Democracia del siglo XXI

  • Teódulo López Meléndez

    Abogado, diplomático, novelista, ensayista, poeta, editor, columnista de opinión.

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Hobsbawm, la disperazione dello storico che non può vedere il futuro

Posted by Teódulo López Meléndez en octubre 1, 2012

 

 

David Bidussa*

 

Alla fine l’idea è che non si prospettava un futuro e che dunque davanti ciò che si prospettava era una linea piatta. Interrogato da Wlodlek Goldkorn, solo alcuni mesi (l’intervista è uscita su L’Espresso e giustamente è stata riproposta qui “a caldo!” immediatamente avuta la notizia della sua morte), Hobsbawm dunque non forniva molte speranze a quelli di tre generazioni meno di lui e che a lui guardavano come lo storico “contro il sistema”. Uno che alla fine ancora guardava a Marx non come un profeta con lo sguardo rivolto al passato, ma come il pensatore inaspettatamente rimesso in gioco proprio dal suo avversario apparentemente vincitore incontrastato e di chi ha creduto ancora fino a ora “nelle scelte razionali e nei meccanismi auto correttivi del libero mercato” (Hobsbawm, Come cambiare il mondo, Rizzoli 2011, p. 397).

Questo dice due cose: che Hobsbawm non ha mai cessato di essere critico del presente, ma anche che era sufficientemente “razionale” da spiegare il presente e cercare di comprenderne le coordinate, prima di avventurarsi nella descrizione degli scenari possibili o di quelli per lui auspicabili. In breve che la testa andava prima e oltre le “ragioni del cuore”. Che il cuore di Hobsbawm, (nato nel 1917 a Alessandria d’Egitto) si collocasse a sinistra, vicino all’esperienza storica del movimento comunista, non è stato mai un segreto per nessuno. Questo tuttavia non gli ha mai fatto velo a guardare nella quotidianità delle classi sociali, ad avere una curiosità non solo per quell’area politica che sentiva più vicina, ma per il vasto cosmo sociale e politico dell’altra società Di quella segnata dalle forme più disperate di protesta, anche quelle lontane opposte alla sua sensibilità.

In quell’altra società, Hobsbawm collocava molte figure, non solo i sindacalizzati, gli operai specializzati o le figure canoniche del ciclo industriale. C’era il cosmo dei banditi dove stavano molte figure marginali della protesta sociale dentro le società industriali, i ribelli, dove colloca le figure della protesta religiosa caratterizzate da una profonda ansia di giustizia sociale, e i rivoluzionari dove un ruolo non indifferente spettava alla riflessione politica e culturale di Antonio Gramsci. Ma insieme Hobsbawn non ha mai abbandonato l’analisi di figure che in funzioni diverse hanno accompagnato la nascita del movimento operaio organizzato in Inghilterra e anche negli Stati Uniti, figure che all’inizio avevano un carattere radicale. E, insieme, non aveva trascurato di soffermarsi sulle culture del mondo del lavoro, oltre il tempo di lavoro e il cui oggetto erano le immagini che hanno accompagnato il sogno di un’altra società dalla seconda metà dell’Ottocento. Un cosmo sociale e culturale dove si formano le immagini della patria, la passione per lo sport, la raffigurazione della forza maschile e dell’idealizzazione femminile nelle culture operaie, perché convinto che la cultura operaia non è solo e nemmeno prevalentemente studio dell’economia o della fabbrica, ma canzoni, poesia popolare, una pratica religiosa f0on data sul principio di giustizia.

Ciò che lo affascinava in quegli anni era studiare la società degli infiniti mestieri legati al mondo del lavoro, dove si mantenevano e si ricomponevano sogni, racconti popolari, desideri, ma anche la quotidianità. Un cosmo in cui ciò che conta è contemporaneamente la convinzione di essere i continuatori di una tradizione che si eredita dal passato – e che dunque dà la sensazione di essere gli eredi di qualcosa – ma anche di reinventarla, di non essere dei puri continuatori. Di rivendicare una tradizione e allo stesso tempo di reinventarla.

Solo un profondo conoscitore del vissuto sociale dell’età industriale e delle classi subalterne (ma senza dimenticare che Hobsbawm è stato anche uno storico economico dello sviluppo industriale e dell’Inghilterra imperiale) poteva essere in grado all’età di 65 anni, quando la consuetudine vuole che gran parte dei suoi colleghi diano sistematicità definitiva alle proprie ricerche iniziate almeno quaranta anni rima, di aprire nuovi settori di ricerca e soprattutto di esprimere una visione della storia rinnovata.

Hobsbawm lo ha fatto con due libri fondamentali. Il primo che edita all’inizio degli anni Ottanta con Terence Ranger dove coordina un gruppo di ricerca sull’invenzione della tradizione (il libro si intitola proprio così, L’invenzione della tradizione, e in Italia lo pubblica Einaudi nel 1987) e che ha il merito di riaprire la partita sulla mentalità indagando non tanto i prodotti dell’immaginario, ma soprattutto meccanismi del pensiero.

Gran parte di ciò che chiamiamo tradizionale e dunque crediamo abbia dietro di sé una lunga storia, non lo è, ma è il risultato di un’invenzione recente e di una ritualizzazione che è il meccanismo che ci fa apparire le cose come cariche di una lunga storia passata. Gran parte dei giochi tradizionali, delle sfilate, delle sagre dei pali, ama anche degli oggetti – prima di tutto il kilt scozzese, sono oggetti inventati, che non corrispondono a una tradizione centenaria, ma sono invenzioni recenti. E lo sono perché il bisogno che soddisfano è proprio quello di dare al soggetto che ne rivendica la lunga storia, la sensazione di essere la testimonianza di una lunga storia. Una procedura che è particolarmente diffusa quando le società si “muovono in fretta”, e hanno l’ansia di essere prive di storia perché non fondate su un passato “immobile”. Quando questa ansia monta allora si inventano le tradizioni. Un processo che riguarda le società industriali avanzate, i paesi ex coloniali in cerca d’identità, i movimenti sociali che rivendicano un a continuità con il passato lontano (per esempio in Italia la Lega è un ottimo esempio di “invenzione della tradizione”).

In quel decennio – gli anni Ottanta che significativamente si aprono con l’autunno dell’Unione sovietica e il centenario della morte di Marx – la riflessione che Hobsbawm propone su Marx e sugli intellettuali europei e il concetto di impegno nella Storia del marxismo che dirige per Einaudi sembra preludere a un bilancio di un lungo impegno culturale, che lo vede protagonista dalla fine degli anni Quaranta dapprima sulle agitazioni sociali del XVII e del XVII secolo o sulle vicende del primo movimento democratico in Inghilterra, il cartismo – su cui lavora con Asa Briggs e con John Saville – e che forse attende un bilancio.

La storia reale tuttavia fa uno scarto e lo obbliga a misurarsi sul presente, ma anche sulle radici lunghe che il presente evoca. Il crollo dell’Urss e del Muro di Berlino, la sensazione che Sarajevo sia l’inizio e la fine del secolo (a monte il 28 giugno 1914 con gli spari che uccidono l’arciduca Ferdinando d’Austria dando l’avvio alla Prima guerra mondiale e poi 78 anni dopo il 28 l giugno 1992 con la visita di Mitterand che chiede la pace, mentre la realtà del conflitto dice che siamo solo all’inizio) è l’immagine che Hobsbawm usa come pretesto per ripercorrere il Novecento in un testo che ancora oggi costituisce forse il saggio storico più letto a livello mondiale negli ultimi venti anni, per non dire forse il vero e proprio long seller del dopo Muro.

Hobsbawm pubblica nel 1994 quello che in Italia viene tradotto l’anno seguente da Rizzoli con il titolo Il secolo breve (ma originariamente in inglese il titolo, certamente più aderente al contenuto del libro, è L’età degli estremi), un libro che rivede l’idea di secolo che ci siamo raccontati fino a quel momento. Nel 1994, in anticipo sulla fine cronologica del Novecento, Hobsbawm ci ha costretto a fare i conti con un secolo ancora non formalmente chiuso. Eppure per molti già consegnato alla storia. Era la forza di uno storico che è stato capace di far sognare molte generazioni di lettori, ma anche era la risposta più significativa a chi già allora pensava che il libro fosse un prodotto finito.

Non era così. Se quel libro e la sue parole hanno avuto fortuna, tanto da essere un libro collettivo, forse l’ultimo grande libro collettivo nell’epoca del tablet, era perché dietro c’era, più che la dichiarazione felice della nuova liberazione, il senso di un vuoto di prospettiva di cui ancora siamo orfani o da cui siamo ancora più spaventati. Quella possibilità di futuro non ce la potrà raccontare Hobsbawm, comunque la sua non sarà una delle voci per cercare di fuoriuscire da questa ansia. Auspicabilmente senza inventarsi tradizioni.
http://www.linkiesta.it/eric-hobsbawm-secolo-breve


David Bidussa (Livorno 1955) storico sociale delle idee. Lavora presso la Fondazione Giangiacomo Feltrinelli. Il suo ultimo libro è Dopo l’ultimo testimone (Einaudi 2009). Ha curato Goffredo Mameli, Fratelli d’Italia (Feltrinelli 2010) e Antonio Gramsci, Odio gli indifferenti (Chiarelettere 2011).

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Invitados a un falso dilema

Posted by Teódulo López Meléndez en octubre 1, 2012

Por Alberto Medina Méndez

 

Los que obtienen mayorías circunstanciales en los procesos electorales creen en aquella dinámica por la que los que más votos suman, siempre tienen razón.

En realidad, la democracia, es el modo menos imperfecto que las sociedades han encontrado para vivir en armonía, pero queda claro que una interpretación inadecuada de su espíritu, una tergiversación de su esencia, la convierte en un perverso sistema por el que las mayorías someten a las minorías a su antojo, imponiéndoles una forma de vida, quitándole derechos e inclusive acallando a los que piensan diferente, solo por ser menos.

En ese esquema, los mas han desarrollado una idea que los moviliza y orienta, una muletilla, un lugar común, una frase hecha, que los hace reaccionar cuando en sus discusiones no consiguen aportar argumentos suficientes que expliquen su posición con solvencia y demuestre sus razones.

En esos debates, cuando las explicaciones ya no pueden sostenerse, plantean una invitación poco amistosa, bastante agresiva pero fundamentalmente falaz, diciendo “ si no estás de acuerdo con lo que se está haciendo, organiza un partido político, preséntate a la próxima elección y obtiene la mayoría para que esa idea reemplace a la actual”.

Esta proposición, además de surgir de la impotencia intelectual de no poder mantener un intercambio de ideas civilizado, también nace de una lógica casi deportiva por el cual uno gana y otro pierde, y si quiere revancha debe triunfar en el próximo encuentro.

No se entiende la esencia de la democracia y mucho menos de la república. Las personas que se eligen en un proceso electoral son “mandatarios”, es decir personas que aceptan del mandante su representación. Son delegados de los ciudadanos y no más que eso.

No se trata ni de jefes, ni de amos, menos aun de reyes. Son eso, empleados de la ciudadanía, de hecho cobran una remuneración por esa tarea, y los recursos que pagan esa compensación son los que los habitantes de una comunidad aportan para financiar esa modalidad.

Cuando un mandatario no encarna acabadamente la visión de sus representados, los ciudadanos pueden sentir que han dejado de ser interpretados como corresponde.

Pero lo más importante, es que los ciudadanos  en democracia, en este deambular, no pierden sus derechos, es decir que la libertad de expresión, de conciencia, la posibilidad de peticionar y exigir a los representantes elegidos no se ve vulnerada entre un turno electoral y el siguiente.

Como ciudadano no tienen porque “esperar” a los próximos comicios para decir lo que se piensa, para quejarse y plantear lo que no parece correcto.

Tampoco los ciudadanos debemos conformar un partido opositor, ni sumarnos a él, ni ocuparnos de reunir votos suficientes para superar en número al oficialismo circunstancial.

Los políticos que compiten en una elección, son personas que se sienten en condiciones de representar a otros y entienden que pueden ofrecer posibles soluciones a la comunidad.

Los ciudadanos no están obligados a tener propuestas, ni a organizarse como partido político para triunfar en una elección. Pueden opinar, pensar, expresarse y quejarse, sin todo lo anterior.

Las obligaciones cívicas de un ciudadano pasan por ser parte de su sociedad, y si bien puede ser deseable que participe activamente de la vida en comunidad, lejos está de ser su obligación legal, y mucho menos moral, presentarse a una elección, ser candidato o tener propuestas.

Los oficialismos suelen molestarse con las críticas, algunos inclusive más de la cuenta, y esa crispación los hace reaccionar desmedidamente ante la impotencia que les genera no poder sostener una discusión con altura, por eso apelan a imponer su razón por el hecho de que son mas, sin comprender que la verdad no sigue una lógica matemática, de hecho los grandes descubrimientos de la humanidad, los cambios de paradigmas del progreso, fueron precedidos por un rechazo masivo de quienes no comprendían la virtud de lo nuevo.

Los gobernantes no llegaron hasta ahí en contra su voluntad, tomaron la decisión personal de ser parte del sistema, se postularon en sus propios partidos, se presentaron a la elección y consiguieron el apoyo suficiente para ocupar esas posiciones de representación.

Otros ciudadanos han elegido dedicar sus vidas a otras cuestiones, y esa es una decisión legítima e incuestionable. Pero por ello no pierden su calidad de ciudadanos, de “mandantes” y por lo tanto pueden opinar cuando lo deseen y decir lo que les parezca, inclusive sin proponer solución alguna.

Esa deformación democrática que utilizan con manipulación dialéctica los poderosos de turno es un signo de impericia y sobre todo de incapacidad para comprender que en una democracia, lo importante es la vigencia de las libertades y los derechos de los ciudadanos por sobre toda otra cuestión.

El poder de la gente está en el uso de su libertad, en el ejercicio de sus derechos, y no en el circunstancial resultado electoral. La historia de la humanidad muestra como las mayorías se mueven de un lado a otro y como los “poderosos” siempre dejan de serlo en algún momento. El centro del sistema es el individuo y no los políticos.

Se trata en realidad de una perversa idea que tienen algunos, de querer proponer un juego que sin sentido alguno, pretende que los ciudadanos claudiquen en sus derechos y elecciones personales.

