “intelectuales” donde apenan se limitan a pedir al gobierno transparencia, claridad y amplitud. Alegan que es en homenaje al 23 de enero de 1958 y a los intelectuales que se opusieron a la dictadura de entonces, pero no encuentro allí ni homenaje ni nada que se le parezca, ni un comportamiento como el de aquellos hombres y mujeres. No quiero ser “abajofirmante” y menos de documentos timoratos. El país requiere que sus intelectuales hablen claro, no que se refugien en bojote a hacer de declarantes pávidos.
La población es víctima del desasosiego. Las elecciones regionales están lejos, aunque celebremos el pronunciamiento de los partidos que proclaman el compromiso de presentar un solo candidato y la declaración principista de “Podemos”. Las cosas van de mal en peor. La única verdad es que no podemos tener la certeza de que esto llegue hasta las elecciones regionales. Algo huele muy mal en Dinamarca. Hay que ocuparse del desasosiego. Hay que poner sobre la mesa un proyecto de país que entusiasme. Hay que prever, olfatear los síntomas que asoman por todas partes y que huelen tan fuerte que logran opacar los fétidos de la basura que está en todas las calles de todas las ciudades. Del desasosiego a la ira hay un solo paso.
Los estudios de opinión indican que ya la población no separa al dedo ex-omnipotente de todas las desventuras que vivimos. Las encuestas señalan que el dedo ex-omnipotente va en barrena. Caminar un poco indica que la población ya no acepta a estos desarrapados que corren a aprobar apoyos sobre las FARC porque el dedo ex-omnipotente lo dijo o que se apresuran a llevar testigos de nuevo ante el disfraz de parlamento para inculpar a Nixon Moreno –el estudiante, ya graduado, refugiado en la Nunciatura Apostólica por ser culpable del primer planteamiento estudiantil que sacudió al país- o que se dedican estúpidamente a “diagramar” como es la IV Flota que los norteamericanos piensan reactivar o que se rasgan las vestiduras porque ven venir un “noriegazo”. La paranoia los hace ver helicópteros gringos bajando sobre Miraflores a llevarse al dedo ex-omnipotente por aquello del narcotráfico.
De desasosiego a barril de pólvora hay un paso. Los sectores populares –no ya sólo la clase media- padecen de falta de leche para los niños, de muerte de conductores, de asaltos en las busetas, de cobro de peaje en sus barrios, de escasez generalizada, de imposibilidad de cubrir la cesta básica. De tantas y tantas cosas que están transformando el desasosiego en profunda rabia.
Pessoa: “Lo que sobre todo hay en mi es cansancio y aquel desasosiego que es gemelo del cansancio, cuando este no tiene más razón de ser que la de estar siendo”.

La nueva ‘realpolitik’ es cosmopolita

realpoli
por Ulrich Beck

Parece que el mundo se está yendo a pique. Lo oímos hasta la saciedad. Pero esto ocurrirá, si es que ocurre, porque no es seguro, pasado mañana o el otro. En cambio, lo que sí es relativamente seguro hoy es que esta anticipación de posibles catástrofes humanas (cambio climático, crisis financiera, autodestrucción atómica…) abre una oportunidad histórica que debemos comprender y asumir: ¡una nueva realpolitik cosmopolita está en el aire!

Para que una crítica realista de las relaciones de poder pueda derivarse del concepto de cosmopolitismo, que pertenece a la tradición filosófico-política de la civilización occidental como muy tarde desde Kant, éste primero tiene que ser aclarado. Con “cosmopolita” no me refiero al concepto idealista y elitista que sirve de punta de lanza ideológica a las pretensiones de las élites y organizaciones transnacionales. Lo que está en el aire es algo totalmente distinto.

A comienzos del tercer milenio, la máxima de la realpolitik nacional, según la cual los intereses nacionales tienen que perseguirse nacionalmente, debe ser sustituida por la máxima de la realpolitik cosmopolita: cuanto más cosmopolita sea nuestra política, más nacional y exitosa será. Y cuanto más nacional sea, más condenada al fracaso estará.

Si esta crisis económica tan amenazadora no existiese, tendría que inventarse para que la canciller alemana, Angela Merkel, y su ministro de Finanzas, Peer Steinbrück, aprendieran al fin lo que sus colegas en Londres, París y Madrid, pero también el equipo del estadounidense Obama, han adoptado como consigna: quien elige el camino del nacionalismo económico actúa antipatrióticamente; se perjudica en principio a sí mismo pero al final también perjudica a todos los demás.

Esta es la dolorosa lección que aprendimos de la Gran Depresión y de la consiguiente Segunda Guerra Mundial. Así que quien crea, como la canciller alemana, que para proteger la economía alemana y los puestos de trabajo en Alemania hay que escoger entre la soberanía nacional y la ampliación política de la Unión Europea en cuestiones de mercado económico y de trabajo, no sólo establece una falsa alternativa, sino que comete, como enseña la historia de la Gran Depresión, un grave error.

En esta época de crisis y de riesgos globales sólo funciona la política de “los grilletes de oro”: la creación de una densa red de alianzas y mutuas dependencias transnacionales para recuperar la soberanía nacional post-nacional y la prosperidad económica. Sólo cuando a Europa le va bien, también le va bien a Alemania. Sólo cuando al mundo le va bien, puede el primer exportador mundial que es Alemania vender sus productos. No hay ningún otro país en el que, si lo pensamos honestamente, el realismo cosmopolita coincida tan claramente con los propios intereses nacionales bien entendidos. Sencillamente no entiendo por qué esto es tan difícil de concebir. ¿Por qué, por ejemplo, la repentina liquidación, objeto de burla de todas las ideologías, de cualquier respuesta europea a la crisis económica mundial no despierta justamente en Alemania las ganas de criticar y el gusto por la ironía de los comentaristas políticos? ¿Dónde está la voz de los europeos alemanes en este momento tan decisivo?

Atravesamos la situación que Nietzsche predijo hace más de 100 años: vivimos en la edad de la comparación. Corrientes culturales contrapuestas confluyen en un mismo espacio y se mezclan, las más de las veces de manera conflictiva. El doble lenguaje, eso es, la capacidad de deshacerse de las ataduras de lo familiar; la ubicuidad de la existencia; la capacidad de interactuar más allá de las fronteras; todo esto crea una compleja maraña de lealtades fragmentadas, sin que éstas se revelen como identidades vividas espontáneamente. Sentar raíces y tener alas; unir lo provinciano con la riqueza de vivencias de una ciudadanía cosmopolita experimentada y particular; éste podría ser el denominador común civilizatorio de sociedades culturalmente heterogéneas, que serviría así para responder a la insistente pregunta elemental que todos nos hacemos: ¿qué orden requiere el mundo?

Semejante reconocimiento de la diferencia, que no hay que confundir con el multiculturalismo recetado por los Estados nacionales, abre un espacio de posibilidades multidimensional, que, sin embargo, no carece de contradicciones internas. No se trata sólo de superar los abismos entre ricos y pobres, entre norte y sur, entre los nichos de bienestar social y la depauperación. Hay más. Tampoco se trata sólo de la posibilidad o imposibilidad de un mini Estado social a escala global, un “keysenianismo globalizado”, aunque éste siga limitándose a las necesidades elementales. Se trata de mucho más.

