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Democracia siglo XXI

fecha

octubre 1, 2012

Hobsbawm, la disperazione dello storico che non può vedere il futuro

 

 

David Bidussa*

 

Alla fine l’idea è che non si prospettava un futuro e che dunque davanti ciò che si prospettava era una linea piatta. Interrogato da Wlodlek Goldkorn, solo alcuni mesi (l’intervista è uscita su L’Espresso e giustamente è stata riproposta qui “a caldo!” immediatamente avuta la notizia della sua morte), Hobsbawm dunque non forniva molte speranze a quelli di tre generazioni meno di lui e che a lui guardavano come lo storico “contro il sistema”. Uno che alla fine ancora guardava a Marx non come un profeta con lo sguardo rivolto al passato, ma come il pensatore inaspettatamente rimesso in gioco proprio dal suo avversario apparentemente vincitore incontrastato e di chi ha creduto ancora fino a ora “nelle scelte razionali e nei meccanismi auto correttivi del libero mercato” (Hobsbawm, Come cambiare il mondo, Rizzoli 2011, p. 397).

Questo dice due cose: che Hobsbawm non ha mai cessato di essere critico del presente, ma anche che era sufficientemente “razionale” da spiegare il presente e cercare di comprenderne le coordinate, prima di avventurarsi nella descrizione degli scenari possibili o di quelli per lui auspicabili. In breve che la testa andava prima e oltre le “ragioni del cuore”. Che il cuore di Hobsbawm, (nato nel 1917 a Alessandria d’Egitto) si collocasse a sinistra, vicino all’esperienza storica del movimento comunista, non è stato mai un segreto per nessuno. Questo tuttavia non gli ha mai fatto velo a guardare nella quotidianità delle classi sociali, ad avere una curiosità non solo per quell’area politica che sentiva più vicina, ma per il vasto cosmo sociale e politico dell’altra società Di quella segnata dalle forme più disperate di protesta, anche quelle lontane opposte alla sua sensibilità.

In quell’altra società, Hobsbawm collocava molte figure, non solo i sindacalizzati, gli operai specializzati o le figure canoniche del ciclo industriale. C’era il cosmo dei banditi dove stavano molte figure marginali della protesta sociale dentro le società industriali, i ribelli, dove colloca le figure della protesta religiosa caratterizzate da una profonda ansia di giustizia sociale, e i rivoluzionari dove un ruolo non indifferente spettava alla riflessione politica e culturale di Antonio Gramsci. Ma insieme Hobsbawn non ha mai abbandonato l’analisi di figure che in funzioni diverse hanno accompagnato la nascita del movimento operaio organizzato in Inghilterra e anche negli Stati Uniti, figure che all’inizio avevano un carattere radicale. E, insieme, non aveva trascurato di soffermarsi sulle culture del mondo del lavoro, oltre il tempo di lavoro e il cui oggetto erano le immagini che hanno accompagnato il sogno di un’altra società dalla seconda metà dell’Ottocento. Un cosmo sociale e culturale dove si formano le immagini della patria, la passione per lo sport, la raffigurazione della forza maschile e dell’idealizzazione femminile nelle culture operaie, perché convinto che la cultura operaia non è solo e nemmeno prevalentemente studio dell’economia o della fabbrica, ma canzoni, poesia popolare, una pratica religiosa f0on data sul principio di giustizia.

Ciò che lo affascinava in quegli anni era studiare la società degli infiniti mestieri legati al mondo del lavoro, dove si mantenevano e si ricomponevano sogni, racconti popolari, desideri, ma anche la quotidianità. Un cosmo in cui ciò che conta è contemporaneamente la convinzione di essere i continuatori di una tradizione che si eredita dal passato – e che dunque dà la sensazione di essere gli eredi di qualcosa – ma anche di reinventarla, di non essere dei puri continuatori. Di rivendicare una tradizione e allo stesso tempo di reinventarla.