Los que se postularon para manejar la cosa pública, para gobernar, pues que hagan su tarea y que rindan cuentas de ello, no solo a los que los votaron sino a todos. No son el gobierno de una parte de la sociedad, sino de la sociedad en su conjunto y su deber no es representar a algunos sino a cada uno de los ciudadanos.

Mientras tanto, tendrán que acostumbrarse a tolerar la crítica, a aceptar el disenso, el pensamiento diferente y sobre todo a entender cómo funciona la democracia. Tal vez, un buen primer paso sea diferenciarla de una monarquía, porque no son reyes, solo mandatarios, por un plazo, por un tiempo, a préstamo. Tienen la oportunidad de gobernar con inteligencia, de hacerlo bien, de pasar a la historia y dejar un legado. Queda claro que muchos otros ya eligieron el camino del autoritarismo, del despotismo, la discrecionalidad y la corrupción. Así quedarán en la historia. No habrá premios para ellos.

Algunos, aun no comprenden cómo funciona una sociedad civilizada, con ganas de vivir en armonía y siguen proponiendo silencio ciudadano o disputar la mayoría en un acto electoral. Están invitando a un falso dilema.

albertomedinamendez@gmail.com

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La educación es un asunto demasiado político para dejarlo en manos de la política partidaria

Posted by Teódulo López Meléndez en septiembre 30, 2012

Ricardo Viscardi

Confieso que he encontrado cierta dificultad al proponerme trasladar la famosa frase de Clemenceau “La guerra es un asunto demasiado serio para dejarlo en manos de los militares” al contexto actual de la educación. Sin embargo, tras muchos intentos destinados a alcanzar una expresión acorde al propósito, he terminado por reconocer que la dificultad no estriba en la denegación de seriedad a los militares, puesto que una descalificación similar podría justificarse contra la política partidaria, sino que el obstáculo proviene del propio contexto que debiera corroborar la expresión.

En efecto, la “seriedad” a la que se refería Clemenceau suponía una profundidad de determinaciones relativas a la guerra que anclaban en condiciones cuya complejidad superaba en mucho la mera contienda bélica. Por vía de consecuencia, se podría leer la misma frase como el comentario contextualizado de otra formulación célebre, de significación propiamente militar “La guerra es la continuación de la política por otros medios” (Clausewitz). En efecto, si la guerra continúa a la política, esta última inspira y determina su prolongación bélica, por lo tanto, la condición primigenia que se le asigna a la política antes que a la guerra, arraiga en condiciones más amplias, básicas y gravitantes. Tal temperamento indicaría que la “seriedad” que Clemenceau atribuye al asunto bélico va de par con la condición básica que Clausewitz asocia a la política, sesgo de vinculación que une lo serio a lo básico, conjuntamente, en una profundidad cuya complejidad alimenta por igual, tanto la prolongación de la política en la guerra, como la proyección política que alcanza la propia guerra.

En los dos casos, lo político nutre con la savia de su sabiduría lo propio a la guerra, que a su vez expresa,  a través de una figura simplificadora y ramificada, la fuente subyacente que la sostiene y explica[2].

Tanto la frase de Clemenceau como la de Clausewitz corresponden a una concepción organicista y en consecuencia evolutiva de los procesos, constitutiva de la episteme moderna. Un principio originario contiene en sí propio, para esa sensibilidad intelectual, las instrucciones suficientes para el desarrollo pleno, que en un proceso germinal, lleva de la simiente al cumplimiento del ser vivo. Este paradigma organicista revierte, a su vez, una instrucción creadora de índole espiritual que infunde, en una materia destinada a revestir esplendor sobrenatural, una consigna  primordial y edificante. La noción de naturaleza expresa secularmente, una vez que se apropia de los derechos de interpretación del origen de la vida, la misma tradición espiritualista ligada a una emanación creacionista, revirtiéndola sin embargo en un origen terrenal. Pero tanto en el contexto epistémico espiritualista como en el secularizado, un principio primigenio y rector inspira provisoriamente el desarrollo ulterior de una forma plenamente desarrollada, a través de un proceso básico que sostiene una expresión seria, es decir, edificada desde su propia profundidad.

Esta profundidad que Clemenceau denegaba a los militares y que Clausewitz adjudicaba a la política antes que a la guerra,  por razones básicamente fundadas, constituye en nuestra memoria cultural la política como arte de lo posible, que emana de la profundidad social. En la misma perspectiva epistémica, la educación proviene de las propias bases de desarrollo de la sociedad  y del individuo, irrumpiendo en cada quién por la vía de una vocación que proviene de una profundidad personal.

La imposibilidad en que me encuentro de traducir esa heurística orgánico-espiritualista, propia de una profundidad tan germinal como seria en términos de mi frase “La educación es un asunto demasiado político para dejarlo en manos de la política partidaria”, que me sigue pareciendo insistentemente verosímil pese a la dificultad anamnésica, que me impide olvidar la versión evolutiva consagrada por la modernidad,  me lleva a pensar que la profundidad ya no es lo que era, ni en la sociedad ni en el individuo. En aras de justificar mi obstinado enunciado en términos de verosimilitud descriptiva, bastaría referirlo a la actualidad mundial de la guerra, de la política y de la educación, para dejar de paso, bastante mal parados a Clausewitz y a Clemenceau. Sorteando esa tentación de verosimilitud contextual, en particular para no ser injusto con quienes pensaron bajo otras condiciones y lograron inspirarnos reflexivamente hasta hoy día,  quisiera asimismo ser generoso con la enunciación que me llevó a esa frase, obsesiva en desmedro de la paciencia ajena, en este caso de ustedes a quienes me dirijo. Abuso solicitando comprensión de cada uno, apelo a la generosidad de la asistencia con la escucha de “La educación es un asunto demasiado político para dejarlo en manos de la política partidaria”, reiteración que obedece por mi lado, a un principio de piedad del pensamiento que me obliga, según Vattimo, a dar oídos a mis propias propensiones elocuentes con cierta caridad[3].

Suponiendo que mi inclinación enunciativa carece de profundidad, ya que me parece ante todo opuesta a una seriedad arraigada y germinal, entiendo que la verosimilitud que reviste no se sustenta en un descaecimiento moral de los protagonistas partidarios de la política, ya que esa descalificación de la probidad de las personas me llevaría a una percepción  que divide el bien del mal, antes de llegar a entender la incumbencia relativa de tales calificaciones con relación a casos, circunstancias y trayectorias. Tampoco aunque me esforzara, lograría entender cómo las estructuras partidarias generan una suerte de perversión que desvirtúa a sus personeros, si no las refiero a una profundidad explicativa de la naturaleza pública que, como decía anteriormente, mi frase inspiradora me impide endosar.

Decidido, sin embargo, a perseverar en el esfuerzo por entender fundadamente lo que me parece incontrovertible en su formulación, cedo a la tentación enunciativa de promulgar una convicción relativa a la índole política, estipulando provisoriamente que esa calidad corresponde a una actividad propia de los particulares. En tanto cunde entre un gran número, la política se manifiesta como suma de actividades protagonizadas por particulares que añaden cada uno su cuota de singularidad, de manera que ese conjunto heterogéneo y diverso de inclinaciones registradas configura “lo político”, en tanto se entiende por tal el ámbito de la actuación colectiva de los miembros de una población.

La asignación de una condición política singular a cada miembro de la población, concuerda con el régimen bio-político propio de la modernidad, en cuanto  tal como la desarrolla Foucault a partir del bio-poder,  la vida propia de los “hombres infames” se consigna en los discursos que registran sus actuaciones[4]. Por consiguiente, la condición de particular y la inscripción discursiva de una trayectoria individual constituyen una unidad significativa, tanto en el sentido enunciativo como en la existencia pública.

Por contraposición a esa comparecencia discursiva de los cuerpos particulares en el conjunto público, los partidos políticos suponen la delegación de potestades enunciativas desde los miembros asociados hacia una corporación rectora (comité central, poderes públicos, organismos de dirección, etc.). Desde el centralismo democrático leninista hasta la democracia de opinión pública del presente, organizada esta última en la comunicación masiva a través de la reversión entre medición y mediación, la consistencia social exige una transferencia discursiva desde los particulares hacia el lugar que dirime la hegemonía ideológica.

Sin embargo, tal pretensión a una jerarquía sustentada en la articulación social profunda de una condición biológica -es decir corporal- de la sociedad, se encuentra coartada por la actualidad pública que se interpone por -al menos- dos vertientes, en el camino a la comunicación masiva que ha tomado el organicismo, a partir de la segunda mitad del siglo pasado. Las redes mediáticas tienden, en efecto, a articular el conjunto social a partir de los propios medios masivos de comunicación, orquestados mundial y empresarialmente a partir de las nuevas tecnologías de la comunicación y la información, pero también a partir de la apropiación de estas mismas tecnologías por asociaciones políticas, sociales y educativas entre otras. Por esas dos vías, se genera una condición de la vinculación colectiva que no se subordina verticalmente al modelo ideológico-institucional, impugnado a partir del auge de los movimientos sociales entre los 70’ y los 80’, sino que induce, tanto por la vía empresarial como por la vinculación comunitaria, una mutación de la identidad pública con efectos económicos, políticos y educativos.

Asimismo, el desarrollo tecnológico tiende a una convergencia de medios que introduce el teléfono en el computador y el computador en la televisión, propendiendo a una sinergia mediática que favorece la interactividad entre los particulares, de forma que las llamadas “redes sociales” configuran, en paralelo, una asociación de particulares que se vinculan a distancia. Esta asociación sin lugar ni lapso no sólo opone, a partir de una lectura foucaldiana, la singularidad enunciativa de los discursos particulares a la regimentación ideológica de los conglomerados dirigentes, sino que además configura una vinculación por eslabonamiento en redes que prospera a partir de la discontinuidad del artificio y desdeña apoyarse en la continuidad de la naturaleza. De ahí que la superficie eslabonada de las redes artificiales escape a la seria y básica profundidad natural de los procesos orgánicos, en cuyo registro moderno el término “organización” vale tanto para los conjuntos biológicos como para las entidades públicas. Este paso de la organización natural a la red artificial determina que lo político de la vinculación, por decisión de los particulares, escape de forma creciente y desbordante al control de las organizaciones partidarias, que pretenden conservar el control bio-político de una población organizada con criterio de masa biológica.

Por consiguiente, la noción de una desafección político-partidaria de la educación desde el punto de vista de una colectividad de redes, se vincula ante todo al desvanecimiento creciente de la configuración ideológico-institucional propia de los partidos políticos, de cara al surgimiento de formas de asociación colectiva que minan su autoridad y su prestigio, tanto a nivel de los principios de actuación como en el plano de la costumbres de las mayorías.

Por otro lado, la propia noción de educación sufre una torsión conceptual como efecto de su inscripción en un habitus radicalmente alternativo. Así como la vinculación de la educación a todos los planos de la vida asociativa corresponde al criterio de “lo político”, que ya surge de la clave de lectura bio-política como el conjunto de las actividades colectivas de los particulares, la sinergia de una colectividad configurada en red, por eslabonamiento mediático, supone condiciones radicalmente diferentes de acceso a la cultura y el saber. La índole diferenciada de este acceso se expresa elocuentemente en el doble sentido que conserva el término “mediatización”, en tanto la ambivalencia que encierra no es equívoca por indiferenciación, en cuyo caso bastaría con despejar la confusión distinguiendo, como lo hacía Aristóteles, los parónimos que reviste una misma palabra. Por el contrario, este equívoco prodiga semánticamente una comprensión única con dos vertientes de sentido articuladas entre sí. En efecto, el eslabonamiento en red de la vinculación artificial es “mediatizada” en el sentido dieciochesco de “encarcelada”, ante todo porque también se encuentra “mediatizada” en el sentido de la tecnología mediática, en cuanto lo que nos vincula a distancia presenta, como condición de posibilidad, el ingreso en la clausura de un código cifrado[5].

La franquía de la contraseña en tanto marca idiosincrática no sólo precipita la singularidad en la universalidad de un código, sino que por sobre todo articula el código sobre la invariabilidad de la cifra. A las antípodas de la descalificación saussuriana del código como equivalente de la lengua, el vínculo cifrado es el efecto propio del artefacto programado, cuya eficiencia vinculante -a través de la provisión de la clásica imagen acústica en particular, estriba en la invariabilidad de la cifra, en tanto su rigor formal admite incluso la expresión numérica.  El número constituía para Kant, dentro de la categoría de la relación, el “invariante relacional”[6], término que deja en claro la índole de relación encadenada que nos encontramos obligados a mantener para  incorporarnos a las “redes sociales”.

La educación, lejos ya de condecir con el humanismo de la “Prosa del Mundo” que describiera Foucault[7], en la infinita filigrana interpretativa que contextualiza la naturaleza en versiones germinales, condice hoy con una “Cifra del Mundo” que nos presenta on-line una versión numérica del acceso al universo.  Aquello que nos “mediatiza” en tanto nos permite incluirnos en códigos compartidos por nuestros semejantes, también nos “mediatiza” en tanto nos vincula si -y sólo si- admitimos precipitarnos en la insipidez numérica.

La cuestión de la educación se vincula hoy, en esa perspectiva, a la adquisición de la capacitación que permita internarse en la cifra del mundo que provee internet, pero también a desvincularse de una identidad numérica que pasa llave al cerrojo de una relación invariante. Tal criterio induce a una autonomía sustentada en la anomalía emergente, antes que en la personalidad formalizada, cuestión que nos devuelve a la actualidad política de la educación.

El intento del sistema uruguayo de partidos de liquidar toda autonomía de la Enseñanza, particularmente en el Codicen, con engendros tales como el doble voto para el presidente de este organismo, o el fracasado “acuerdo educativo”[8] que pergeñaron los partidos políticos erigiéndose en órganos rectores de la enseñanza[9], acaba de conocer un engendro en reiteración real. En efecto, la creación en carpetas parlamentarias de una Universidad Tecnológica se presenta como un dechado de liquidación de la autonomía en cualquier versión de la misma que se conozca[10]. Se trata en efecto, de una universidad pública cuyas autoridades, además de no provenir de la voluntad política del demos universitario, serían directamente provistas por una pléyade de instituciones representativas de los poderes del presente: el propio gobierno, las corporaciones empresariales, los poderes sindicales y finalmente, incluso y se diría que por condescendencia, los propios protagonistas universitarios.