El realismo cosmopolita tiene que ver con la apertura por abajo y por dentro de las instituciones de base de los Estados nacionales para los desafíos de la época global, y en cómo se lleva a cabo este proceso. Tiene que ver con el trato que reciben las minorías, los extranjeros, los marginados. Con el problema que plantean los derechos humanos de los distintos grupos tanto en la consolidación como en la reforma de la democracia en el espacio transnacional. Y, sobre todo, con la cuestión de cómo pueden evitarse los estallidos de violencia que surgen de las decepciones y la degradación de las personas.

El realismo cosmopolita une así el respeto por la dignidad de la diferencia cultural con el interés por la supervivencia de cada individuo. La realpolitik cosmopolita, entendida de ese modo, es la siguiente gran idea que cabe ensayar tras las ideas históricamente desgastadas del nacionalismo, el comunismo, el socialismo y el neoliberalismo. Podría hacer posible lo improbable: que la humanidad sobreviva al siglo XXI sin recaer en la barbarie.

En este contexto, el problema principal de las ciencias sociales es que plantean las preguntas equivocadas. Las preguntas directrices de las teorías sociales están la mayoría de ellas orientadas a la estabilidad y a la configuración del orden, y no a lo que estamos experimentando y, por lo tanto, debemos comprender: un cambio epocal y discontinuo de la sociedad en la modernidad.

Llamar retrospectivamente primera modernidad a la totalidad del mundo de las ideas sobre la economía, la sociedad y la política fundadas con el Estado nación, y separarla de una todavía desdibujada segunda modernidad -que se define por las crisis económicas y ecológicas globales, las cada vez más agudas desigualdades, la individualización, el frágil trabajo retribuido y precisamente los desafíos de la globalización cultural, política y militar-, sirve para el objetivo de superar el “reflejo proteccionista”, que paraliza intelectual y políticamente a Europa tras el desmoronamiento del orden mundial bipolar.

Habría que descifrar cómo se transforman las supuestamente tan estables ideas directrices y coordenadas del cambio, a la vez que las bases y conceptos fundamentales del poder y la dominación, la legitimación y la violencia, la economía, el Estado y la política. Hasta ahora ha sido válida la idea de que los poderosos crearon la globalización para ir en contra de los pobres. No se han impulsado interacciones entre distintas sociedades y religiones que abarquen a la totalidad de las culturas, sino que se ha impuesto una en particular en contra de las demás. El imaginario cosmopolita representa el interés universal de la humanidad en sí mismo. Es el intento de repensar la interdependencia y la reciprocidad más allá de los axiomas y la arrogancia nacionales, y concretamente en el sentido de un realismo cosmopolita, que nos abra y agudice la mirada para las desconocidas, interrelacionadas e interdependientes sociedades en las que vivimos y actuamos.

Ulrich Beck es sociólogo y profesor de la Universidad de Múnich y de la London School of Economics. Traducción de M. Sampons.

Libros: John Stuart Mill Y La Democracia Del Siglo XXI

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Ruiz Resa, Josefa Dolores (Editorial Dykinson, S.L.)

Precio:22,88 € ($29,36) 298 páginas.
ISBN: 8498492890. ISBN-13: 9788498492897

En 1806, es decir, hace más de doscientos años, nació John Stuart Mill. Su padre, el fil¢sofo radical utilitarista James Mill, lo sometió a un programa educativo que hizo de él una especie de niño prodigio. Este niño prodigio desarrolló una intensa labor intelectual, sin descuidar su actividad profesional privada, e incluso participó en la vida política de su tiempo. A pesar de la diversidad de temas que abordó y de los ámbitos por los que se interesó, John Stuart Mill nos legó un conjunto de escritos sobre la llamada democracia liberal, de los que también la socialdemocracia sacó provecho. En esos escritos ya se apuntaban algunos de los problemas a los que seguimos enfrentados en la actualidad: la tensión entre las masas y las elites, la perversión del interés general por la presencia de intereses siniestros, la desigualdad social que lleva a la marginación política por razón de sexo, clase, raza o procedencia, los sofismas del discurso político que permiten la manipulación de la opinión pública, el tamaño y la composición de los grupos humanos de cara a su organización política, o la discusión en torno a la política económica más adecuada a la democracia. De tales problemas tratan los textos reunidos en el presente libro, cuyo punto de partida lo constituye el análisis crítico de los textos de John Stuart Mill. Este ejercicio comparativo pretende poner de manifiesto, precisamente, que queda en la actualidad, o que se puede esperar que quede, de la democracia que él preconizaba.

ÍNDICE

Introducción: ¿Tienes alguna vigencia el pensamiento político democrático de John Stuart Mill?

1. Estudio comparativo de los sofismas políticos en Bentham y Stuart Mill / Jean Pierre Cléro
2. El viaje astral / Manuel Escamilla Castillo
3. La actualidad de Mill en la reciente apuesta legislativa para la erradicación de la violencia de género y la consecución de la igualdad definitiva / Juana María Gil Ruiz
4. Los limites del liberalismo / Maria Pilar González Altable
5. Mill´s club / José Joaquím Jiménez Sánchez
6. La ciencia de la política de John Stuart Mill / Frederick Rosen
7. Pluralismo y reconocimiento: John Stuart Mill y la representación política de las minorías / Josefa Dolores Ruiz Resa
8. La actualidad de la economía de John Stuart Mill: una encrucijada entre clásicos y neoclásicos / Estrella Trincado

Libros: Democracia y buen gobierno en África Subsahariana

democracia

Ana Rosa Alcalde y J. Alfonso Ortiz (coords.)

Este libro es el resultado del diálogo entre africanistas provenientes de distintos países y ámbitos, reunidos a raíz del curso de verano sobre “Una nueva agenda de democracia y buen gobierno para África Subsahariana” que tuvo lugar en la Universidad Internacional Menéndez Pelayo en 2006. Su objetivo es fomentar el conocimiento y la reflexión sobre la compleja realidad política africana donde fenómenos como el papel de las mujeres, las migraciones, la participación de la sociedad civil, los procesos de descentralización, y los desafíos para la cooperación al desarrollo son elementos clave para aproximarse a la situación actual y al futuro del continente.

Coordinado por Ana Rosa Alcalde, responsable de programa del CeALCI, J. Alfonso Ortiz, director de Casa África, recoge los trabajos de Rita Abrahamsen (Universidad de Gales), Mbuyi Kabunda (Grupo de Estudios Africanos GEA-UAM), Itziar Ruiz-Giménez (GEA-UAM), Paul Samangassou (Cáritas Camerún), Aliou Diao (Fons Catalá), Fatuma Ahmed (Universidad Jaume I), Chris Tapscott (Universidad Western Cape), Karlos Pérez de Armiño (HEGOA-EHU), Alicia Campos (GEA-UAM), Ricardo Martínez (AECI) y Luis Padilla (Casa África).

Votar por el país, no por la oposición

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por Teódulo López Meléndez

Leo a los analistas que se preguntan el porqué del cambio brusco en las encuestas que de dar una amplia ventaja al “NO” ahora presentan un virtual empate técnico. La razón es muy sencilla: la gente ha confundido votar “NO” con votar por la llamada oposición.