Solo un profondo conoscitore del vissuto sociale dell’età industriale e delle classi subalterne (ma senza dimenticare che Hobsbawm è stato anche uno storico economico dello sviluppo industriale e dell’Inghilterra imperiale) poteva essere in grado all’età di 65 anni, quando la consuetudine vuole che gran parte dei suoi colleghi diano sistematicità definitiva alle proprie ricerche iniziate almeno quaranta anni rima, di aprire nuovi settori di ricerca e soprattutto di esprimere una visione della storia rinnovata.

Hobsbawm lo ha fatto con due libri fondamentali. Il primo che edita all’inizio degli anni Ottanta con Terence Ranger dove coordina un gruppo di ricerca sull’invenzione della tradizione (il libro si intitola proprio così, L’invenzione della tradizione, e in Italia lo pubblica Einaudi nel 1987) e che ha il merito di riaprire la partita sulla mentalità indagando non tanto i prodotti dell’immaginario, ma soprattutto meccanismi del pensiero.

Gran parte di ciò che chiamiamo tradizionale e dunque crediamo abbia dietro di sé una lunga storia, non lo è, ma è il risultato di un’invenzione recente e di una ritualizzazione che è il meccanismo che ci fa apparire le cose come cariche di una lunga storia passata. Gran parte dei giochi tradizionali, delle sfilate, delle sagre dei pali, ama anche degli oggetti – prima di tutto il kilt scozzese, sono oggetti inventati, che non corrispondono a una tradizione centenaria, ma sono invenzioni recenti. E lo sono perché il bisogno che soddisfano è proprio quello di dare al soggetto che ne rivendica la lunga storia, la sensazione di essere la testimonianza di una lunga storia. Una procedura che è particolarmente diffusa quando le società si “muovono in fretta”, e hanno l’ansia di essere prive di storia perché non fondate su un passato “immobile”. Quando questa ansia monta allora si inventano le tradizioni. Un processo che riguarda le società industriali avanzate, i paesi ex coloniali in cerca d’identità, i movimenti sociali che rivendicano un a continuità con il passato lontano (per esempio in Italia la Lega è un ottimo esempio di “invenzione della tradizione”).

In quel decennio – gli anni Ottanta che significativamente si aprono con l’autunno dell’Unione sovietica e il centenario della morte di Marx – la riflessione che Hobsbawm propone su Marx e sugli intellettuali europei e il concetto di impegno nella Storia del marxismo che dirige per Einaudi sembra preludere a un bilancio di un lungo impegno culturale, che lo vede protagonista dalla fine degli anni Quaranta dapprima sulle agitazioni sociali del XVII e del XVII secolo o sulle vicende del primo movimento democratico in Inghilterra, il cartismo – su cui lavora con Asa Briggs e con John Saville – e che forse attende un bilancio.

La storia reale tuttavia fa uno scarto e lo obbliga a misurarsi sul presente, ma anche sulle radici lunghe che il presente evoca. Il crollo dell’Urss e del Muro di Berlino, la sensazione che Sarajevo sia l’inizio e la fine del secolo (a monte il 28 giugno 1914 con gli spari che uccidono l’arciduca Ferdinando d’Austria dando l’avvio alla Prima guerra mondiale e poi 78 anni dopo il 28 l giugno 1992 con la visita di Mitterand che chiede la pace, mentre la realtà del conflitto dice che siamo solo all’inizio) è l’immagine che Hobsbawm usa come pretesto per ripercorrere il Novecento in un testo che ancora oggi costituisce forse il saggio storico più letto a livello mondiale negli ultimi venti anni, per non dire forse il vero e proprio long seller del dopo Muro.