Esta reiteración real del conato de regimentación partidaria de la educación no debe verse como una tendencia ascendente en el proceso social y educativo, sino como el manotazo de ahogado de un sistema partidario cada vez más acotado por la índole mediática de la sociedad tecnológica, que intenta desesperadamente decretar un dominio que pierde cotidianamente. En esa perspectiva, debemos prepararnos teórica y asociativamente, desde el plano de la educación y particularmente desde la autonomía universitaria, para enfrentar nuevos embates partidocráticos, ante cuya inminencia conviene tener presente que, lejos de representar la actualidad política de lo político, no traducen sino la obsolescencia partidaria de la representación orgánica.

[1] Intervención en la mesa (integrada junto con Raúl Gil y Antonio Romano) “La educación…¿siempre llega tarde?”  del Lanzamiento del debate educativo 2012-2013, Comisión de asuntos gremiales del Centro de Estudiantes de Humanidades y Ciencias de la Educación, FHCE, Montevideo, 20 de septiembre, 2012.

[2] Esta descripción figurativa del tópico de la profundidad en tanto determinación, corresponde tanto a la metáfora del “árbol de la ciencia”, que presenta Descartes en Los principios de la filosofía, como al comentario de esa imagen cartesiana que desarrolla Heidegger en Qué es metafísica?, ver Heidegger, M. (2000) “¿Qué es metafísica?” en Hitos, Alianza, Madrid, p. 299.

[3] Acerca de “piedad del pensamiento” en Vattimo, con relación a la problemática educativa: Darós, W. La educación débil en la sociedad posmoderna http://williamdaros.files.wordpress.com/2009/08/w-r-daros-la-educacion-debil-en-la-sociedad-posmoderna.pdf (acceso el 20/09/12)

[4] Me explico al respecto en Viscardi, R. (en prensa en los anales on-line del evento) “La mediatización en la comunicación artefactual: algunas interrogantes vinculadas a la cuestión del sentido” 1er Congreso de la Sociedad Filosófica del Uruguay, Montevideo, 10 al 12 de mayo 2012.

[5] Op.cit.supra

[6] Viscardi, R. (2004), “La sabia contingencia: una idiosincrasia planetaria”. En Revista Comunicación, Nº 2, p.191.   

[7] Foucault, M. (1966) Les mots et les choses, Gallimard, Paris, pp.32-59.

[8] “Larrañaga denunció el incumplimiento del acuerdo educativo multipartidario” El País (02/07/12) http://www.elpais.com.uy/120702/ultmo-649637/ultimomomento/Larranaga-denuncio-incumplimiento-de-acuerdo-educativo-multipartidario/

[9] Viscardi, R. “Reflexiones de Leviatán” en Tiempos de Crítica Nº1 (16/03/12) (Rev. Caras y Caretas) pp.10-11.

[10] “Quién conduce?” Montevideo Portal (19/09/12) http://www.montevideo.com.uy/notnoticias_179606_1.html

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La lógica de los tramposos

Posted by Teódulo López Meléndez en septiembre 30, 2012

 

Alberto Medina Méndez

Al tramposo solo le importa ganar. Recurre al embuste como un medio porque lo que precisa es seguir adelante. No le interesan las reglas en lo más mínimo. De hecho solo las usa cuando le conviene.

El populismo contemporáneo, este que conocemos, corrupto, demagógico y perverso necesita del poder como del aire para respirar. Lo necesita para perpetuarse, para permanecer, pero sobre todo para seguir haciendo negocios a la sombra del Estado, con el agregado central de no perder la impunidad con la que se maneja a diario.

Pese a la retórica de la que se ufanan, la democracia es para ellos solo un instrumento que les sirve para sostenerse, y es por ello que desarrollan toda una línea argumental delicadamente elaborada para hacer de esa herramienta su eje, como si realmente creyeran en ella.

En realidad, solo usan el instrumento, lo utilizan en la medida que les resulta funcional y útil. No creen para nada en sus bondades, solo sostienen una relación claramente utilitaria con esa institución.

Defienden a rajatablas lo que ellos llaman mayorías populares. Mientras los vientos soplen a su favor, seguirán definiéndose como demócratas, y harán de esa idea su máxima bandera. Mientras ganen elecciones y obtengan acompañamiento en las urnas, intentarán imponer el razonamiento por el cual los más siempre tienen razón, solo por ser más.

Y bajo ese paraguas argumental es que desafían, con soberbia, a los que piensan diferente, para jueguen su juego, instándolos a presentarse a elecciones, para poder legitimarse hasta el cansancio, solo para ganarles con esa regla que adoran, solo porque les rinde y les conviene.

Lo que no dicen, pero piensan íntimamente, es que un día cualquiera, cuando las urnas ya no acompañen como en el presente, cuando la sociedad reflexione de un modo distinto y deje de claudicar frente al miedo, tienen otros argumentos preparados para justificar esa circunstancia.

Algunos incautos, de esos que aun creen en la honestidad intelectual de estos personajes del populismo contemporáneo, probablemente despierten ese día de este largo letargo, o tal vez ni así lo hagan y se sumen mansamente a la nueva argumentación que tienen preparada para su derrota electoral.

Los tramposos nunca pierden, son embusteros, solo les interesa ganar, no tienen ni códigos, ni valores morales, mucho menos honestidad para aceptar la posibilidad de estar equivocados.

Siempre tienen un as en la manga para no dar el brazo a torcer. Ellos no están dispuestos a reconocer errores, mucho menos aceptar que otros piensan mejor o que tienen ideas que se ajustan al mundo real de un modo más eficiente. Precisan ganar a cualquier precio y solo precisan ir acomodando argumentos según como soplan los vientos.

Creen en esta democracia mientras los votos los favorezcan, pero estos mismos que aplauden a las mayorías promoviendo elecciones libres, defienden sistemas antagónicos en los que no hay elecciones, en la medida que los que gobiernen sean solo amigos o personajes afines.

No les interesan los sistemas, mucho menos aun respetar el pensamiento diferente. Les interesa solo imponer ideas, formas de vida, y sobre todo defender sus intereses más mezquinos, esos que les permiten impunidad eterna, poder interminable y negocios para siempre.

La sociedad, la gente, la comunidad, el bien común que tanto dicen defender, es solo el argumento que utilizan y la excusa que precisan para seguir haciendo de las suyas. Las pruebas que sostienen esta afirmación son demasiadas y abundan. Ninguno de ellos es austero, mucho menos aun pobre, todos tienen causas judiciales, sospechas y hasta procesos iniciados. No son trigo limpio. La democracia concebida como ellos la interpretan, les permite estar cubiertos, y seguir su camino sin represalia alguna.

Probablemente algún día perderán una elección, como ya les ha ocurrido en el pasado, pero tienen preparados novedosos argumentos para cuando la mayoría que los apoya deje de ser su sustento.

Cuando ganan es porque el pueblo los avala, los adora y los ama. Cuando pierden los comicios, es simple, el establishment, las corporaciones, el poder económico, el imperio y los intereses sectoriales, impusieron el poder del dinero y sojuzgaron al pueblo.

Ellos nunca pierden. Las reglas son solo una circunstancia, no pueden jugar limpio, no está en su naturaleza ni en su esencia. Sus mentiras, su hipocresía, su forma de actuar cotidianamente, los muestra como realmente son. Solo usan la lógica de los tramposos.

albertomedinamendez@gmail.com

skype: amedinamendez

www.albertomedinamendez.com

54 – 0379 – 154602694

 

 

 

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Europa, Europa: El viejo continente despliega las alas

Posted by Teódulo López Meléndez en septiembre 29, 2012

 

Raúl Zibechi

 

ALAI AMLATINA, Luego de casi tres años de desestabilizadora crisis económica, que puso a la Unión Europea contra las cuerdas, se empiezan a dar los primeros pasos para profundizar la unidad, crear mecanismos de gobernabilidad y se comienza a debatir la posibilidad de crear un ejército europeo. Hasta el momento todos ellos eran temas tabú.

“Vuestro papel es hacer realidad el sueño europeo. Viva la amistad franco-alemana”, dijo François Hollande en alemán. “Viva la juventud franco-alemana. Viva la juventud europea”, exclamó Angela Merkel en francés. Al expresarse cada uno en el idioma del otro, los dos dirigentes buscaban reafirmar la vocación europeísta que los anima en el mismo escenario donde Charles de Gaulle se dirigió a miles de jóvenes alemanes el 9 de setiembre de 1952, la pequeña ciudad de alemana de Ludwigsburg.

Era la primera visita de un presidente francés a la Alemania recién derrotada en la II Guerra Mundial, y su discurso en alemán entusiasmó a los jóvenes. Justo 60 años después, los principales dirigentes de los dos más importantes países de Europa continental quisieron mostrar que los sigue inspirando idéntica voluntad de caminar juntos, dejando de lado diferencias y rencores, para seguir edificando una poderosa Unión Europea.

Una nueva Europa

El diario británico The Guardian difundió el 18 de setiembre los contenidos de un documento de 12 páginas elaborado por los ministros de Relaciones Exteriores de la Unión Europea, a instancia del canciller alemán Guido Westerwelle, que sintetiza “nueve meses de lluvia de ideas sobre el futuro de Europa”.

 

Cinco de los seis principales países de la Unión, con la excepción de Gran Bretaña, piden una “revisión radical de las políticas europeas de relaciones exteriores y defensa para crear un nuevo y poderoso ministerio paneuropeo y la votación por mayoría de la política exterior común para eludir el veto británico, crear un posible ejército europeo y un mercado único de industrias de defensa”.

Según la información, el impulso fue alemán aunque el contenido parece neo-gaullista, y contempla la posibilidad de elegir presidente europeo por voto directo. Los patrocinadores de esta nueva orientación, que en los hechos apuesta a una profundización de la unidad europea, son Alemania, Francia, Italia, España y Polonia, dejando de lado a Gran Bretaña lo que, según The Guardian, “aumentará la presión para su salida de la Unión Europea”.

La decisión de crear un nuevo y poderoso ministerio común europeo busca destrabar las largas y tediosas negociaciones que implica llegar al consenso entre 27 o 28 países. Como señaló el analista europeo del diario londinense, Ian Traynor, se trata de “un camino para salir de la crisis a través de una mayor integración” que en los hechos deja a Londres “mirando el proceso político europeo desde el banquillo”.

Pero la profundización de la Unión no quedará focalizada en las relaciones internacionales. Dos temas ocupan estos días a los presidentes de Francia y Alemania: la creación de un organismo de supervisión bancaria común y los planes de fusión anunciados días atrás por las dos mayores empresas de defensa europeas, la EADS y la británica BAE Systems.

La fusión entre ambas crearía un gigante aeroespacial mayor que la estadounidense Boeing, ya que alcanzaría los 220 mil empleados y facturaría 73.000 millones de dólares anuales. La firma británica se ha visto afectada por la reducción del presupuesto de Defensa de su principal cliente, los Estados Unidos, lo que enseña las grietas que se abr en la alianza transatlántica en momentos de crisis económica y viraje geopolítico.

Según los analistas del Laboratorio Europeo de Anticipación Política (LEAP), la sobrevivencia de BAE Systems estaría amenazada porque su facturación depende en un 20 por ciento del mercado estadounidense que en plena crisis de empleo se vuelca en las empresas locales, y por el recorte del gasto militar británico por el enorme endeudamiento del país. El hecho de que la principal empresa británica de defensa deba recostarse en Europa, anticipa los giros en las alianzas globales (LEAP, 16 de setiembre de 2012).

Adiós al amigo

Las elecciones francesas fueron un punto de inflexión que abrió las puertas a la introducción de cambios de largo aliento en el continente. De hecho, desde el triunfo socialista, que muchos interpretan como el retorno del miterrandismo, se vive un clima distinto en Europa. “Eurolandia salió finalmente de su letargo político y del corto-placismo a partir de la elección de François Hollande”, escribió el LEAP en su boletín mensual de junio, “lo cual desmiente todos los pronósticos de los medios de comunicación anglosajones y de los euroescépticos. A partir de ahora, Eurolandia (en realidad la Unión Europea menos el Reino Unido) podrá avanzar sin reparar en obstáculos y dotarse del verdadero proyecto de integración política, de eficacia económica y de democratización durante el período 2012-2016”.

Tres años de crisis y la amenaza, inminente por momentos, de implosión del euro, convencieron a las elites del continente de una doble necesidad: dotarse de mecanismos de gobernabilidad y tomar distancia del eje Washington-Londres que había configurado el núcleo del poder global junto a los aliados europeos. Si la gobernabilidad parece imprescindible para superar la crisis, tomar distancia de Estados Unidos es un tipo de decisión que no puede pronunciarse en voz alta, pero que se deduce del camino adoptado en los últimos meses.

Apenas un síntoma del nuevo clima fue el reciente discurso del canciller polaco Radek Sikorsk, en la conferencia Global Horizons en el palacio de Blenheim, cerca de Oxford el viernes 21 de septiembre. Aunque Polonia es aliada de Gran Bretaña y Estados Unidos, Sikorsk pidió a los primeros que abandonen su “euroescepticismo” y se involucren en la construcción europea. Fue más lejos al pedir al gobierno inglés que no socave la Unión Europea y que si se niega a colaborar “no espere que los ayudemos a arruinar o paralizar la Unión” (EU Observer, 24 de setiembre de 2012).

Se trata, en efecto, de una nueva conciencia europea, lo que algunos denominan como un “segundo renacimiento” luego del nacimiento la posguerra. Ni los dirigentes ni buena parte de la población olvidan que fue una decisión de los principales banqueros de la City y de Wall Street la que lanzó el ataque especulativo contra el euro como forma de salvar la hegemonía del dólar.

“El ataque violento que sufrió la Eurozona por parte de los que eran considerados sus aliados estratégicos, el Reino Unido y Estados Unidos, modificó radicalmente la percepción de los intereses vitales de Eurolandia, tanto para sus élites como para sus ciudadanos”, escribía el LEAP en febrero. “Los años 2010 y 2011 mostraron a los eurolandeses que sus aliados se encontraban, al menos, tanto en Moscú, Pekín, Nueva Delhi o Brasilia, como en Londres y Washington, al igual que el futuro de su desarrollo económico, tecnológico y comercial” (LEAP, 17 de febrero de 2012).).