La llamada oposición pintó los horrores de lo que sería aprobar la reforma constitucional y cuando todo lo que ella contenía (excepción hecha de la reelección presidencial indefinida) fue emitida vía decretos-leyes en el llamado “paquetazo” fue incapaz de ejercer protesta. La gente habrá pensado que las cosas no eran tan graves como habían sido pinceladas y que no notaba los efectos prácticos. Por supuesto que esos textos legales están vigentes y serán aplicados, pero todo en su debido momento.

La falta de protesta ante el “paquetazo” fue una omisión criminal, tal como la definí y la defino. La llamada oposición andaba engolosinada con un electoralismo enfermizo y se inventó la desgraciada expresión “trapo rojo” para que nada la sacara de su afán candidatural. Ahora se inventaron “no caer en provocaciones” cuando todo el país ve las vejaciones a que son sometidos el Alcalde Ledezma y otros funcionarios de su despacho, como se ocupan y se mancillan locales de esa Alcaldía sin que la llamada oposición ejerza acción de protesta alguna. La gente se pregunta para que fue a votar y elegir si la dictadura acosa, maltrata y destruye a quienes eligió sin que se salga en su defensa.

La gente muestra indignación por el feriado conmemorativo de los diez años del eterno y gremios y universidades acatan pasivamente el llamado a la vagancia desperdiciando una oportunidad única de ejercer resistencia. No había mayor y mejor manera de mostrar una voluntad de resistencia que llamar a trabajar.

Elenco sin agotar las omisiones. La razón, colegas columnistas de opinión, es que la gente está confundiendo votar “NO” con votar por la oposición y de ese error hay que sacar a la gente. A mí me basta escuchar lo que me dicen: “no queremos regresar al pasado”… “queremos gente nueva”… “estamos hartos de esa gente”.

Pues bien, es mi deber decirle a mis compatriotas que el 15 de febrero no vamos a votar por la oposición, vamos a votar por el país. El 15 de febrero arreglaremos cuentas con el gobierno. Con la oposición arreglaremos cuentas después.

Hay que ir a votar porque ante el cúmulo de omisiones de la oposición ya no queda otra. Si bien la llamada oposición no sabe otra cosa que votar –resistir es algo que todavía no ha aprendido- debemos entender que hay que votar aunque la llamada oposición llame a votar.

Si el eterno amenaza con nuevas consultas si pierde el 15 de febrero, ya veremos si el llamado a elecciones ha sido completamente prostituido, si ya se pregunta para que no haya respuesta o si el camino electoral sigue vigente. No nos adelantemos. Entendamos que ahora no hay vuelta atrás: debemos ir a votar por el país, no por la oposición. Recordemos que no hay tarjetas de nadie, simplemente un “SÏ” y un “NO” y la escogencia obvia es el “NO”.

Hagamos la historia conforme la historia se presenta. Primero el gobierno, después la llamada oposición. El 15 de febrero habrá cambios significativos en nuestro devenir histórico, sea que la balanza se incline para un lado o para el otro, pero, como siempre hay que decir, es mejor que se incline hacia el país y no hacia el gobierno, de manera que abstenerse en este remedo anticonstitucional y perverso es un error. No olvidemos que vamos a votar en dictadura –como lo he advertido en numerosas ocasiones- y de ello hay que estar conscientes y que vamos a votar contestes de la perversidad e ilegitimidad del acto comicial mismo. Difícil situación, sin lugar a dudas, pero la realidad nos ha traído hasta aquí y con la realidad ya no se puede: hay que votar.

Otra cosa será el 16, día tan importante como el 15. Aparte de las turbulencias posibles el país tendrá que mirarse en el espejo y comenzar a tomar decisiones por sí mismo, sin esperar que alguien se de un paseo por el Boulevard de Catia como suprema expresión de su activismo opositor o que alguien repita incoherencias para mostrar que su liderazgo está vigente. Pero primero es lo primero y el 15 es antes del 16.

Votemos por nosotros mismos el día 15. El día 16 asumamos nuestras responsabilidades y comencemos a hacernos dueños de nuestro propio destino. La historia otorga la oportunidad llamada en política “pase de facturas”. Votemos el 15 y después nos pagamos y nos damos el vuelto.

teodulolopezm@yahoo.com

El señor Mijares

por Teódulo López Meléndez

Han dejado pasar una oportunidad única de ejercer la resistencia civil. No saben otra cosa que hacer caminatas oportunas para mantenerse en forma. La lucha es diferente. La lucha es el ejercicio de negación a las imposiciones absurdas. Decretar feriado nacional porque la dictadura cumple diez años es un abuso incalificable que merecía una respuesta. Fedecámaras y Consecomercio “protestan” el decreto con declaraciones. Son de alta efectividad en declarar y en omitir. Los dirigentes empresariales protestan con la boca el “Día de Fiesta Nacional” que culmina con un desfile de “Semana de la Patria” y con la presencia de los tarifados del exterior, pero son incapaces de ejercer la resistencia. Alegan que no les gusta, pero que hay que acatarlo porque es un “decreto oficial”. Si mañana aparece un “decreto oficial” ordenándoles que se hinquen de rodillas ante la esfinge del dictador dirán que no les gusta pero que es un “decreto oficial”.

¿La CTV todavía existe? No hay dirigentes sindicales en este país capaces de pararse en frente de la pantomima del “Día de Fiesta Nacional” y ordenar a todos que trabajen. ¿Serán los empresarios capaces de darse otros dirigentes diferentes de estos que protestan con el vicio nacional de declararle a los medios de comunicación y abstenerse de hacer lo que tienen que hacer?

Creo haber visto un comunicado de la UCV suspendiendo actividades por el “decreto oficial”. ¿Sirven las autoridades universitarias para algo más que ponerse una gorra azul y hacer el sacrificio de caminar desde la Plaza del Rectorado hasta la Plaza Venezuela? ¿Cómo puede ser admisible que la Universidad Central de Venezuela suspenda actividades por el “decreto oficial” de celebración de la “primera década” de nuestra ignominia?

He visto a los dirigentes de la educación privada calificando acertadamente el “decreto oficial” como un llamado a paro del gobierno, pero ¿fueron capaces de mantener en actividad colegios y escuelas?

Este es el país de los declarantes. Este es el país de la protesta de la boca. Este es el país que no tiene dirigentes. Este es el país donde los partidos de la oposición callan. Ningún dirigente de la llamada oposición hizo el menor comentario sobre el feriado nacional por los diez años del eterno.

El señor Mijares habló. El señor Mijares es un padre de alumnos de un colegio. El señor Mijares es el único digno. El señor Mijares es la dignidad que resta. El señor Mijares es la sociedad venezolana que no se entrega. La sociedad venezolana pasará por encima de gobierno y oposición. La sociedad venezolana pasará por encima de dirigentes gremiales, políticos y sindicales. La sociedad venezolana no dejará piedra sobre piedra cuando llegue el momento de las cuentas finales. La sociedad venezolana resistirá los “decretos oficiales” de la vagancia, del atropello, de los oropeles de la dictadura. La sociedad venezolana cobrará y de que modo.

teodulolopezm@yahoo.com

Cultura política y comportamiento electoral: ¿Relación directa? Una aproximación teórica. Democracia y gobernabilidad

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por María Laura Roche Aguirre

INTRODUCCION

La cultura se forma a partir de la forma en la que la comunicación ocurra entre los sujetos que la crean, por lo que denota todas las manifestaciones materiales e inmateriales de la comunicación que existe en la vida social al haber una interacción entre los individuos que la conforman. Dicha interacción se va haciendo más compleja al ser cada vez más compartida, que toma vida propia y se crea la sociedad.