Hobsbawm pubblica nel 1994 quello che in Italia viene tradotto l’anno seguente da Rizzoli con il titolo Il secolo breve (ma originariamente in inglese il titolo, certamente più aderente al contenuto del libro, è L’età degli estremi), un libro che rivede l’idea di secolo che ci siamo raccontati fino a quel momento. Nel 1994, in anticipo sulla fine cronologica del Novecento, Hobsbawm ci ha costretto a fare i conti con un secolo ancora non formalmente chiuso. Eppure per molti già consegnato alla storia. Era la forza di uno storico che è stato capace di far sognare molte generazioni di lettori, ma anche era la risposta più significativa a chi già allora pensava che il libro fosse un prodotto finito.

Non era così. Se quel libro e la sue parole hanno avuto fortuna, tanto da essere un libro collettivo, forse l’ultimo grande libro collettivo nell’epoca del tablet, era perché dietro c’era, più che la dichiarazione felice della nuova liberazione, il senso di un vuoto di prospettiva di cui ancora siamo orfani o da cui siamo ancora più spaventati. Quella possibilità di futuro non ce la potrà raccontare Hobsbawm, comunque la sua non sarà una delle voci per cercare di fuoriuscire da questa ansia. Auspicabilmente senza inventarsi tradizioni.
http://www.linkiesta.it/eric-hobsbawm-secolo-breve


David Bidussa (Livorno 1955) storico sociale delle idee. Lavora presso la Fondazione Giangiacomo Feltrinelli. Il suo ultimo libro è Dopo l’ultimo testimone (Einaudi 2009). Ha curato Goffredo Mameli, Fratelli d’Italia (Feltrinelli 2010) e Antonio Gramsci, Odio gli indifferenti (Chiarelettere 2011).

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Invitados a un falso dilema

Por Alberto Medina Méndez

 

Los que obtienen mayorías circunstanciales en los procesos electorales creen en aquella dinámica por la que los que más votos suman, siempre tienen razón.

En realidad, la democracia, es el modo menos imperfecto que las sociedades han encontrado para vivir en armonía, pero queda claro que una interpretación inadecuada de su espíritu, una tergiversación de su esencia, la convierte en un perverso sistema por el que las mayorías someten a las minorías a su antojo, imponiéndoles una forma de vida, quitándole derechos e inclusive acallando a los que piensan diferente, solo por ser menos.

En ese esquema, los mas han desarrollado una idea que los moviliza y orienta, una muletilla, un lugar común, una frase hecha, que los hace reaccionar cuando en sus discusiones no consiguen aportar argumentos suficientes que expliquen su posición con solvencia y demuestre sus razones.

En esos debates, cuando las explicaciones ya no pueden sostenerse, plantean una invitación poco amistosa, bastante agresiva pero fundamentalmente falaz, diciendo “ si no estás de acuerdo con lo que se está haciendo, organiza un partido político, preséntate a la próxima elección y obtiene la mayoría para que esa idea reemplace a la actual”.

Esta proposición, además de surgir de la impotencia intelectual de no poder mantener un intercambio de ideas civilizado, también nace de una lógica casi deportiva por el cual uno gana y otro pierde, y si quiere revancha debe triunfar en el próximo encuentro.

No se entiende la esencia de la democracia y mucho menos de la república. Las personas que se eligen en un proceso electoral son “mandatarios”, es decir personas que aceptan del mandante su representación. Son delegados de los ciudadanos y no más que eso.

No se trata ni de jefes, ni de amos, menos aun de reyes. Son eso, empleados de la ciudadanía, de hecho cobran una remuneración por esa tarea, y los recursos que pagan esa compensación son los que los habitantes de una comunidad aportan para financiar esa modalidad.

Cuando un mandatario no encarna acabadamente la visión de sus representados, los ciudadanos pueden sentir que han dejado de ser interpretados como corresponde.

Pero lo más importante, es que los ciudadanos  en democracia, en este deambular, no pierden sus derechos, es decir que la libertad de expresión, de conciencia, la posibilidad de peticionar y exigir a los representantes elegidos no se ve vulnerada entre un turno electoral y el siguiente.