 

Ahora el principal aliado de Washington corre el riesgo de quedar aislado, como afirmó el canciller polaco. Peor: según la calificadora Morgan Stanley asegura que para 2013 la deuda británica será superior a la de Grecia, que la isla enfrenta una dura recesión y una probable rebaja de su actual calificación (CNBC, 25 de setiembre de 2012).

Si nos atenemos a los análisis de los centros estratégicos europeos, que han venido anticipando con rigor los sucesos mundiales, en los próximos meses asistiremos a un rebrote de la crisis a niveles aún más destructivos que los de setiembre de 2008. En el horizonte aparecen algunos datos a tener en cuenta: la fragmentación del mercado financiero global en tres grandes zonas monetarias relativamente inconexas: dólar, euro y yuan (LEAP, 17 de noviembre de 2011).

La segunda es la profundización de lo comentado arriba, o sea la pérdida de influencia de Estados Unidos en Europa. El LEAP incluso anticipa que para 2017 ya no habrá más soldados estadounidenses en suelo continental. La tercera es la alianza Unión Europea-BRICS como horizonte de colaboración a mediano plazo.

Franck Biancheri, quien trabajó junto a François Miterrando en la década de 1980, sostiene que la cooperación entre Europa y los BRICS se encuentra en un “estado avanzado” en ámbitos como ciencia, tecnología y economía, “pero falta todavía un claro referente político-diplomático” capaz de impactar en el mundo. En su opinión, los nuevos rumbos que está tomando la Unión Europea le permitirán abordar junto a los BRICS y la mayor parte de los países del G-20 algunas cuestiones claves para superar la crisis en curso como “un examen del papel del dólar y el control riguroso de las grandes instituciones financieras privadas” (MAP 6, mayo 2012).

- Raúl Zibechi, periodista uruguayo, es docente e investigador en la Multiversidad Franciscana de América Latina, y asesor de varios colectivos sociales.

 

 

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Mensaje en víspera electoral

Posted by Teódulo López Meléndez en septiembre 28, 2012

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La inteligencia organizada

Posted by Teódulo López Meléndez en septiembre 27, 2012

 

Teódulo López Meléndez

 

Como ves, aquí requiere que ahora corras tan rápido

como puedas para permanecer en el mismo lugar. Si

quieres ir a otra parte, debes correr al menos el doble de

rápido que antes.

 

Lewis Carroll

 

La ciencia-ficción en gran medida ha dejado de ser una actividad de los escritores de ciencia-ficción. La ciencia-ficción ha pasado a convertirse en ficción realizable-ciencia, obviamente de manos de los investigadores y de los científicos, incluidos los sociales.

 

Steven Johnson nos plantea en Sistemas emergentes o qué tienen en común hormigas, neuronas, ciudades y software el proceso que siguen las células del moho de fango que se organizan desde abajo, como una metáfora que niega la ausencia de líderes como causa de la inacción o la pasividad. Es el clásico ejemplo de una conducta ascendente o “bottom-up”. Ya no existe un pensamiento centralizado sino una conjunción que destierra el descenso de una línea para ser sustituido por una generación de inteligencia que sube.

 

Marvin Minsky en La sociedad de la mente va sobre la construcción de inteligencia artificial. Ya se habla de la web inteligente, una que revolucionaría la búsqueda de información y que nos haría ver al Google de hoy de la misma manera que hoy vemos a una vieja Remington. Pero lo que nos interesa es su visión del cerebro como una sociedad de agentes autónomos subinteligentes que al cooperar exhiben un comportamiento global inteligente. La metáfora se aplica a una asociación de seres humanos porque al producirse entre ellos una cooperación o interrelación puede observarse de inmediato la producción de conclusiones de complejidad creciente. Podríamos tomarle prestada al mejor alumno de MacLuhan, Derrick de Kerckhove, su expresión “segunda piel” para hablar de un sensorium humano que apenas ahora comenzamos a vislumbrar como un tejido de inteligencia desaprovechada por el efecto individualista que pervive en esta transición de un mundo a otro. Me atrevería a agregar a la teoría de la “modernidad líquida” de Zigmunt Bauman –que explica la falta de cambio por la existencia de una modernidad sólida incapaz de fluir- una expresión que se me ocurre del latín y definir a la sociedad venezolana de hoy como un  corpus callosum sobre el cual debe aplicarse una buena dosis de comprensión.

 

La idea de una inteligencia colectiva es uno de los temas predominantes en la investigación no ficticia de nuestro mundo. Desde Steven Johnson hasta Howard Rheingold, desde Francis Heylighein hasta Pierre Lévy, desde Marvin Minsk hasta el mencionado Kerckhove.

 

La idea que los abarca a todos es que los sesgos cognitivos individuales puede ser llevada al pensamiento de grupo para alcanzar un rendimiento intelectual mejorado. Es lo que se ha dado en llamar la inteligencia colectiva. Podríamos también explicar argumentando que se puede llevar a las comunidades humanas hacia un orden de complejidad mayor, lo que, obviamente, conllevaría a otro tipo de comportamiento sobre la realidad.

 

La inteligencia colectiva está en todas partes, está repartida. Debe ser valorada y coordinada para llevarnos hacia la construcción de las bases de una sociedad del conocimiento, lo que implica, de entrada, el enriquecimiento mutuo de las personas. Si la inteligencia está repartida, como realmente lo está, se modifican los conceptos de élite y de poder, y se rompen los paradigmas del liderazgo, más aún, los de la soberbia, pues reconocerlo implica desde ya una manifestación de humildad.

 

Ahora esa inteligencia repartida debe ser sometida a una acción para que comencemos a conseguir la inteligencia colectiva. Teilhard de Chardin, buen definidor de la persona por diferenciación de individuo – y quien por cierto vislumbró la red informática con 50 años de anticipación- habló de noosfera (conjunción de los seres inteligentes con el medio en que viven) y lo extendió más allá al vislumbrar lo que los pensadores de hoy llamarían el cerebro global.

 

Pues bien, la clave está, quizás, en crear numerosas y pequeñas noosferas. Ello pasa por ver con menos individualismo y en un contexto ético de alteridad. Es lo que en el humanismo cristiano se denomina la sustitución del yo por un nosotros. Hay, sin embargo, una razón más práctica que escapa a lo teórico-moral para insertarse en la brutal realidad real: hacia adonde va el mundo o se sabe o se perece, o se coopera o se fracasa, o se respeta o se es condenado.

 

Una buena manera de lograrlo es ajustando los mecanismos de comunicación. La web inteligente que aparecerá en cualquier momento podrá, por ejemplo, organizar la información que le interesa exclusivamente a la comunidad de un barrio. La tecnología está al servicio de la interacción. Los problemas de una comunidad específica seguramente son los de muchas lo que conllevará a un contexto compartido. En este plano de intercambio conseguiremos un mundo de significaciones lo que llevará a la movilización de las capacidades. Ello pasa por identificarlas y reconocer la diversidad. El primer paso es la aceptación de que estamos en la era del conocimiento y que en consecuencia debemos actuar dentro de ese marco. La potenciación de las capacidades  parte de la conformación de un estado positivo que le permita a la persona actuar con otros y conseguir la apertura. Y resultaría innecesario agregar que el pensamiento que se genera de esta manera es libre y no sometido a manipulaciones. Y también que no se trata de fusionar inteligencias individuales en masa, sino de activar un nuevo modo de identificación. Esta es precisamente la idea de la inteligencia colectiva.

 

Otros hablan de inteligencia conectiva, para poner el énfasis en la conservación de la personalidad de cada quien, de las ideas y del yo de cada quien. Esto es, la gente no piensa junta para llegar a determinadas conclusiones sino que piensa junta para obtener valor de la conexión y de la confrontación de ideas. George Siemens plantea la discusión en Connectivism Blog: “Collective or Connective Intelligence?

 

Es admisible pensar que los científicos sociales inventan palabras para distinguir sus tesis o inscribir sus nombres, pero en este caso la distinción preventiva entre inteligencia colectiva e inteligencia conectiva parece tener un sentido mayor. En cualquier caso, Siemens nos envuelve la suya en aspectos de neurociencia, ciencia cognitiva, teoría de redes y en la teoría del caos, con sistemas adaptativos complejos. Si bien podemos afiliarlo al constructivismo, no podemos dejar de admitir algunos de sus principios básicos: la tecnología está alterando nuestros cerebros, ya no es posible adquirir personalmente el aprendizaje que necesitamos y necesitamos de la formación de conexiones. Así, las otras personas pasan a ser “sustitutos del conocimiento”. Por otra parte la diferencia entre real y virtual se hace cada vez más tenue. E insiste en la necesidad de evitar el efecto dañino de los controles, que es al fin y al cabo la premisa básica de su libro Knowing Knowledge. Qué Siemens cuestiones a los educadores y a la educación que actualmente se imparte es importante porque, sin duda, habrá que cambiar los métodos tradicionales. Así lo podemos resumir: enseñar es conectar personas con oportunidades, experiencias con conocimientos, es ayudar a que se establezcan una o más conexiones, conectar experiencias, conectarse a una experiencia, conectar para que otros aprendan a conectarse, conectar personas con contenido, conectar personas, es enseñar a des-conectar.

 

Inteligencia colectiva o inteligencia conectiva, pero inteligencia organizada. Nunca está de más recordar la famosa expresión de Teilhard de Chardin: “Nada hay en el mundo capaz de resistir el empuje convergente de un grupo de inteligencias organizadas”.

 

II

“El pensamiento tiene cada vez más efecto sobre la realidad”.

Derrick de Kerckhove

 

Efectivamente, la realidad es sustituible siempre y cuando se tenga clara la nueva realidad. Para ello es menester el diseño colectivo de un proyecto que pasa por una inteligencia colectiva o conectiva, en cualquier caso organizada. Los medios tradicionales, como las monarquías mediáticas y las tecnologías del tiempo real, no lo permiten. Quizás este proceso de paso a las nuevas tecnologías y a su uso en la construcción de redes de redes pueda denominarse uno del homo sapiens a un homo ciberneticus. Lo que debe quedar claro es que el lugar de esta mutación antropológica es el lugar político. Si no reinventamos la democracia no habrá futuro y para ello es menester que el cuerpo social genere, mediante su constitución en colectivo inteligente,  las herramientas necesarias para lograrlo.

 

El espacio de esas herramientas es el conocimiento, el poder de pensamiento, de un espacio dinámico y vivo donde se transforman cualidades del ser y maneras de actuar en sociedad. Pierre Lévy, quien sin molestarse mucho por los nombres sigue hablando de La inteligencia colectiva,  nos recuerda que ahora se trata de un espacio moviente y paradójico que nos llega también del futuro, uno donde, donde no podemos limitarnos a los problemas de la supervivencia y del poder como ha acecido hasta ahora con la  extinción y división de las inteligencias.

 

Hay un cosmos en mutación y debemos ponerle nuestras rúbricas, firmarlo abajo mediante nuestra reinvención colectiva como especie. Apenas tenemos esbozos, pero el camino se hizo para ir hacia adelante y lo lograremos si nos mostramos los unos a los otros y vamos así logrando los instrumentos técnicos y conceptuales. Lévy nos dice que “…el proyecto arquitectural mayor del siglo XXI será imaginar, construir y acondicionar el espacio interactivo y moviente del ciberespacio”. Para precisarnos luego que inteligencia no es meramente conocimiento sino un trabajar en conjunto que conlleve al reconocimiento y enriquecimiento de las personas.

 

Es, fundamentalmente,  un asunto político y un asunto de la democracia.

 

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Desambiguar los términos

Posted by Teódulo López Meléndez en septiembre 26, 2012

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Redefinir la ciudadanía y la soberanía en el siglo XXI ¿Necesitan los riesgos ecológicos globales una Europa Federal?

Posted by Teódulo López Meléndez en septiembre 25, 2012

Por Jordi Ortega

Soberanía, territorio y estado nación en el siglo XXI.

 

Las doctrinas políticas de Thomas Hobbes e Immanuel Kant surgen de épocas diferentes, con sus retos y desafíos específicos, de ahí que cada uno elabore conceptos contrapuestos de estado nación.

La experiencia de Thomas Hobbes estaba marcada por las guerras civiles y religiosas. Su pensamiento político gira sobre cómo dar respuesta a los conflictos internos y, consecuencia del espanto de las guerras civiles, propone que los ciudadanos transferían su soberanía a un Estado Absoluto; su famoso Leviatán, que dará lugar a las monarquías europeas que garantizan la seguridad a través de la fuerza.

Immanuel Kant, un siglo más tarde, se enfrenta al problema opuesto de Thomas Hobbes: guerras interminables entre los estados soberanos. Su pensamiento gira sobre cómo lograr fin a las guerras interestatales mediante un orden mundial, su propuesta es una constitución civil entre estados. Esta formulación se enfrenta a un problema: el estado nación están compenetrados por tres elementos: (i) la ciudadanía democrática, (ii) la constitución política y (iii) el estado nación.

Tras la segunda guerra mundial toma relevancia el concepto de los derechos humanos. El principio que la legitimidad política exclusiva del estado nación se desvanece, los derechos humanos derrumban las fronteras nacionales hacia adentro y hacia afuera, haciendo posible desacopla la política y el gobierno o, si se quiere, visualizar una ciudadanía democrática y una constitución política más allá (o desvinculada) del estado nación.

No sólo se desplaza el ius ad bellum (el derecho a la guerra) por un sistema de seguridad global que persiga los crímenes contra la humanidad, en el siglo XXI nos enfrentamos a riesgos globales -la crisis financiera global, el cambio climático, los desequilibrios ecológicos, etc.- que forman parte de la seguridad global. Esta imbricación del estado nación en una red de acuerdos y organismo internacionales, no supone ninguna jubilación, al revés, el estado nación -parte de la organización política mundial- ha de asumir las tareas de una política global.

Seguimos jugando a la democracia nacional. O peor, buscando la política en un estado nación cuando la soberanía ha sido ya expropiada por poderes que se han independizado en el marco de la política global -incluido el poder económico.