Las personas desarrollan y usan ‘tipificaciones’ en el mundo social. En cualquier situación que se da en el mundo de la vida cotidiana, una acción viene determinada por un tipo constituido de experiencias anteriores. Esas tipificaciones, resultado de los hábitos y patrones construidos previamente, las utiliza el individuo en su acción social cotidiana y se convierten en instituciones. De manera que la búsqueda por el origen de las prácticas políticas tiene que ver con esos hábitos, patrones, tipificaciones e instituciones.

La sociedad no es independiente de los ciudadanos, quienes la desarrollaron, por lo que está pertenece a una diversidad de intereses de los distintos grupos que integran esa sociedad. Para los individuos, la cultura se necesita para consolidar la sociedad, como fuerza de base, dentro de un determinado espacio y tiempo, representando de alguna forma los intereses individuales y grupales para que la política que se ejerce en esa sociedad sea derivada de la voluntad de sus intereses.

Desde este punto de vista, la cultura tendría relación directa con la política en el caso que interesa, sobre si existe tal relación entre la cultura política de una sociedad con su comportamiento electoral.

El objetivo general del presente ensayo es reconocer en base al análisis teórico y reflexivo, la existencia de una serie de regularidades en el comportamiento electoral que tienen relación con la cultura política de la sociedad. Cabe resaltar que la configuración de este trabajo no indaga el análisis sociológico de la causas del comportamiento electoral, ni de su sentido, ni de su alteración.

El concepto de cultura política está presente desde el inicio del análisis político, desde Aristóteles, pero en lugar de llamarlo cultura política lo llamaban “espíritu de las naciones”.

1. Definición de cultura política

La cultura política, conceptualizada o definida con gran aproximación podría comprenderse como un conjunto flexible de símbolos, valores y normas que constituyen el significado que une a las personas con las comunidades sociales, étnicas, religiosas, políticas y regionales.

Esta representación genera para los estudiosos del tema, diversos enfoques conceptuales en relación con la formación de los Estados-nación y la construcción del poder en las naciones.

La sociología interpretativa, como campo de investigación para la cultura política, presenta dos instrumentos de análisis básicos: el sentido y el significado de la acción social. La idea central es que detrás de las acciones de los hombres subyacen ciertos sentidos, que las acciones de los individuos no son casuales o meramente accidentales.
En el terreno de lo político esto implica que las acciones políticas no se sitúan en el nivel superficial o externo del individuo, sino que tienen un determinado sentido anterior que se va adquiriendo a partir de los usos y costumbres de la comunidad en donde se desarrolla. La acumulación de estas actitudes, costumbres y criterios, crea significaciones entre los miembros de la comunidad que a su vez se reproducen y forman códigos intersubjetivos.

2. Cultura Política: elementos que la conforman

Porque los individuos pertenecientes a una sociedad o comunidad determinada, poseen características que los diferencian y que constituyen recursos específicos, son factores que en sumatoria generan lo que se podría identificar como una cultura, y está a su vez favorece o dificulta la actuación política de este grupo humano.
Para realizar un análisis a priori de la cultura política de una sociedad, podemos identificar un primer conjunto de elementos formados por la edad, el género, la educación, los ingresos, la clase social y la ocupación. Un segundo grupo comprende variables que hacen referencia a los recursos que le proporciona al individuo el contexto social en el que se mueve; se trata de las redes de comunicación y de socialización, así como el proceso de integración social que ha rodeado al individuo. Por todo esto al momento de entrar a relacionar comportamiento electoral de una determinada sociedad o nación con su cultura política, el modelo que se escoja deberá considerar estos dos grupos de variables, que pueden generar una visión integral de los resultados en un proceso electoral.

3. Las prácticas políticas de la sociedad

La teoría social fenomenológica, tiene como uno de sus postulados centrales: la intersubjetividad como origen de la acción social. Siguiendo esta premisa, el origen de las prácticas políticas de los individuos debemos de situarlo en el plano intersubjetivo, referido a la forma en que los miembros de una sociedad piensan, y lo que piensan en relación con lo político. Y el hecho de enfatizarlo es importante por la función relacionante con su comportamiento electoral.
Para definir, se toma en este orden los conceptos del enfoque interpretativo hacia la cultura política con la finalidad de:

• Conocer el sentido de la acción política de los miembros de una sociedad: poder interpretar los códigos a través de los cuales se dan las relaciones entre individuos, propias y distintivas a cada grupo social.

• Reconocer el significado de esos códigos que intercambia la sociedad: buscar la estructura del bagaje común del grupo social en estudio del que sus miembros consideran a la hora de actuar.
Esta corriente procura ampliar el espectro de análisis en lo que se refiere al individuo, considerado en sus mecanismos de conciencia, significación, simbología y cosmovisiones como individuo que ‘hace’ la sociedad. Dichas acciones individuales, como acciones sociales, poseen ciertos significados, que a su vez provienen de un depósito común de sentidos, compartidos por los integrantes del grupo social.

El bagaje de significados y sentidos que los hombres proporcionaron y siguen aplicando en sus acciones, forma la tradición de los sentidos, que a su vez es compartida por todos los miembros de la comunidad y fuente de la acción social de estos.
Y si bien dichos sentidos parten del ámbito subjetivo, importa mucho reconocerlos porque nos permiten averiguar por qué los miembros de una determinada comunidad responden ante problemas determinados; en nuestro caso, por qué responden como lo hacen en el mundo de lo político.

4. Movilidad y modificación de la cultura política

La cultura política se modifica en tanto que se descubran nuevos vínculos entre el entorno inmediato, el resto del escenario y el devenir social, así como vínculos entre las diversas partes entre sí, es decir, en tanto que aumente la percepción de la composición y la organización sociales. Y por otra parte la cultura política cambia cuando las acciones tienen intencionalidades más ambiciosas en el efecto buscado en la composición y la organización, en decir, en la relación entre las partes y en su actividad y orden en movimiento.

El actor social puede pasar de un status de relativa inactividad política porque su cultura aumentó o se complejizó, porque su deseo de intervención en la vida pública y su gestión se desarrolló. Puede darse el caso inverso, que el desinterés y la inactividad aumenten.

5. El individuo en la acción política

La acción política de los individuos no está siempre orientada desde las estructuras de poder externas, sino que responde y es objetivación del conjunto de ideas sobre la autoridad y el poder que están contenidas en el acervo social y que se fueron sedimentando históricamente en él.
Las consideraciones que los hombres hacen a sí mismos y con los otros hombres sobre la autoridad y el poder en el grupo social, se obtienen principalmente de dicho conjunto, pueden cambiar y se pueden negociar en cada acción política, pero una buena parte se preserva y hereda. En otras palabras, lo político no se encuentra en el sentido inmediato de la acción social, se clarifica paulatinamente y puede objetivarse o no en acción política. De ahí que todo individuo, aún sin reconocerlo, tenga un acervo cultural de lo político. Es decir, tenga una determinada cultura política, aún haciéndola objetiva o no.