Como ciudadano no tienen porque “esperar” a los próximos comicios para decir lo que se piensa, para quejarse y plantear lo que no parece correcto.

Tampoco los ciudadanos debemos conformar un partido opositor, ni sumarnos a él, ni ocuparnos de reunir votos suficientes para superar en número al oficialismo circunstancial.

Los políticos que compiten en una elección, son personas que se sienten en condiciones de representar a otros y entienden que pueden ofrecer posibles soluciones a la comunidad.

Los ciudadanos no están obligados a tener propuestas, ni a organizarse como partido político para triunfar en una elección. Pueden opinar, pensar, expresarse y quejarse, sin todo lo anterior.

Las obligaciones cívicas de un ciudadano pasan por ser parte de su sociedad, y si bien puede ser deseable que participe activamente de la vida en comunidad, lejos está de ser su obligación legal, y mucho menos moral, presentarse a una elección, ser candidato o tener propuestas.

Los oficialismos suelen molestarse con las críticas, algunos inclusive más de la cuenta, y esa crispación los hace reaccionar desmedidamente ante la impotencia que les genera no poder sostener una discusión con altura, por eso apelan a imponer su razón por el hecho de que son mas, sin comprender que la verdad no sigue una lógica matemática, de hecho los grandes descubrimientos de la humanidad, los cambios de paradigmas del progreso, fueron precedidos por un rechazo masivo de quienes no comprendían la virtud de lo nuevo.

Los gobernantes no llegaron hasta ahí en contra su voluntad, tomaron la decisión personal de ser parte del sistema, se postularon en sus propios partidos, se presentaron a la elección y consiguieron el apoyo suficiente para ocupar esas posiciones de representación.

Otros ciudadanos han elegido dedicar sus vidas a otras cuestiones, y esa es una decisión legítima e incuestionable. Pero por ello no pierden su calidad de ciudadanos, de “mandantes” y por lo tanto pueden opinar cuando lo deseen y decir lo que les parezca, inclusive sin proponer solución alguna.

Esa deformación democrática que utilizan con manipulación dialéctica los poderosos de turno es un signo de impericia y sobre todo de incapacidad para comprender que en una democracia, lo importante es la vigencia de las libertades y los derechos de los ciudadanos por sobre toda otra cuestión.

El poder de la gente está en el uso de su libertad, en el ejercicio de sus derechos, y no en el circunstancial resultado electoral. La historia de la humanidad muestra como las mayorías se mueven de un lado a otro y como los “poderosos” siempre dejan de serlo en algún momento. El centro del sistema es el individuo y no los políticos.

Se trata en realidad de una perversa idea que tienen algunos, de querer proponer un juego que sin sentido alguno, pretende que los ciudadanos claudiquen en sus derechos y elecciones personales.

Los que se postularon para manejar la cosa pública, para gobernar, pues que hagan su tarea y que rindan cuentas de ello, no solo a los que los votaron sino a todos. No son el gobierno de una parte de la sociedad, sino de la sociedad en su conjunto y su deber no es representar a algunos sino a cada uno de los ciudadanos.

Mientras tanto, tendrán que acostumbrarse a tolerar la crítica, a aceptar el disenso, el pensamiento diferente y sobre todo a entender cómo funciona la democracia. Tal vez, un buen primer paso sea diferenciarla de una monarquía, porque no son reyes, solo mandatarios, por un plazo, por un tiempo, a préstamo. Tienen la oportunidad de gobernar con inteligencia, de hacerlo bien, de pasar a la historia y dejar un legado. Queda claro que muchos otros ya eligieron el camino del autoritarismo, del despotismo, la discrecionalidad y la corrupción. Así quedarán en la historia. No habrá premios para ellos.

Algunos, aun no comprenden cómo funciona una sociedad civilizada, con ganas de vivir en armonía y siguen proponiendo silencio ciudadano o disputar la mayoría en un acto electoral. Están invitando a un falso dilema.

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