Los estados nación pueden acceder a la gran política mundial y lograr -en ella- una renovada fuente de legitimidad política al forjar nuevas alianzas, desde abajo, con actores globales y, desde arriba, trabajando en redes con estados naciones. Las puertas están abiertas para elegir jugar a héroe o villano. Sería un suicidio atrincherase detrás de las bandera nacional, como si las fronteras nacionales fueran capaces de ahuyentar los riesgos globales.

Crisis ecológica global y pérdida de legitimidad del estado nación.

El estado nación,  en la modernidad temprana, aún podía tener aún una política interna; los peligros a los que nos enfrentábamos eran concretos definidos y delimitados. Basta reforzar los sistemas de control burocrático.

El sistema normativo del estado nación se enfrenta hoy a lo opuesto: riesgos abiertos, indefinidos e ilimitados. La vieja racionalidad política basada en el orden y control, genera el efecto contrario, incertidumbre e inseguridad. Cuando los riesgos son producidos industrialmente, externalizados económicamente, individualizados jurídicamente, legitimados técnicamente y minimizados políticamente el estado nación no es capaz de garantizar la seguridad. La crisis ecológica global, traducida en términos políticos, supone una vulneración de los derechos fundamentales que desestabiliza las instituciones políticas.

Entrados en el siglo XXI nos enfrentamos a nubes radiactivas que no piden visado, traspasan libremente las fronteras, etc., el estado nación ya no protege contra nada. La crisis financiera, sobretodo la falta de financiación de los gobiernos, ha puesto en primer término la insuficiente protección institucional de la moneda común. Y el carácter fantasmal del estado nación.

Europa parte de un diagnóstico erróneo. No tanto por las medidas concretas sino por considerar que existe una salida a la crisis en el marco del estado nación. Lo que molesta no es tanto la sobriedad pragmática, sino la incapacidad de desprenderse del estado nación y formular una nueva perspectiva global. Los “ajustes presupuestarios” que impone Europa, confundiendo la causa con el efecto, esta provocando, como señala la Organización Mundial del Comercio, un aterrizaje de la demanda mundial y recesión global (http://www.wto.org/english/news_e/pres12_e/pr676_e.htm).

Forma parte de la sátira europea, unos acuerdos político que ni siquiera son vinculantes o, si lo son, resulta que no son democráticos. Los parlamentos nacionales debe refrendar lo acordado por los gobiernos europeos. En el momento que llegan los bomberos al fuego alguien recuerda que estamos violando el “principio democrático” -las instituciones europeas carecen de soberanía para resolver los problemas a los estados miembros.

Lo que urge es dar una finalité al proceso de integración político europeo. El primer paso que fue la moneda común debía de convertirse en el motor de la unión política. No se trata, ahora, tanto de ceder soberanía a Europa como, al revés, recuperar la soberanía robada por los mercados -en el momento en que la deuda soberana es suya. Europa renunció a una política macroeconómica y el Banco Central Europeo a una política monetaria. Una Europa inconclusa diseñada a gusto de los mercados especulativos.

 

El sujeto político de la soberanía en el siglo XXI.

¿Qué significa en el siglo XXI reconocer a Catalunya como sujeto político de su propia identidad? Es la respuesta simplificadora a una compleja crisis institucional.

Para sacar Europa de este laberinto Jürgen Habermas y Peter Bofinger proponían que el programa del SPD incluyera una reforma a la constitución alemana. Así poder evitars las sentencias del Tribunal Constitucional alemán que niega una soberanía y democracia europea. La constitución reconocería la doble condición de los ciudadanos, en tanto miembros de un estado y en tanto europeos. Esto permite profundizar en el núcleo democrático europeo a partir de desacoplar los procedimiento democráticos –ciudadanía y constitución- sin necesidad de un estado nación europeo.

Los conservadores, que tienen a Thomas Hobbes como profeta, consideran que domesticar y pacificar las relaciones entre estados -como propopone Immanuel Kant- no sería más que una ingenuidad política. Para Robert Kagan Europa vive en la ilusión de un mundo de corderos, cuando está poblado por lobos o chacales. Lo irónico es que el pensamiento antiliberal y antidemocrático de una Carl Schmitt, su tesis el poder soberano se define por la capacidad de decretar el estado de excepción, coincide con Mao Te-tung: “el poder que emana de los cañones”.

Marine Le Pen declaraba que “Europa sólo tiene sentido si se construye respetando la soberanía de cada país”, en fin, enarbolaba contra Europa “la soberanía democrática del pueblo” (http://www.lemonde.fr/politique/article/2012/09/14/marine-le-pen-s-attaque-au-traite-europeen-viol-de-la-democratie_1760550_823448.html). Son declaraciones no muy distintas a la del secretario general de CSU Alexander Dobrindt que calificaba de “ataque a la democracia” las palabras de Mario Monti –que lamentaba la supremacía de las naciones sobre Europa (http://www.spiegel.de/politik/deutschland/seehofer-distanziert-sich-von-csu-generalsekretaer-dobrindt-a-852677.html). O Guidos Westerwelle, ministro de exterior, agitaba el “principio democrático” rechazaban la licencia bancaria al MEDE.

Europa se encentra en una encrucijada. Si no queremos un regreso al nacionalismo monetario y, como consecuencia, la de integración de la unión europea debemos de abandonar los conceptos clásicos de seguridad y soberanía (en el derecho internacional clásico el sujeto de derecho son los estados nación). Los riesgos globales no es algo sobre lo que podemos. Requieren de políticas globales que cuenten con legitimidad democrática; hoy es plausible una lectura constitucional al derecho internacional capaz de desacoplar estado y territorio de una ciudadanía democrática y el imperio de la ley -constitucionalismo. El estado nacional se ha de redefinir dentro de esta nueva geografía del poder.

Redefinir la soberanía nacional.

Estados Unidos se fundó hace dos siglos por aquellos ciudadanos revolucionarios que tuvieron la osadía de proclamar la soberanía popular frente los estados absolutista Europeos. La Unión Europa la han construido las élites políticas. Esta diferencia hace que la deuda Europa,  mucho menor que la de los Estados Unidos, sea un motivo de preocupación. Europa no ejerce la soberanía sobre su deuda, está en manos de los mercados.

La independencia de Estados Unidos fue un ejercicio de transferencia de soberanía a la Unión contra las antiguas colonias, en Europa cualquier propuesta de compartir soberanía logra unir con ellas los estados soberanos. Estos días se está planteando un mercado interior de energía que acelere la transición hacia las energías renovables, eliminar las barreras de mercado para mejorar la competitividad del sector. ¿Qué sentido tiene hablar de importaciones y de exportaciones en un mercado interior, o calcular el déficit y los superávit para a continuación aplicar políticas insolidarias en el interior de los países? ¿Cómo Europa puede contar fondos propios para asumir parte de la deuda europea cuando la vez se reclama, en el pacto fiscal, la gestión de todos los impuestos?

Miquel Iceta en la clausura de un seminario sobre Quebec y Escocia –en la Fundación Campalans- resaltaba el cambio que ha sufrido el concepto de estado nación -que condiciona el debate sobre la soberanía. ¿Ante riesgos globales se puede ejercer todavía la responsabilidad en el marco del estado nación? Jugamos con un concepto de responsabilidad similar al freno de bicicleta en la era de los aviones intercontinentales.

En este contexto es urgente redefinir los desafíos de la seguridad colectiva y abordar una renovación que permita a Naciones Unidas dar respuestas a los retos del siglo XXI. Esa responsabilidad cosmopolita no limita la acción del estado nación, al revés, le permite explorar inéditas oportunidades de acción estratégica, hacia el interior y exterior, que le ofrece la sociedad del riesgo global.

Jordi Ortega jordiortega@hotmail.comEstudió Filosofía en la Universidad de Barcelona. Amplió estudios de doctorado en la Goethe Universidad, en Frankfurt am Main, con análisis del derecho internacional siguiendo los análisis de la escuela de Frankfurt. Del diálogo entre la teoría crítica y teoría del riesgo se familiariza en cuestiones ambientales. Miembro del Grupo de Investigación de Cambio Climático y Sostenibilidad de la Universidad Carlos III. Ha impartido conferencias y cursos en Buenos Aires, Paris, Tánger, Berlín, Santander. Consultor de administraciones, empresas en temas energéticos y de cambio climático. En “Libros urgentes” (de la editorial Turpial) es coautor con Cristina Narbona de “La energía después de Fukushima”.

www.lavanguardia.com

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El conocimiento como poder

Posted by Teódulo López Meléndez en septiembre 23, 2012

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La oferta sustitutiva

Posted by Teódulo López Meléndez en septiembre 18, 2012

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Votaré por Capriles

Posted by Teódulo López Meléndez en septiembre 16, 2012

Teódulo López Meléndez

Durante los últimos años he cumplido a cabalidad lo que consideré -y considero- una tarea obligatoria para con el propio país. No me he detenido en las incomprensiones. Numerosos libros, audios y videos he hecho para dejar sentada mi opinión, bajo el criterio de que las ideas se caracterizan por ser de lento avance.

He conceptualizado sobre una democracia del siglo XXI, he señalado los vicios a superar, he marcado las falencias de la representación y he formulado un diseño de país, al igual que un corpus de propuestas concretas sobre la realidad nacional.

Llegué a anunciar una precandidatura presidencial, manifesté las razones por las cuales me negaba a ir a las primarias convocadas por la MUD y, en medio de esta enfermedad llamada polarización, dejé ir la idea de aspirar al único cargo de elección popular que me interesa.

La política es el supremo sacerdocio de servicio. Mis ideas, todas las cuales ratifico ahora, están expresadas en “Proyecto país”,Lo propongo”, “Incisiones para una democracia del siglo XXI” y “La tercera opción”, entre otras.

He hablado a largo sobre la degeneración de las campañas electorales, he señalado como la que vivimos se iba convirtiendo en el mejor ejemplo de ese aserto, he llamado a estadios superiores y a no ver con mirada simplista la realidad venezolana sino con pensamiento complejo.

He combatido los radicalismos y extremismos y manifestado sin tapujos mis discrepancias, inclusive con varios muchos de los anuncios programáticos hechos por la oposición.

Y así, hoy, debo anunciar que votaré por Capriles. Lo hago a pesar de las reservas. Apoyando a Capriles hay alguna gente con la que no se puede compartir una visión de país, pero la realidad política admite que primero se hace el viaje y se mantiene limpia el alma. Algo al respecto le dijo Virgilio a Dante mientras le mostraba las gradaciones del infierno.

Ya del gobierno de Chávez no se puede esperar más. He hablado constantemente de algunos principios correctos enlodados por la manipulación. Toca el uso de esparadrapo y jabón.  Aprovechemos que los marginados de siempre fueron despertados y que una nueva cultura política se sembró en el alma popular. El gobierno de Chávez se agotó a sí mismo y esta denominada “campaña electoral” sólo ha mostrado ese agotamiento. Ya este gobierno no puede dar nada más, a no ser lo que está mostrando: ejercicio de violencia y guerra sucia.

A pesar de todas mis consideraciones expuestas sobre la presente coyuntura atiendo a la realpolitik e iré a votar el 7 de octubre, no sin recordar lo que siempre he dicho: sin desconocer la importancia del hecho el futuro de este país se decidirá realmente en fechas posteriores, en la marcha de unos acontecimientos para los cuales se requerirá serenidad, sentido de país y mirada profunda. No caigo en la polarización y mantengo mi idea de que cualquiera sea el resultado de las presidenciales hay q ir a la conformación de una “tercera opción”, por las docenas de razones que he expuesto y que no es menester repetir en la brevedad de esta declaración, pero de las cuales sólo me permito recordar la muerte de las ideologías y el agotamiento de los partidos venezolanos.

Prefiero estar en la oposición al gobierno de Capriles, si ese fuere el caso de conciencia. Votaré por él y estaré atento a sus gestiones de gobierno. Véase como se vea este país cambió y espero que Capriles en el ejercicio del poder así lo comprenda. Espero que Capriles muestre carácter, escoja bien a sus cercanos y sepa dar acogida a las nuevas ideas mediante un gobierno alejado de élites agotadas que sólo tienen como objetivo salir de Chávez y recuperar detestables privilegios, cuando el objetivo verdadero es edificar lo que he llamado una república de ciudadanos, una democracia del siglo XXI y una sociedad del conocimiento, todo bajo un claro concepto de socieconomía y de justicia social.

Si el día de mañana debo ejercer la oposición a Capriles no por ello me arrepentiré de esta decisión. Los términos de la cruda realidad obligan.

Este país no aceptaría una restauración. Capriles ha hablado insistentemente del futuro. Para recordárselo con la vehemencia debida estará siempre este que hoy le otorga su voto. Pero más dentro de la realpolitik aún, estará un país que hoy es otro.

tlopezmelendez@cantv.net

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La receta para permanecer

Posted by Teódulo López Meléndez en septiembre 16, 2012

Por Alberto Medina Méndez

Cuando del poder se trata se enfrentan dos impulsos contrapuestos. Por un lado quienes llegan al poder, pretenden quedarse, algunos por vocación de seguir sumando, de concluir construcciones iniciadas y no culminadas, mientras otros solo por ambición personal, búsqueda de impunidad o manifiestas cuestiones patológicas.

La contracara es que las instituciones no necesitan de personajes eternos, de imprescindibles, muy por el contrario, precisan oxigenarse, recrear ideas, enriquecerse con renovadas miradas y sobre todo nuevos protagonistas que demuestren que importa lo institucional y no sus circunstanciales operadores.

Pero en línea con lo más bajo de la esencia humana, esos que intentan llegar para luego quedarse, lamentablemente abundan. Los aduladores de siempre, los aplaudidores sin dignidad, los entornos políticos que viven de la política, los que hacen inmensos negocios que solo serían viables con la anuencia del poder, los fanáticos que firman cheques en blanco, forman parte de ese escenario demasiado habitual en nuestros tiempos.

Aunque también resulta necesario, en esa mezcla, un político de marcada debilidad psicológica, repleto de inseguridades personales, y una ausencia de grandeza que hace posible que el contexto le haga creer de su endiosamiento.

Hasta aquí sería solo una cuestión de decisiones personales, de caprichos casi infantiles, sostenidos por cuestiones más profundas, propias de los intereses más mezquinos, muy del mundo de los adultos. La voluntad férrea de los políticos por quedarse, precisa de múltiples instrumentos, y en esto el arsenal es variado y diverso.