6. Análisis Reflexivo sobre los modelos de comportamiento electoral

Las elecciones son un proceso de toma de decisiones del electorado, que son el resultado de la imagen que se han formado de los políticos y de sus actuaciones. Por lo tanto la base son las percepciones, que a su vez se forman por elementos de tipo cognitivo que implican modelos simbólicos aunados a elementos afectivos, a través de la cual se interpreta la realidad; en resumen, la cultura política de esa sociedad en particular.

El proceso de toma de decisión, del comportamiento electoral es finalmente la expresión de una actitud: la manera con la que los individuos se comportaran frente a un objeto determinado. La actitud implica una opinión que se ha construido como se ha mencionado en este ensayo, con elementos cognitivos, pero también por cuestiones de carácter emocional e influencias de nuestro ambiente social. En las últimas décadas, de acuerdo a la opinión de muchos especialistas se puede resumir que los individuos se han ido formando una aversión hacia cierto político o partido, lo cual influirá en el momento en que haga su voto y una opinión acerca de algo o alguien.

Estas influencias llegan del comportamiento de las personas que se rodean unas a otras, y se adiciona a este entorno a los medios de comunicación.

Por tanto en el caso de las elecciones, al igual que en la vida cotidiana, los actores deciden con base a cálculos racionales considerando beneficios que le traerá votar por X o Y partido o candidato. Sin embargo, los ciudadanos en función de su percepción de la buena o mala situación que estén atravesando, pierden rápidamente de vista la perspectiva histórica general, lo que significa perder parte del bagaje de experiencias que esa sociedad tuvo y forjaron su cultura en lo político; ahora se puede apreciar que el individuo, el electorado, exige soluciones inmediatas a problemáticas profundas y estructurales.

El ser humano no es sólo determinado por las condiciones sociales macro, el entorno en el que vive y por las instituciones en las cuales está inmerso, ya que es la individualidad capaz de decidir y de buscar o de utilizar información, argumentos, conocimientos y experiencias previas y de momento para la toma de decisiones.
Los modelos de comportamiento electoral son herramientas teóricas para la explicación de la conducta de los electores, pues como seres humanos, estos no actúan únicamente por pertenecer a un grupo social, y por ende a la cultura que en política ejerzan, sino que cuenta el hecho de que sientan simpatía o afinidad hacia un partido político en específico, la imagen de los candidatos, sus ofertas, así como la evaluación que los electores hacen de la administración del partido gobernante.

Al comparar las propuestas de los modelos de Columbia y de Michigan que estudian los comportamientos electorales de la sociedad , prevalece una visión de un ciudadano sin libertad para tomar decisiones de voto, caracterizado por falta de conocimiento e información, la existencia de un mecanismo estable que rige el comportamiento sin que intervengan otros factores de racionalidad, un ciudadano escasamente racional, una defensa del voto no como mecanismo de control, sino como mecanismo de expresión de identidades primarias, apenas se le concede importancia al mundo político, ya que el ciudadano es inmune al mismo por falta de información y capacidad.

Si se contrapone a los modelos racionales – espaciales, prevalece una visión más positiva porque se le concede al ciudadano la capacidad de tener una información básica en aquellos asuntos que realmente le afectan y le preocupan. No se le concede tanta importancia a los elementos que dan estabilidad al comportamiento, se le concede un grado de racionalidad mayor al ciudadano, se concibe una ciudadanía que ejerce un mayor control del poder político sin miedo a la estabilidad y a la supuesta ignorancia del ciudadano, además tiene un protagonismo notable al mundo político: partidos políticos, lideres, actores, su discurso, el formato de la competencia, etc.
Por tanto, es muy importante al hablar de ciudadanía y voto, distinguir en la importancia que se dan a los elementos estables e inestables del voto. Pero todavía es mucho más relevante conocer cómo se han formado los elementos estables.

La presencia de elementos estables no es algo deseable pero si algo racional, ya que ayuda a reducir la información política y el coste de obtenerla y de tomar una decisión. Por ello es normal que los ciudadanos tiendan a formar elementos estables.
La evolución de las elecciones modernas está ligada con la democracia representativa. Sin embargo, estas aún no se encuentran libres de problemas; sobre todo afrontan el hecho del mejoramiento de la calidad del régimen democrático.

7. Otros criterios para buscar lo más cercano a una conclusión

En una sociedad donde existen relaciones de dominación y desigualdad con base en la presencia de clases sociales, diversas etnicidades y distintas religiones, entre otros elementos, cada sector que la integra manifestará percepciones distintas sobre aspectos similares. Por ejemplo, qué significa la democracia. La consideración de Esteban Krotz sobre que el estudio de la cultura política en México obliga al reconocimiento de la pluriculturalidad sume como aspectos a considerar en dicha cultura la hegemonía y el consenso, por una parte, y los diversos proyectos del sistema político y social, por otra. Sostiene, además, una perspectiva que desde nuestro punto de vista es central y que podemos enunciar de la siguiente manera: en la cultura política hay más cultura que política. En sus palabras:

¿O es que no se asoman en las adivinanzas, angustias,
esperanzas y conductas de fin de sexenio de las clases medias,
de los funcionarios y políticos en torno a la designación
de candidatos para la ocupación de puestos administrativos
y de representación política, los mismos elementos
centrales de su cultura política que se pueden observar en
su comportamiento cotidiano en relación con las más
diversas instancias de la burocracia administrativa, asistencias,
judicial, policiaca, fiscal? ¿No se aprecia, por
ejemplo, en análisis de los ámbitos tan disímiles como lo
son las instituciones universitarias, partidos de oposición
e instancias eclesiásticas, no sólo modos muy semejantes
de ejercer el poder sino también formas igualmente
semejantes de pensarlo, de justificarlo y de ritualizarlo?
(Krotz, 1996: 21).

Es verdad que una propuesta de síntesis entre las explicaciones sistémicas y las relacionadas con el comportamiento electoral y la cultura, o mejor expresado en tiempos actuales, la acción social, es la elaborada por Bourdieu en el concepto de habitus , donde la elección racional (rational choice) estaría constantemente interferida por las estrategias inconscientes de los sujetos sociales. Sin embargo, este intento de recapitulación entre las explicaciones sistémicas y las que parten de la acción social no ha representado, más que una oferta sugerente para estudiar la cultura política, quizá ello se deba a los problemas metodológicos y técnicos que se enfrentan, desde dicha proposición. Por lo demás, cabe aclarar que no debe subestimarse el estudio del comportamiento electoral. Su importancia radica no solamente en que pueden delinearse tendencias políticas, así sea matizadas por factores como el fraude y la compra de votos (Krotz, 1993), sino en que dichas tendencias tienen incidencia directa en la organización política de un país.
Finalmente, en base a una observación sobre fundamentos conceptuales, no es posible determinar con exactitud si el comportamiento electoral es directamente producto de la cultura; más bien en la actualidad la cultura ha sufrido transformaciones radicales en las sociedades, lo cual se demuestra en el caso de individuo que busca decidir por quién votar; la persona se verá influenciado desde otras formas y no solo de sus conocimientos y/o experiencias previas trasmitidas o vividas, sino de lo que vean, lean y escuchen en los medios de comunicación, estos les permiten formarse una opinión que entrelazada con su sapiencia, incidirá en su comportamiento final frente al voto.

BIBLIOGRAFIA
Textos consultados:
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• AZNAR, LUIS; DE LUCA, MIGUEL, Política, Cuestiones y Problemas, Ariel, Argentina, 2006
• ALMOND, G. AND VERBA, S. The Civic Culture: Political Attitudes and Democracy in Five Nations, Princeton, NJ: Princeton University Press, 1963.
• BAILEY, DELIA GRIGG, Testing Models of Voter Choice Use by Caltech PS120 Fall 2005 Students Only, 2005
• CAMPBELL, A; CONVERSE, P; The American Voter, Wiley, Nueva York, 1960
• DIAMOND, L; Political Culture and Democracy in Developing Countries, Lynne Riemer Pub, London, 1989.
• LECHNER, NORBERT (COMP.); Cultura política y democratización, CLACSO-FLACSO-ICI, Santiago de Chile, 1987
• LIPSET, SEYMOR; El hombre Político, Eudeba, Buenos Aires, Argentina, 1963
• LIPSET, SEYMOR; El Hombre Político. Las bases sociales de la Política, REI, 1997.
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• VON BEYME, KLAUS; Teoría política del siglo XX. Alianza editorial, Madrid, 1994.
• WELCH, S. (1993), The Concept of Political Culture, St. Martin’s Press, New York.
Artículos consultados:
• DE LA ROCHE, FABIO LÓPEZ; Aproximaciones al concepto de cultura política, http://usuarios.lycos.es
• GALINDO CACERES, JESÚS; Dimensiones Internacionales de la Comunicación, Cultura Política, Comunicación y Democracia, Número 7, Año 2, junio – agosto Universidad de Colima, 1997.
• HERAS GÓMEZ, LETICIA; Cultura política: el estado del arte contemporáneo, Sumario, Universidad Autónoma del Estado de México – Centro de Estudios de la Universidad REFLEXIÓN POLÍTICA AÑO 4 Nº 8 DICIEMBRE DE 2002.

Websites:
http://comunicacion.idoneos.com – Conceptual Network
http://educacion.idoneos.com – Conceptual Network
http://redalyc.uaemex.mx/ – Red de revistas Científicas de América Latina, el Caribe, España y Portugal, Universidad Autónoma del Estado de México.
http://www.revistasculturales.com/articulos/84/zona-abierta.html
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http://www.wikilearning.com/caracteristicas_del_comportamiento_electoral-wkccp-6273-40.htm
http://www.iidh.ed.cr/comunidades/redelectoral/docs/red_diccionario/comportamiento%20electoral.htm
http://pdba.georgetown.edu
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http://www.ciudadpolitica.com/index.php
http://www.revistasculturales.com/articulos/4/artes-escenicas/
http://redalyc.uaemex.mx/

María Laura Roche, Ingeniera Financiera, Magister en
Gobernabilidad y Gerencia Política. Especialista en Diseño y
Dirección de Proyectos Productivos y Sociales. Guayaquil.

La violación

por Fernando Mires

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Ya los más destacados constitucionalistas venezolanos se han referido a ese tema desde el punto de vista jurídico, de tal modo que es muy poco lo que yo -desde una perspectiva tan lejana- podría agregar. La opinión casi unánime es que en consideración de que el tema de la prolongación del mandato presidencial fue definitivamente zanjado a través del triunfo del NO en el referéndum del 2 de diciembre del 2007 y considerando que la Constitución estipula con extrema claridad que una iniciativa de reforma constitucional que no sea aprobada no podrá presentarse de nuevo en un mismo período constitucional a la Asamblea Nacional, la enmienda constitucional es, desde el punto de vista jurídico, inconstitucional. El sólo llamado a votar por la enmienda, implica una violación constitucional. No es demasiado lo que se puede argumentar sobre ese punto. Está todo dicho.

En cualquier país del mundo en donde rija el principio de la separación de poderes ese referéndum que tendrá lugar el 15 de febrero del 2009 habría sido una absoluta imposibilidad. No obstante, el hecho de que en Venezuela no rija la división de los poderes –reiteradamente probado por las decisiones del TSJ (ver caso de las habilitaciones, entre muchos)- obliga a dejar de lado la discusión jurídica y remitirse exclusivamente a la discusión política acerca del tema. Los seguidores incondicionales del gobierno así lo han decidido. Ni siquiera se toman la molestia de argumentar legalmente. En el mejor de los casos, recurren a triquiñuelas de leguleyos. Se trata, en fin, de un referéndum violado por sus propias argucias. La propia pregunta del referéndum es un desacato a las normas más elementales del derecho público. Preguntar a los votantes si van a votar en contra o a favor de la ampliación de los derechos del pueblo, esto es, preguntar al pueblo si está en contra o a favor de sí mismo, no sólo es un truco ilegal: es una infamia. Si hay algo peor que la enmienda, es la pregunta por la enmienda.

El mismo hecho de reemplazar el argumento jurídico por el truco leguleyo demuestra que el gobierno está decidido a subordinar la Constitución al poder político; y no el poder político a la Constitución. Ese propósito implica por definición una violación constitucional.

La oposición venezolana carece de protección jurídica, carece de protección militar y policial, carece de protección parlamentaria, carece de protección institucional. Debe ser, junto con la rusa y la bielorusa, una de las oposiciones más inermes del mundo. Llega a dar lástima. Sólo le queda, como último recurso, la protección política, lo que significaría – a sabiendas de la inconstitucionalidad de la enmienda – intentar alcanzar los votos de la mayoría en una lucha extremadamente desigual y frente a un gobierno que desata mecanismos altamente represivos y que, además, controla gran parte de los medios de propaganda, financiados con el dinero de todos los venezolanos. En esas condiciones de radical desigualdad, si el gobierno no llega a obtener una mayoría abrumadora, habrá perdido políticamente la elección, aunque afirme que nominalmente ha ganado. Un triunfo estrecho del SÍ en contra del NO, dejará todas las cartas abiertas para el futuro inmediato. La lógica matemática no siempre es idéntica a la lógica política. Esto hay que decirlo desde un comienzo, por si alguien lo ha olvidado.

Con un estrecho triunfo, el gobierno no habrá ganado en legalidad, puesto que el mismo la ha violado, y tampoco habrá obtenido más legitimidad. Ahora, si el gobierno, en las condiciones por el mismo impuestas, llegara a perder, lo que es muy difícil, habrá perdido tanto la legalidad como la legitimidad a la vez. Eso, por lo demás, lo sabe muy bien el gobierno. Por eso ha prohibido perder. Pero ese es un tema que deberá ser discutido a partir del 16 de febrero, suponiendo que todavía sea posible discutir.

El argumento leguleyo del oficialismo que afirma que la enmienda no sustenta la reelección indefinida sino que “amplía los derechos del pueblo” -de donde se supone el absurdo de que los miembros del pueblo son sólo los que gobiernan- para ser reelegido a través de nuevas elecciones, es para decir lo menos, falaz. Si el mandatario venezolano fuera un mandatario cualquiera, esa tesis podría ser quizás tema de una seria controversia. Pero quien conoce el proyecto político-militar que representa Chávez y el chavismo, se da cuenta de inmediato que el objetivo de la enmienda no es sólo la reelección indefinida sino, hablando desde una perspectiva puramente pre- política (que es al fin la que ha impuesto el propio gobierno) forma parte de una estrategia de acumulación de poder. O lo que es peor: la propia Constitución ha sido convertida en táctica de una estrategia política que trasciende a la Constitución. Nadie impedirá al fin, que si obtiene un triunfo resonante, el gobierno afirme que el pueblo “ya decidió” el 15 de febrero; y ahí se quede, hasta que la muerte nos separe, amén.