Para que un personaje que gobierna pueda ser derrotado en un proceso electoral debe tener un contrincante capaz de darle esa pelea en las urnas. Recorriendo imaginariamente a los dirigentes de unos y otros partidos, cuando no a figuras públicas con interés en participar se podrán encontrar posibilidades más o menos interesantes.

Siempre podrá aparecer un candidato con mejor discurso, más carismático y preparado, menos contaminado, que genere entusiasmo o que simplemente parezca con las condiciones adecuadas para lograr un triunfo frente al gobernante de turno. Pero existe un terreno en el que la competencia electoral se torna inmoral, perversa y claramente monopólica.

Todos lo saben en la política, propios y extraños. Se trata del uso de la “caja” oficial para hacer campaña, para la propaganda, para hacer apología de la gestión e imagen del personaje que gobierna.

El candidato decidido a dar la batalla en los comicios no solo debe reunir requisitos que lo muestren como mejor que su rival, sino reunir los fondos para financiar su estrategia política, su campaña y el acto electoral.

Ahora cuando el candidato oficial cuenta con la caja del Estado, en cualquiera de sus formas, y la usa como si fuera de su uso personal, estamos frente a un evidente atropello, un verdadero abuso de autoridad, que hasta puede rozar lo delictual cuando se apropia de los recursos de todos.

Es que utilizar el dinero de los contribuyentes para hacer campaña de un sector político es, a todas luces, una inmoralidad y habla a las claras del escaso espíritu democrático de quien apela a este instrumento.

Muchos candidatos, políticamente viables, quedan en el camino solo porque deben conseguir gente que los acompañe económicamente con recursos propios para competir contra el abrumador e inagotable aparato estatal que distribuye dinero obscenamente y a cara descubierta.

El oficialismo lo hace de modo burdo, sin ningún tipo de pruritos, sin mediar escrúpulo alguno. Usan la caja como propia, desde vehículos oficiales, hasta choferes que los trasladan que cobran sueldos estatales, combustible y mantenimiento a cargo del fisco por solo citar el más elemental de los umbrales que se sobrepasa sin mediar explicación alguna.

Abundan ejemplos en esta línea. Puestos públicos que se conceden, contratos por abultadas cifras, favores políticos, cuando no la consabida y demasiado frecuente corrupción descarada que reúne recursos estatales para financiar la política.

Y es que muchos, en la corporación política no lo denuncian, porque son parte de lo mismo. Lo hicieron en el pasado, lo hacen en el presente desde sus puestos de funcionarios menores, o bien ocupando puestos legislativos con idénticas conductas, y no descartan hacerlo en el futuro.

No sea cosa que un resultado electoral favorable los coloque del otro lado del mostrador y necesiten de esas mismas condiciones para sostenerse en el poder. En estos casos la casta política se comporta como una corporación, con complicidades, códigos y silencios sin distinción de colores ni partidos.

Es el juego que pretenden, ser pocos, los mismos de siempre en lo posible, y que los que aterricen de afuera del sistema deban integrarse a esta modalidad y someterse a sus arbitrios.

Esta regla no cambiará jamás. El financiamiento de la política seguirá por sus mismos carriles, porque los políticos del sistema, son los beneficiarios directos de estos saqueos que conjugan despilfarro de dineros públicos con actos cuasi delictivos.

Ellos no tienen interés en que cambie la situación. Prefieren que esta dinámica sea la misma y plantearse disputas menores en la tribu, entre pocos, entre ellos. Por eso los que vienen de afuera no son bienvenidos. No sea que alguno de ellos, se anime a terminar con el festival y extermine esta fórmula que encontraron hace tiempo y que les sirve como la receta para permanecer.

albertomedinamendez@gmail.com

skype: amedinamendez

www.albertomedinamendez.com

 

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UTU (1): Uruguay Trabaja en la Universidad

Posted by Teódulo López Meléndez en septiembre 15, 2012

Ricardo Viscardi

 

Por Ricardo Viscardi

 

El presidente Mujica nos ha ilustrado ayer mismo inequívocamente acerca de lo que entiende por educación, al subordinar en el concepto -antes que por designaciones de jerarquías institucionales, la condición académica al saber técnico[2]. En cuanto la autonomía universitaria no sólo es administrativa sino también electoral, la ley se interpone en el camino del designio presidencial, impidiéndole completar esa ejecutoria que supedita, en la educación, el saber intelectual a la aplicación técnica. Sin la interposición de la norma legal que consagra la autonomía universitaria no sólo administrativamente, sino también electoralmente[3], probablemente nos encontráramos de buenas a primeras con un docente de la enseñanza técnica ocupando el cargo de Rector de la Universidad de la República.

 

Ares Pons ha señalado el abuso de lenguaje que supone la denominación Universidad del Trabajo, con la que se designa la capacitación educativa destinada a la actividad técnica[4]. En el propio concepto de ese autor, tal abuso de lenguaje no significa irrisión, como ocurriría si se destacara alguna indignidad, al emplearse un término jerárquicamente superior a la condición que se designa. En verdad se trata de un abuso de lenguaje que pone en evidencia una redundancia universitaria, en cuanto no se ve como el trabajo podría ser un objeto del propio conocimiento universitario sin desinvertir, por tal objetividad estrafalaria, la misma condición del sujeto universitario.  Por la misma formalidad del tercero excluido, si la universidad pudiera ilustrarse en el trabajo, éste debiera serle ajeno en su condición de objeto del saber: ¿qué sería un saber ocioso?

 

Por el contrario, la expresión “ocio noble”[5] connota sin lugar a dudas que incluso el ocio gana en dignidad cuando se dedica al saber, en cuyo caso abandona aquella denostación monacal según la cual “el ocio es la madre de todos los vicios”, para cultivarse en la nobleza de un saber interrogado desde su propia inquietud activa. En efecto, en su raíz griega la actividad de mirar requería, ante el escenario teatral tanto como de cara a una competencia atlética, la consideración de un designio sagrado, cuya comprensión exigía, a su vez, privarse de una actividad inmediata para dedicarse a una mayor, destinada a compenetrarse con el propio destino de un demos.

 

No sólo en el teatro contemplaban los griegos la tragedia del destino humano ante los designios divinos, sino que en los propios juegos olímpicos el término teorós designaba a los enviados de una ciudad ante los juegos que tenían lugar en otra, con la misión de no incluirse en la competición, de manera que al retornar a la ciudad de origen relataban, con propiedad de observador abstenido de involucramiento parcial, lo divino que acontecía en una actuación atlética.

 

Tanto el término “teatro” como el término  teorós provienen de theorein, que les asigna la misión de un mirar activo, ubicado sin embargo en cierta templanza que le sirve de marco para con-templar, para mayor provecho de alcance, en la “teoría”: ver considerando[6]. Separar la educación de la teoría significa, por lo tanto, privarse de proyección de horizonte, que no podrá desde entonces encomendarse a una inteligencia ajena a la propia actividad penetrante de un mirar.

 

Esta incorporación del trabajo al intelecto ganó en relieve y significación propia, al ser incluida por la teología cristiana la materia en el propio designio divino, de manera que la índole terrena no permanecía ya, como la khorá griega, disgregada como simple dispersión de lugares ocupados por una forma en actividad. La materia cristiana cumplía en su resistencia al trabajo el cometido de señalar la huella del designio divino, mediación entre la condición terrena y la inspiración espiritual que propendía al cumplimiento del Plan Divino sobre la tierra. Esta dignificación cristiana del trabajo como mediación, en tanto hacedor de marcas de elevación espiritual, hizo posible la diferenciación entre técnica y sentido, que para los griegos se encontraban estrictamente vinculadas a través de la junción indisoluble entre forma y causa –por ejemplo en la técnica retórica. De esta manera, el vínculo entre trabajo y  materia provee, a partir de la teología cristiana y a través de la civilización monacal en particular, el lugar relevante que ocupará la técnica en nuestro universo antropológico, en tanto instrumentación portadora,  en sí misma y por su propio ejercicio, de valores trascendentes a la mera aplicación provechosa.

 

Tal incorporación de la técnica en un ámbito que la supera y proyecta, continúa vinculada al trabajo en particular para Leibniz[7], en la metafísica clásica de occidente. Para el autor de la Monadología, la técnica propende exclusivamente al cumplimiento de una meta representativa de la mónada, sin por eso separarse del trabajo, sobre todo si se considera que la actividad  representativa consiste, para Leibniz, en la expresión desiderativa de la misma representación, que la mónada cumple por sí misma en aras de una armonía preestablecida.

 

Lejos de separarse del organicismo decimonónico y del cumplimiento progresista en el proyecto positivista, tal inscripción de la técnica en el trabajo del saber supone, según Canguillehm, una recuperación de la metafísica a través del término “organismo”, que el propio Leibniz retomara de Aristóteles[8].

 

Nunca la solución intelectual de la cuestión de la técnica y del trabajo la separó del saber, que las incorpora por igual y envuelve, en el proceso de su propio despliegue y proyección. A no ser en las declaraciones del Presidente Mujica, que no debemos olvidar, quizás por la caridad del conocimiento cara a Quine, de considerar en aquel rango de “filósofo”, al que accediera por versiones de periodistas de prensa televisiva[9].

 

La propia teoría nos induce a considerar, en este punto, toda la amplitud de nuestro propósito con relación a la opiniones conceptuales del titular del Poder Ejecutivo. En efecto, si la condición “filósofo” es asignada con cierta felicidad mediática por una versión destinada a un amplio espectro de pertenencias (sociales, culturales, económicas, etc.) entre la población, entonces obedece al mismo orden de determinaciones que lleva, por ejemplo en el caso del mismo Mujica, a ser electo a cargos públicos por  mayorías ciudadanas.

 

Como lo señalábamos recientemente, ese criterio perfora la delegación partidaria representativa de una organicidad programática,  en cuanto el nexo promedial entre las encuestas de opinión y los medios de difusión, promediado a su vez por los índices de escucha de los distintos medios masivos, determina la condición pública[10]. Es decir la condición de “filósofo” tanto como la de “presidente” queda subsumida en un cotejo de índices que en última instancia, no se sabe a quién corresponden que se responsabilice como instancia, ya que pueden tener instrucción empresarial, tecnológica, internacional, etc. (como lo viéramos, por ejemplo, en las campañas de popularidad mediática emprendidas en su momento por Botnia al instalarse en nuestro país).

 

En tal caso, así como muchos se vieron llevados a confundir el interés nacional con el transnacional de una empresa, pudiera ser que otros tantos hayan confundido el sesgo mediático, que desde siempre caracterizó al MLN-Tupamaros, organización en la que se ilustró el propio Mujica hace 40 años[11], con una perspectiva popular y reivindicativa de las mayorías. La proveniencia de una habilidad propagandística podría, en este caso, llegar a separarse de la inspiración liberadora de aquella organización, en aras de preservar un lugar al sol del Estado, renuncia estratégica mediante.

 

Sin embargo, en este punto en que pareciéramos atados a una fatalidad encuestada y encuestadora, la propia metástasis compulsiva de la compulsa se autocorrige en sus extremismos idiosincráticos –por ejemplo el que conduce a confundir demagogia chabacana con reivindicaciones populares, por cuanto la notoria caída en los índices de popularidad del propio presidente en ejercicio, podría imputarse tanto a su desempeño como a una penetración mayor, por parte de distintos sectores de opinión, respecto a una figura desgastada de la popularidad. Particularmente en cuanto los medios masivos, por su propia constitución empresarial, tienden a explotar estrategias de difusión, que quizás ayer levantaban lo mismo que hoy se complacen en socavar.

 

En una debacle mediática generalizada, poco queda por recuperar de valía ciudadana, como no sea una renuncia, que viene de protagonizar el máximo responsable de la Educación Secundaria en el Uruguay[12]. Los términos del proceso educativo bajo la actual administración, superan en su conjunto ampliamente dimisiones personales y necesariamente conducen, más allá de obscenas permanencias atornilladas al mamarracho,  a la “irrenunciable renuncia”[13] que venimos anunciando desde hace ya buen tiempo. Teoría universitaria mediante y no sin darnos bastante trabajo, particularmente, universitario.

 

 

[1] La sigla “UTU” abrevia la denominación Universidad del Trabajo del Uruguay, cuya misión educativa se incluye en el tramo final de la enseñanza secundaria uruguaya, en la rama destinada al ejercicio técnico especializado.

[2] “Renunció el presidente del CODICEN ante fuertes rumores de que Mujica haría cambios” La Red21 (13/09/12) http://www.lr21.com.uy/politica/1060204-renuncio-el-presidente-del-codicen-ante-fuertes-rumores-de-que-mujica-haria-cambios

[3] En el Uruguay las elecciones universitarias tienen condición nacional, encontrándose supervisadas por la Corte Electoral, organismo que proclama, con independencia de todo poder de Estado,  los resultados de los comicios correspondientes.

[4] Ares Pons, J. (1995) Universidad: ¿Anarquía Organizada?, Facultad de Humanidades y Ciencias de la Educación, Montevideo, pp.78-79.

[5] Rodó, J. (1959) Ariel y Parábolas, Elite, Montevideo, p.32.

[6] Ferrater Mora, J. (1986) “Teoría” en Diccionario de Filosofía, T. 4, Alianza, Madrid, pp.3221-3223.

[7]Leibniz, G. W. (1954) Principes de la Philosophie ou Monadologie, PUF, Paris, p111.

 [8] Canguillehm, G. (1981) Idéologie et rationalité, Vrin, Paris, pp.126-127.

[9] Ver en este blog “Mujica contra la filosofía: la desobediencia civil presidencial” http://ricardoviscardi.blogspot.com/2011/06/mujica-contra-la-filosofia-la_7065.html

[10] Ver en este blog: “Voto en blanco: el candidato-probeta en atmósfera de red” http://ricardoviscardi.blogspot.com/2012/08/votoen-blanco-el-candidato-probeta-en.html

[11] El MLN extendió el principio foquista de “propaganda armada”, de índole presencial (tomas de pueblos, combates en medio campesino) a los medios de comunicación masivos, encomendándoles la difusión de sus acciones por la vía adversativa. Esa estrategia fue a su vez recuperada por la publicidad empresarial, por ejemplo de la Volkswagen, que anunciaba la calidad de sus camionetas Kombi aduciendo que “la usan los tupamaros”.