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El gobierno venezolano no sólo ha violado su propia Constitución; ha cometido, además, un desacato de similar o de peor calibre: ha usurpado la soberanía popular. Me explico:

Todas las constituciones del mundo tienen como fundamento una idea: esa es la idea de que la soberanía reside en el pueblo. Esa idea proviene de los inicios de los tiempos modernos y es la misma que dio origen a las revoluciones más decisivas de nuestra época, que fueron la norteamericana y la francesa. Esa idea tiene, no podía ser de otra manera, un origen teológico, y dice así: “Dios, que es el único poder, delega su poder a los pueblos para que elijan a sus soberanos. Por lo tanto, el verdadero soberano es el pueblo”. Así se explica, para poner un ejemplo, que –según el genio de Lope de Vega- cuando el pueblo de Fuenteovejuna en rebelión al ser preguntado: “¿Quién lo mató?” La respuesta unánime fue: “Fuenteovejuna”; o sea: el pueblo soberano negaba -de acuerdo a la pluma política de Lope de Vega- la soberanía usurpada.

Recordando a Fuenteovejuna entendí porque los alemanes del Este, cuando escuchaban a los dictadores comunistas hablar en nombre del pueblo, salieron un día a la calle y gritaron: “nosotros, nosotros somos el pueblo”, frase multitudinaria que derrumbó muros; tanto los de cemento como los mentales. Eso es lo que debería haber gritado la oposición venezolana, cuando su presidente, con increíble seguridad afirmó que la enmienda había sido pedida por “el pueblo”. Cuan inerme ha de estar la oposición de Venezuela al verse obligada a aceptar una extorsión en nombre de un pueblo del cual la oposición es, por lo menos, la mitad.

¿Cuándo el pueblo pidió a gritos una enmienda? ¿Dónde estaba el gran movimiento popular que gritaba en las calles: “enmienda, enmienda queremos, enmienda, enmienda nada más?” En ninguna otra parte que no hubiera sido en el cerebro de quien cree que es el pueblo.

El pueblo venezolano, el verdadero, venía saliendo de disputadas elecciones regionales; estaba políticamente agotado. Tanto chavistas como no chavistas se disponían a pasar la navidad en paz; cada uno con los suyos. Mas, de pronto se enteraron de que el “pueblo”, es decir, todos, no podían seguir viviendo más sin una enmienda. Y allá fueron. Los chavistas sumisos a defender una enmienda que no entendían. Los antichavistas: a luchar contra esa enmienda. El pueblo fue enviado a luchar por un hombre que imaginaba ser el pueblo; y el pueblo obedeció. Militares y civiles; malos y buenos, progresistas, reaccionarios, revolucionarios y contrarevolucionarios, negros y blancos, todos mezclados entre sí, comenzaron a golpearse en las calles en nombre de un pueblo sin saber que ellos eran el pueblo y no quien les hablaba en nombre del pueblo. Si no fuese tan trágico sería comedia.

El pueblo en su soberanía, había sido usurpado por quien puede ser, bajo ciertas condiciones, un delegado del pueblo en el poder. Nunca el pueblo. El presidente ha violado así no sólo la letra de Constitución. Ha violado además el principio de la soberanía popular, fuente de toda Constitución. Y todo ¿para qué?

La respuesta oficialista es lacerante: para la revolución.

3

Inmediatamente después que “el pueblo”, es decir el presidente, habló, el pueblo, el verdadero, se enteró de que la revolución había entrado a una nueva fase de profundización. ¿Y cuáles habían sido las otras fases? ¿Dónde está escrito el plan de la revolución? Al menos los sistemas totalitarios del reciente pasado elaboraban planes quinquenales que por cierto siempre fracasaban, pero eran planes, y como tales, eran dados a conocer públicamente, aunque nadie los leyera. El pueblo venezolano, en cambio, se entera de que hay una nueva fase que requiere enmiendas constitucionales después que la enmienda ha sido dada a conocer. De modo que no es el plan el que da a conocer la enmienda sino que la enmienda da a conocer al plan. Esa es otra violación: y es la violación del más elemental sentido común.

“En nombre de la revolución todo está permitido”. Ese ha sido el lema de todos quienes han sido o imaginan ser revolucionarios. La revolución, en el marco de esa lógica, deja de ser un acontecimiento real y se transforma en una entidad dotada de vida propia cuya razón interna es dada a conocer como si fuese una revelación religiosa por quienes hablan en nombre de ella. Quien alguna vez quiera justificarlo todo (robar, mentir, violar, matar) sólo le basta decir, como los de las FARC, que lo hace en nombre de una revolución. Aunque esa revolución nunca haya existido, como es el caso notorio de Venezuela.

La revolución es un acontecimiento. Una revolución no dura más que lo que dura el acontecimiento, que puede ser el derrocamiento de un tirano, la caída de un régimen o una transformación profunda en las ciencias o en las con-ciencias. Si una revolución dura más allá del acontecimiento, ya no es una revolución; es otra cosa. Porque una revolución es un acontecimiento que al ser extraordinario es excepcional. Nadie, ni los individuos ni los pueblos pueden vivir en un estado de excepción permanente. Los dictadores, en cambio, buscan extender su mandato hacia el infinito, amparados en la idea de la revolución. Así se explica porqué casi todos los dictadores se han declarado revolucionarios.

Pinochet, por ejemplo, imaginaba que él debía permanecer en el gobierno hasta el fin de sus días para realizar la que él llamaba “revolución restauradora”. Eso no sólo lo imaginó sino que, además, lo hizo Castro. Pues, en la lógica de cada dictador, no es la duración de la revolución lo que determina su mandato sino la duración de su mandato lo que determina la duración de la revolución. Así, la revolución, que alguna vez fue una palabra que sirvió para designar a levantamientos populares, ha terminado por transformarse en la religión de las dictaduras. Y como toda religión, la religión revolucionaria no reconoce ningún principio, ninguna moral, ninguna ley, nada que no sea aquello que proviene de los mandamientos de la revolución. Así se explica porque siempre los dictadores revolucionarios han entrado en conflicto con las religiones. Los dictadores las consideran, en efecto, como rivales que les disputan el principio de la eternidad del cual ellos creen ser sus depositarios absolutos. Los ataques terroristas en contra de la Nunciatoria Apostólica; la profanación de la Sinagoga, y los desacatos teológicos en las que incurre el presidente en sus discursos (¡Cristo era socialista!) no son hechos casuales, sino equivalentes a todos aquellos que siendo apenas ídolos de barro quieren ser adorados como dioses. Así se explica también porque para ellos la razón constitucional no vale nada frente a la razón revolucionaria. Y si es necesario cometer fraudes en nombre de la revolución, el fraude será también santificado.

Sadam Hussein, siguiendo el ejemplo de las dictaduras comunistas europeas, ganó las elecciones nacionales con el 99% de los votos. Castro es más modesto; ganó “apenas” con el 95%. En un nivel menor, el fraude electoral cometido en Nicaragua -del cual han dado testimonio visual personas de tan alta credibilidad como los escritores Gioconda Belli y Sergio Ramirez- fue realizado en nombre de la revolución. Yo pienso que, efectivamente Ortega sabía del fraude, el que hizo cometer, no porque fuera un fraude, sino como una medida para salvar a la santa revolución de una mayoría “engañada” por el “imperio”. ¿Qué sucederá en Venezuela? No sé.

Como una dictadura no quiere jamás terminar, la revolución que la sustenta no debe tampoco terminar. De ahí que los dictadores inventan una y otra y otra fase de la revolución para que ésta no termine jamás. De este modo la revolución se convierte en un abismo al que siempre hay que profundizar. “Quien hace revoluciones a medias, cava su propia tumba”- dijo Robespierre en el drama de Georg Büchner (“La Muerte de Dantón”). Efectivamente: para no cavar su propia tumba, Robespierre, como después Stalin, necesitaba que la revolución siempre se encontrara a medias para seguir profundizándola (enmendándola) hasta el infinito. La revolución se convierte así en una necesidad biológica del dictador: en una cuestión de vida o muerte. “Patria o muerte” no sólo es, por lo tanto, una consigna fatídica sino, además, es el salvavidas que arrojan los dictadores desesperados al océano de la historia. Mas, llegará el momento en que la revolución, convertida en diosa, devorará a sus propios hijos; que fue ése el destino de Robespierre, Danton, Trotzky, Bujarin, Cienfuegos, Guevara, y cientos, cientos más. “Nosotros no hemos hecho la revolución; la revolución nos ha hecho a nosotros” dijo Dantón en el drama de Büchner, para agregar, poco antes de ser guillotinado: “La revolución es como la hija de Pellas; ella despedaza a los seres humanos para rejuvenecerse a sí misma”.

No la Constitución sino que la revolución es, para los dictadores revolucionarios, la fuente de todo derecho. Así como la ley religiosa o Scharia se encuentra en algunos países islámicos sobre la Constitución civil, la ley revolucionaria (decreto) se encuentra bajo determinadas dictaduras por sobre la Constitución. Pero a diferencia de la ley religiosa que yace en las líneas de un libro supuestamente sagrado, la ley de la revolución está determinada por las ocurrencias y necesidades del dictador. Es por eso que bajo las dictaduras, las constituciones son enmendadas y remendadas sin cesar, hasta que definitivamente caben en el cuerpo del dictador. No ocurre así en los países democráticos donde nadie, pero absolutamente nadie, se encuentra por sobre la Constitución.

No hay nada más difícil que introducir una enmienda en alguna Constitución de algún país democrático. Que en diferentes países europeos, y sobre todo en los EE UU se encuentren en la letra constitucional verdaderos anacronismos, no lleva a nadie a desear cambiarlos porque “así lo quisieron los padres de la Constitución”. De tal modo que suele suceder que, cuando algún mandatario falta a la Constitución, debe pagarlo muy caro. Todavía flotan en el tiempo los recuerdos de los casos de Watergate de un Nixon, o los deslices eróticos de un Clinton.

Es que la Constitución no es un montón de leyes. Es un conjunto orgánico. Si tú introduces una enmienda, no sólo cambias una ley, sino que alteras todo el conjunto. Con mayor razón todavía si esa ley toca un principio tan central como es el de la alternabilidad del poder. Ese es el motivo que explica porque las constituciones deben permanecer, en lo posible, intocadas a través del tiempo. Ellas están por sobre todos y debajo de nadie. La Constitución, el mismo término lo dice, es el modo como una nación se constituye a sí misma. Más aún: como afirmaba Montesquieu: en las constituciones se encuentra reflejada el espíritu de las leyes. Entiéndase bien: no la letra: el espíritu de las leyes. Es decir: las leyes tienen espíritu.

El espíritu de una ley se encuentra según Montesquieu (“Las Costumbres y las Leyes”) en la propia historia de los pueblos, historia de donde vienen las costumbres que configuran ese “derecho antes del derecho” que no puede obviar ninguna Constitución. Detrás de cada ley hay muchas vidas; y a veces son vidas que sangran con dolor. Esa, y no otra razón, es la que debe llevarnos a respetar a la Constitución; y no sólo a la nuestra, sino a la de todos los países del mundo. En ella vivimos todos y nuestros antepasados también. La Constitución somos nosotros mismos constituidos como ciudadanos en la Ley. Esa también es la razón que llevó a Kant a sostener en su “Crítica de la Razón Práctica” su tan conocida máxima relativa a que hay que actuar de tal modo “que las máximas de tu voluntad puedan valer al mismo tiempo como principios de una legislación general”. Quiere decir: si no conoces la letra de la Ley, o si no hay Ley, actúa según su espíritu. Ese espíritu no sólo está en la Constitución: es la Constitución. Recuerdo al llegar a este punto un artículo de un amigo venezolano. Quizás sin haber leído a Kant, escribió: “Yo voté en contra de esa Constitución pero hoy la defiendo. Sigo pensando que es una Constitución de mierda. Pero es MI Constitución.

Al fin sólo queda el voto, y con el voto una esperanza. Ojalá, dirán muchos -en ese momento tan íntimo y tan público que es el votar- que ésa, la última esperanza, no sea objeto de otra violación.


Fernando Mires, Profesor Catedrático en la Universidad de Oldenburg, Alemania, chileno, autor de numerosos artículos y libros sobre filosofía política, política internacional y ciencias sociales, publicados en diversos idiomas. Entre sus libros publicados en América Latina y España destacan: Cuba, La Revolución no es una Isla, Medellín 1978. En Nombre de la Cruz, San José 1984. La Colonización de las Almas, San José 1985 La Rebelión Permanente. Historia de las revoluciones sociales en América Latina (México 1989) El Discurso de la Naturaleza (San José y Santiago de Chile 1991). El Discurso de la Indianidad (San José, Quito 1992) El Discurso de la Miseria (Caracas 1994) El Orden del Caos (Caracas 1995) La Revolución que nadie soñó (Caracas 1997) El Malestar en la Barbarie (Caracas 1998) Teoría Política del Nuevo Capitalismo (Caracas 2000) Civilidad. Teoría Política de la modernidad (Madrid 2001) El Fin de todas las Guerras (Santiago 2001) Teoría de la Profesión Política (Caracas 2002) Crítica de la Razón Científica (Caracas 2003) El Imperialismo Norteamericano no existe y otros ensayos (San Juan 2004) Introducción a la Política, (Santiago 2004)- Fernando Mires se diplomó de profesor de historia en Chile en 1965. En 1969, fue nombrado Profesor en la Cátedra de Historia de América Latina. Instituto de Sociología, Universidad de Concepción, Chile. En 1975 asumió funciones de docencia y de investigación en el Instituto de Sociología de la Universidad de Oldenburg, Alemania. En 1978, obtuvo en Alemania el doctorado en Ciencias Económicas y Sociales. En 1991, obtuvo el título de Privat Dozent en el área de Política Internacional (el máximo título académico que otorgan las universidades alemanas). En 1995 fue nombrado Profesor Catedrático en el Instituto de Ciencias Políticas de la Universidad de Oldenburg, Alemania

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