[12] “Nos vamos poniendo tecnos” La Diaria (14/09/12) http://ladiaria.com.uy/articulo/2012/9/nos-vamos-poniendo-tecnos/

[13] Ver en este blog “El Pre-presidente y la Re-signación presidencial”  http://ricardoviscardi.blogspot.com/2011/09/el-pre-presidente-y-la-re-signacion.html

 

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Democracias con poca participación democrática

Posted by Teódulo López Meléndez en septiembre 12, 2012

 

Por Víctor Corcoba
Está bien, muy bien, que proliferen los gobiernos activados por la ciudadanía, dispuestos a convencer por sus ideas, en lugar de vencer por su poder. Precisamente, las democracias germinan de esta libre participación y se consolidan, más que con celebraciones electorales, con la claridad con que se resuelvan los problemas.  Esa transparencia en los diálogos es lo que produce (y reproduce), confianza en las personas y en las instituciones, avances y progresos, puesto que los males democráticos sólo se alivian con más democracia.

En todo caso, debemos saber que no hay democracia sin participación. Participar es indispensable, hasta el punto que cualquier persona debería estar en disposición de servicio. La ciudadanía responsable detesta los gobiernos autoritarios, o aquellas políticas que no promueven el pluralismo ciudadano. Por desgracia, algunos modelos que se dicen demócratas, escuchan muy poco a la ciudadanía. Tampoco suelen tener en cuenta la voz de las minorías, ni los grupos vulnerables. Ciertamente, en las democracias actuales, se observan pocos ciudadanos dispuestos vocacionalmente a conducir los asuntos públicos. La política se ha convertido en uno de los grandes negocios. Ha dejado de ser una vocación para convertirse en una auténtica profesión. Se hace partidismo, sirviéndose unos a otros, no sirviendo a la colectividad que es de lo que se trata.

Por consiguiente, a mi juicio es importante que Naciones Unidas, coincidiendo con el Día Internacional de la Democracia (15 de septiembre), apoye cualquier iniciativa educativa encaminada a mejorar el espíritu democrático. Si fundamentales son las formas democráticas de un gobierno, esenciales son los fondos para el ejercicio de ese mandato democrático. Desde luego, algo falla en el mundo cuando las sociedades son cada día menos participativas y más excluyentes, más interesadas y menos justas, más irrespetuosas con el estado de derecho y con los derechos humanos.

Además, sin democracias participativas difícilmente podremos avanzar en el camino del asociacionismo. Los sistemas democráticos pueden ser diversos, pero todos han de tener un mínimo de participación democrática, un mínimo de disposición asamblearia y un mínimo de control de ese mandato. Para desdicha de todos, en muchas naciones que dicen ampararse por la democracia, resulta que no son ni tan representativas, ni tampoco tan participativas, es más bien un paraíso de charlatanes aglutinados a la sombra del poder.

Por eso, es tan necesario como preciso ayudar a cimentar las nuevas democracias, expandir el espíritu democrático por las democracias frágiles y mejorar aquellas democracias de larga vida. Puede que los principios democráticos no sean una ciencia exacta, pero llevados a la vida de cada día, no tengo dudas de que ayudan a convivir, puesto que cada uno debe ser respetado como ciudadano. Sólo nos resta pedir que los servidores se formen en interés del Estado, no del Partido, como viene sucediendo también en muchos países. Y que cada cual, cultive más democracia como actitud de vida.

 

 

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México: El rompimiento

Posted by Teódulo López Meléndez en septiembre 11, 2012

 

por Antonio Limón López

 

Entre los grandes misterios políticos del siglo XXI se encuentra la denominada “izquierda”, simplemente porque no se ha encontrado en el mundo una sola constante que sea su común denominador, pero si en el mundo encontrar los rasgos constantes y repetidos de la “izquierda política” es una tarea de titanes, en México es simplemente un imposible.

En la “izquierda” mexicana caben con la misma comodidad que en la “derecha”, o en el “centro”, buenos y malos, ricos y pobres, crueles y piadosos, creyentes y escépticos, explotadores y explotados, leones y corderos y se sientan en la misma mesa tanto los gatos como los ratones, hay que decirlo, hay de todo y de todo en cantidades abrumantes, así que pensar en unificar a la izquierda o en dividirla es exactamente lo mismo, un imposible, pues se divide lo homogéneo y la izquierda mexicana etérea, es una invención personal al gusto de cada cual, lo que en la mar de izquierdas personalísimas, es cualquier cosa o ninguna, en realidad nuestra “izquierda” es simplemente una ficción a la medida del que la sueña o del que la explota, del que vive de ella o para ella.

El 9 de septiembre Andrés Manuel López Obrador, se dirigió en el zócalo de la ciudad de México a sus seguidores, quienes concurrieron inquietos ante la estrategia que habría de proponer al público, la cual sería votada a viva voz por los prosélitos del carismático líder tabasqueño, hace seis años convocó a una protesta en forma de plantón en la zona del centro histórico de la capital, ahora se esperaba otra propuesta para combatir al “fraude electoral” cometido en la elección presidencial. El contenido del mensaje se guardó como un secreto hasta que palabra a palabra fue develado por AMLO, los asistentes bebieron cada palabra como si fuera agua para el sediento, repetían cada frase como si fuera el verbo divino, memorizaban cada gesto del hombre que con una blanca y pura camisa oraba por la salvación de la patria, que pedía fe a cada mexicano y que exaltaba el ánimo declamando grandes y míticas frases de los héroes eternos de nuestro olimpo, Juárez, Morelos, Zapata, etc.

Al final de su fervorosa plegaria gritó “Viva México, Viva México, que reviva México” como si fuera a revivir al tercer día, a la manera que lo hiciera el mártir del Gólgota, el único al que no menciona por su nombre, pero es el que realmente anima todos sus actos y todos sus momentos de pasión y de esperanza.

El discurso de López Obrador no solo fue una especie de catarsis, sino también una especie de epifanía que presenta un nuevo momento en su vida política y por ende en la de sus miles de seguidores, y que consiste en su rompimiento claro con los partidos que conforman al “Movimiento Progresista”, que son el PRD, PT, y MC, rompimiento “en buenos términos” pero rompimiento al fin.

La decisión de Andrés Manuel es de vida o muerte para “las izquierdas” pues desde el 2001 solo él las mantenía unidas, no por sus convicciones religiosas, ni políticas, ni por su plan de lucha o por su evangélica devoción por los humildes, sino simplemente por los enormes dividendos que le producía en cada elección, a diferencia de Cuauhtémoc Cárdenas que su éxito fue solo en 1988, el de Obrador se ha repetido en cada vez que visita las urnas como candidato de la izquierda o de las izquierdas.

Hay que decirlo, Andrés Manuel López Obrador es el mejor negocio político de los últimos 11 años, nada ni nadie ha producido tantos dividendos a los partidos que lo han explotado, nadie ha despertado tanto odio y tanta devoción como este aguerrido combatiente, pero él mismo a pesar de ser el único motor del PRD, PT y MC, ha vivido de los despojos que estos partidos le han dado a cuentagotas, asi que lo que ocurrió el 9 de septiembre fue un acto de hartazgo, se hartó de alimentar parásitos, buenos para nada, se cansó de arrastrar a tanto lastre, de empujar a tanto vanidoso indigno, se fastidió de las cloacas de la izquierda y finalmente decidió que Andrés Manuel López Obrador debe ser únicamente de Andrés Manuel López Obrador y de nadie más.

Por el momento las cloacas PRD, PT y MC falazmente le aplauden y le desearon todo tipo de éxitos, pero en realidad están sufriendo un rápido cuadro de anemia política, pues sus militantes de a pie prefieren al irreductible López Obrador que a los mercaderes de la política. Si bien el 1 de julio las izquierdas rozaron el Cielo con la mayor cosecha de votos de toda su historia, lo cual los colmó de diputaciones, senadurías, alcaldías y gubernaturas, el 9 de septiembre sintieron los helados dedos de la huesuda, apretando sus regordetes cogollos.

En todas partes se reconoce la decisión de López Obrador que no llamó ni a la huelga, ni se proclamó “Presidente legítimo”, sino que planteó un rompimiento con las pandillas partidistas, una postura crítica frente a la peor cara del poder, acaso con este paso quiera ser dueño de su propio equipo político, pues él es el portero, la defensa, la media y la delantera, además de la banca y la porra, si así logra hacerlo, podrá maniobrar sin pedir permiso a nadie en el 2018, pues si bien dispondrá de sus infaltables “juanitos”,  también contará con millones de personas que sinceramente confían en él, eso sea como sea, es un caso único que no se repite en ningún otro partido político, es algo sorprendente y nada tiene que ver con la “izquierda” ni con ninguna otra de las inexistentes geometrías políticas, tiene que ver con la esperanza, es un rayo de fe para millones y hasta los que no coincidimos con él, debemos admitir que en un país de escépticos y acomodaticios, López Obrador camina paso a paso por el duro sendero de las derrotas sin perder la fe.

 

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¿Qué hacer con España?

Posted by Teódulo López Meléndez en septiembre 11, 2012

Por César Molinas

César Molinas publicará en 2013 un libro titulado “¿Qué hacer con España?”. Este  artículo corresponde a uno de sus capítulos.

En este artículo propongo una teoría de la clase política española para argumentar la necesidad imperiosa y urgente de cambiar nuestro sistema electoral para adoptar un sistema mayoritario. La teoría se refiere al comportamiento de un colectivo y, por tanto, no admite interpretaciones en términos de comportamientos individuales. ¿Por qué una teoría? Por dos razones. En primer lugar porque una teoría, si es buena, permite conectar sucesos aparentemente inconexos y explicar sucesos aparentemente inexplicables. Es decir, dar sentido a cosas que antes no lo tenían. Y, en segundo lugar, porque de una buena teoría pueden extraerse predicciones útiles sobre lo que ocurrirá en el futuro. Empezando por lo primero, una buena teoría de la clase política española debería explicar, por lo menos, los siguientes puntos:

1. ¿Cómo es posible que, tras cinco años de iniciada la crisis, ningún partido político tenga un diagnóstico coherente de lo que le está pasando a España?

2. ¿Cómo es posible que ningún partido político tenga una estrategia o un plan a largo plazo creíble para sacar a España de la crisis? ¿Cómo es posible que la clase política española parezca genéticamente incapaz de planificar?

3. ¿Cómo es posible que la clase política española sea incapaz de ser ejemplar? ¿Cómo es posible que nadie-salvo el Rey y por motivos propios- haya pedido disculpas?

4. ¿Cómo es posible que la estrategia de futuro más obvia para España -la mejora de la educación, el fomento de la innovación, el desarrollo y el emprendimiento y el apoyo a la investigación- sea no ya ignorada, sino masacrada con recortes por los partidos políticos mayoritarios?

En lo que sigue, argumento que la clase política española ha desarrollado en las últimas décadas un interés particular, sostenido por un sistema de captura de rentas, que se sitúa por encima del interés general de la nación. En este sentido forma una élite extractiva, según la terminología popularizada por Acemoglu y Robinson. Los políticos españoles son los principales responsables de la burbuja inmobiliaria, del colapso de las cajas de ahorro, de la burbuja de las energías renovables y de la burbuja de las infraestructuras innecesarias. Estos procesos han llevado a España a los rescates europeos, resistidos de forma numantina por nuestra clase política porque obligan a hacer reformas que erosionan su interés particular. Una reforma legal que implantase un sistema electoral mayoritario provocaría que los cargos electos fuesen responsables ante sus votantes en vez de serlo ante la cúpula de su partido, daría un vuelco muy positivo a la democracia española y facilitaría el proceso de reforma estructural. Empezaré haciendo una breve historia de nuestra clase política. A continuación la caracterizaré como una generadora compulsiva de burbujas. En tercer lugar explicitaré una teoría de la clase política española. En cuarto lugar usaré esta teoría para predecir que nuestros políticos pueden preferir salir del euro antes que hacer las reformas necesarias para permanecer en él. Por último propondré cambiar nuestro sistema electoral proporcional por uno mayoritario, del tipo first-past-the-post, como medio de cambiar nuestra clase política.

 

La historia

Los políticos de la Transición tenían procedencias muy diversas: unos venían del franquismo, otros del exilio y otros estaban en la oposición ilegal del interior. No tenían ni espíritu de gremio ni un interés particular como colectivo. Muchos de ellos no se veían a sí mismos como políticos profesionales y, de hecho, muchos no lo fueron nunca. Estos políticos tomaron dos decisiones trascendentales que dieron forma a la clase política que les sucedió. La primera fue adoptar un sistema electoral proporcional corregido, con listas electorales cerradas y bloqueadas. El objetivo era consolidar el sistema de partidos políticos fortaleciendo el poder interno de sus dirigentes, algo que entonces, en el marco de una democracia incipiente y dubitativa, parecía razonable. La segunda decisión, cuyo éxito se condicionaba al de la primera, fue descentralizar fuertemente el Estado, adoptando la versión café para todos del Estado de las autonomías. Los peligros de una descentralización excesiva, que eran evidentes, se debían conjurar a partir del papel vertebrador que tendrían los grandes partidos políticos nacionales, cohesionados por el fuerte poder de sus cúpulas. El plan, por aquel entonces, parecía sensato.

Pero, tal y como le ocurrió al Dr. Frankenstein, lo que creó al monstruo no fue el plan, que no era malo, sino su implementación. Por una serie de infortunios, a la criatura de Frankenstein se le acabó implantando el cerebro equivocado. Por una serie de imponderables, a la joven democracia española se le acabó implantando una clase política profesional que rápidamente devino disfuncional y monstruosa. Matt Taibbi, en su célebre artículo de 2009 en Rolling Stone sobre Goldman Sachs “La gran máquina americana de hacer burbujas” comparaba al banco de inversión con un gran calamar vampiro abrazado a la cara de la humanidad que va creando una burbuja tras otra para succionar de ellas todo el dinero posible. Más adelante propondré un símil parecido para la actual clase política española, pero antes conviene analizar cuáles han sido los cuatro imponderables que han acabado generando a nuestro monstruo.

En primer lugar, el sistema electoral proporcional, con listas cerradas y bloqueadas, ha creado una clase política profesional muy distinta de la que protagonizó la Transición. Desde hace ya tiempo, los cachorros de las juventudes de los diversos partidos políticos acceden a las listas electorales y a otras prebendas por el exclusivo mérito de fidelidad a las cúpulas. Este sistema ha terminado por convertir a los partidos en estancias cerradas llenas de gente en las que, a pesar de lo cargado de la atmósfera, nadie se atreve a abrir las ventanas. No pasa el aire, no fluyen las ideas, y casi nadie en la habitación tiene un conocimiento personal directo de la sociedad civil o de la economía real. La política y sus aledaños se han convertido en un modus vivendi que alterna cargos oficiales con enchufes en empresas, fundaciones y organismos públicos y, también, con canonjías en empresas privadas reguladas que dependen del BOE para prosperar.

En segundo lugar, la descentralización del Estado, que comenzó a principios de los 80, fue mucho más allá de lo que era imaginable cuando se aprobó la Constitución. Como señala Enric Juliana en su reciente libro Modesta España, el Estado de las autonomías inicialmente previsto, que presumía una descentralización controlada de “arriba a abajo”, se vio rápidamente desbordado por un movimiento de “abajo a arriba” liderado por élites locales que, al grito de “¡no vamos a ser menos!”, acabó imponiendo la versión de café para todos del Estado autonómico. ¿Quiénes eran y qué querían estas élites locales? A pesar de ser muy lampedusiano, Juliana se limita a señalar a “un democratismo pequeñoburgués que surge desde abajo”. Eso es, sin duda, verdad. Pero, adicionalmente, es fácil imaginar que los beneficiarios de los sistemas clientelares y caciquiles implantados en la España de provincias desde 1833, miraban al nuevo régimen democrático con preocupación e incertidumbre, lo que les pudo llevar, en muchos casos, a apuntarse a “cambiarlo todo para que todo siga igual” y a ponerse en cabeza de la manifestación descentralizadora. Como resultante de estas fuerzas, se produjo un crecimiento vertiginoso de las Administraciones Públicas: 17 administraciones y gobiernos autonómicos, 17 parlamentos y miles -literalmente miles- de nuevas empresas y organismos públicos territoriales cuyo objetivo último en muchos casos, era generar nóminas y dietas. En ausencia de procedimientos establecidos para seleccionar plantillas, los políticos colocaron en las nuevas administraciones y organismos a deudos, familiares, nepotes y camaradas, lo que llevó a una estructura clientelar y politizada de las administraciones territoriales que era inimaginable cuando se diseñó la Constitución. A partir de una Administración hipertrofiada, la nueva clase política se había asegurado un sistema de captura de rentas -es decir un sistema que no crea riqueza nueva, sino que se apodera de la ya creada por otros- por cuyas alcantarillas circulaba la financiación de los partidos.

En tercer lugar, llegó la gran sorpresa. El poder dentro de los partidos políticos se descentralizó a un ritmo todavía más rápido que las Administraciones Públicas. La idea de que la España autonómica podía ser vertebrada por los dos grandes partidos mayoritarios saltó hecha añicos cuando los llamados barones territoriales adquirieron bases de poder de “abajo a arriba” y se convirtieron, en la mejor tradición del conde de Warwick, en los hacedores de reyes de sus respectivos partidos. En este imprevisto contexto, se aceleró la descentralización del control y la supervisión de las Cajas de Ahorro. Las comunidades autónomas se apresuraron a aprobar sus propias leyes de Cajas y, una vez asegurado su control, poblaron los consejos de administración y cargos directivos con políticos, sindicalistas, amigos y compinches. Por si esto fuera poco, las Cajas tuteladas por los gobiernos autonómicos hicieron proliferar empresas, organismos y fundaciones filiales, en muchas ocasiones sin objetivos claros aparte del de generar más dietas y más nóminas.

Y en cuarto lugar, aunque la lista podría prolongarse, la clase política española se ha dedicado a colonizar ámbitos que no son propios de la política como, por ejemplo y sin ánimo de ser exhaustivo, el Tribunal Constitucional, el Consejo General del Poder Judicial, el Banco de España, la CNMV, los reguladores sectoriales de energía y telecomunicaciones, la Comisión de la Competencia… El sistema democrático y el Estado de derecho necesitan que estos organismos, que son los encargados de aplicar la Ley, sean independientes. La politización a la que han sido sometidos ha terminado con su independencia, provocando una profunda deslegitimación de estas instituciones y un severo deterioro de nuestro sistema político. Pero es que hay más. Al tiempo que invadía ámbitos ajenos, la política española abandonaba el ámbito que le es propio: el Parlamento. El Congreso de los Diputados no es solo el lugar donde se elaboran las leyes; es también la institución que debe exigir la rendición de cuentas. Esta función del Parlamento, esencial en cualquier democracia, ha desaparecido por completo de la vida política española desde hace muchos años. La quiebra de Bankia, escenificada en la pantomima grotesca de las comparecencias parlamentarias del pasado mes de julio, es sólo el último de una larga serie de casos que el Congreso de los Diputados ha decidido tratar como si fuesen catástrofes naturales, como un terremoto, por ejemplo, en el que aunque haya víctimas no hay responsables. No debería sorprender, desde esta perspectiva, que los diputados no frecuenten la Carrera de San Jerónimo: hay allí muy poco que hacer.

Las burbujas

Los cuatro procesos descritos en los párrafos anteriores han conformado un sistema político en el que las instituciones están, en el mal sentido de la palabra, excesivamente politizadas y en el que nadie acaba siendo responsable de sus actos porque nunca se exige en serio rendición de cuentas. Nadie dentro del sistema pone en cuestión los mecanismos de capturas de rentas que constituyen el interés particular de la clase política española. Este es el contexto en el que se desarrollaron no sólo la burbuja inmobiliaria y el saqueo y quiebra de la gran mayoría de las Cajas de Ahorro, sino también otras “catástrofes naturales”, otros “actos de Dios”, a cuya generación tan adictos son nuestros políticos. Porque, como el gran calamar de Taibbi, la clase política española genera burbujas de manera compulsiva. Y lo hace no tanto por ignorancia o por incompetencia como porque en todas ellas captura rentas. Hagamos, sin pretensión alguna de exhaustividad, un brevísimo repaso de las principales tropelías impunes de las últimas dos décadas: la burbuja inmobiliaria, las Cajas de Ahorro, las energías renovables y las nuevas autopistas de peaje.

La burbuja inmobiliaria española fue, en términos relativos, la mayor de las tres que estuvieron en el origen de la actual crisis global, siendo las otras dos la estadounidense y la irlandesa. No hay duda de que, como las demás, estuvo alimentada por los bajos tipos de interés y por los desequilibrios macroeconómicos a escala mundial. Pero, dicho esto, al contrario de lo que sucede en EE UU, las decisiones sobre qué se construye y dónde se construye en España se toman en el ámbito político. Aquí no se puede hablar de pecados por omisión, de olvido del principio de que los gestores públicos deben gestionar como diligentes padres de familia. No. En España la clase política ha inflado la burbuja inmobiliaria por acción directa, no por omisión ni por olvido. Los planes urbanísticos se fraguan en complejas y opacas negociaciones de las que, además de nuevas construcciones, surgen la financiación de los partidos políticos y numerosas fortunas personales, tanto entre los recalificados como entre los recalificadores. Por si el poder de los políticos –decidir el qué y el dónde- no fuese suficiente, la transmisión del control de las Cajas de Ahorro a las comunidades autónomas añadió a los dos anteriores el poder de decisión sobre el quién, es decir, el poder de decisión sobre quién tenía financiación de la Caja de turno para ponerse a construir. Esto supuso un salto cualitativo en la capacidad de captura de rentas de la clase política española, acercándola todavía más a la estrategia del calamar vampiro de Taibbi. Primero se infla la burbuja, a continuación se capturan todas las rentas posibles y, por último, a la que la burbuja pincha… ¡ahí queda eso! El panorama, cinco años después del pinchazo de la burbuja, no puede ser más desolador. La economía española no crecerá durante muchos años más. Y las Cajas de Ahorro han desaparecido, la gran mayoría por insolvencia o quiebra técnica. ¡Ahí queda eso!

Las otras dos burbujas que mencionaré son resultado de la peculiar simbiosis de nuestra clase política con el “capitalismo castizo”, es decir, con el capitalismo español que vive del favor del Boletín Oficial del Estado. En una reunión reciente, un conocido inversor extranjero lo llamó “relación incestuosa”; otro, nacional, habló de “colusión contra consumidores y contribuyentes”. Sea lo que sea, recordemos en primer lugar la burbuja de las energías renovables. España representa un 2% del PIB mundial y está pagando el 15% del total global de las primas a las energías renovables. Este dislate, presentado en su día como una apuesta por situarse en la vanguardia de la lucha contra el cambio climático, es un sinsentido que España no se puede permitir. Pero estas primas generan muchas rentas y prebendas capturadas por la clase política y, también hay que decirlo, mucho fraude y mucha corrupción a todos los niveles de la política y de la Administración. Para financiar las primas, las empresas y familias españolas pagan la electricidad más cara de Europa, lo que supone una grave merma de competitividad para nuestra economía. A pesar de esos precios exagerados, y de que la generación eléctrica tiene un exceso de capacidad de más del 30%, el sistema eléctrico español ostenta un déficit tarifario de varios miles de millones de euros al año y más de 24.000 millones de deuda acumulada que nadie sabe cómo pagar. La burbuja de las renovables ha pinchado y… ¡ahí queda eso!

La última burbuja que traeré a colación, aunque la lista es más larga (fútbol, televisiones…), es la formada por las innumerables infraestructuras innecesarias construidas en las últimas dos décadas a costes astronómicos para beneficio de constructores y perjuicio de contribuyentes. Uno de los casos más chirriantes es el de las autopistas radiales de Madrid, pero hay muchísimos más. Las radiales, que pretendían descongestionar los accesos a Madrid, se diseñaron y construyeron haciendo dejación de principios muy importantes de prudencia y buena administración. Para empezar, se hicieron unas previsiones temerarias del tráfico que dichas autopistas iban a tener. En la actualidad el tráfico no supera el 30% de lo previsto. Y no es por la crisis: en los años del boom tampoco había tráfico. A continuación ¿incomprensiblemente? el Gobierno permitió que los constructores y los concesionarios fuesen, esencialmente, los mismos. Esto es un disparate, porque al disfrazarse los constructores de concesionarios mediante unas sociedades con muy poco capital y mucha deuda, se facilitaba que pasara lo que acabó pasando: los constructores cobraron de las concesionarias por construir las autopistas y, al constatarse que no había tráfico, amenazaron con dejarlas quebrar. Los principales acreedores eran ¡oh sorpresa! las Cajas de Ahorro. Los más de 3.000 millones de deuda nadie sabe cómo pagarlos y acabarán recayendo sobre el contribuyente pero, en cualquier caso, ¡ahí queda eso!

La teoría

Termino aquí la parte descriptiva de este artículo en la que he resumido unos pocos “hechos estilizados” que considero representativos del comportamiento colectivo, no necesariamente individual, y esto es importante recordarlo, de los políticos españoles. Paso ahora a formular una teoría de la clase política española como grupo de interés.

El enunciado de la teoría es muy simple. La clase política española no sólo se ha constituido en un grupo de interés particular, como los controladores aéreos, por poner un ejemplo, sino que ha dado un paso más, consolidándose como una élite extractiva, en el sentido que dan a este término Acemoglu y Robinson en su reciente y ya célebre libro Por qué fracasan las naciones. Una élite extractiva se caracteriza por:

“Tener un sistema de captura de rentas que permite, sin crear riqueza nueva, detraer rentas de la mayoría de la población en beneficio propio”.

“Tener el poder suficiente para impedir un sistema institucional inclusivo, es decir, un sistema que distribuya el poder político y económico de manera amplia, que respete el Estado de derecho y las reglas del mercado libre. Dicho de otro modo, tener el poder suficiente para condicionar el funcionamiento de una sociedad abierta -en el sentido de Popper- u optimista -en el sentido de Deutsch”.

“Abominar la ‘destrucción creativa’, que caracteriza al capitalismo más dinámico. En palabras de Schumpeter “la destrucción creativa es la revolución incesante de la estructura económica desde dentro, continuamente destruyendo lo antiguo y creando lo nuevo”.  Este proceso de destrucción creativa es el rasgo esencial del capitalismo.”Una élite extractiva abomina, además, cualquier proceso innovador lo suficientemente amplio como para acabar creando nuevos núcleos de poder económico, social o político”.

Con la navaja de Occam en la mano, si esta sencilla teoría tiene poder explicativo, será imbatible. ¿Qué tiene que decir sobre las cuatro preguntas que se le han planteado al principio del artículo? Veamos:

1.         La clase política española, como élite extractiva, no puede tener un diagnóstico razonable de la crisis. Han sido sus mecanismos de captura de rentas los que la han provocado y eso, claro está, no lo pueden decir. Cierto, hay una crisis económica y financiera global, pero eso no explica seis millones de parados, un sistema financiero parcialmente quebrado y un sector público que no puede hacer frente a sus compromisos de pago. La clase política española tiene que defender, como está haciendo de manera unánime, que la crisis es un acto de Dios, algo que viene de fuera, imprevisible por naturaleza y ante lo cual sólo cabe la resignación.

2.         La clase política española, como élite extractiva, no puede tener otra estrategia de salida de la crisis distinta a la de esperar que escampe la tormenta. Cualquier plan a largo plazo, para ser creíble, tiene que incluir el desmantelamiento, por lo menos en parte, de los mecanismos de captura de rentas de los que se beneficia. Y eso, por supuesto, no se plantea.

3.         ¿Pidieron perdón los controladores aéreos por sus desmanes? No, porque consideran que defendían su interés particular. ¿Alguien ha oído alguna disculpa de algún político por la situación en la que está España? No, ni la oirá, por la misma razón que los controladores. ¿Cómo es que, como medida ejemplarizante, no se ha planteado en serio la abolición del Senado, de las diputaciones, la reducción del número de ayuntamientos…? Pues porque, caídas las Cajas de Ahorro -y ante las dificultades presentes para generar nuevas burbujas- la defensa de las rentas capturadas restantes se lleva a ultranza.

4.         Tal y como establece la teoría de las élites extractivas, los partidos políticos españoles comparten un gran desprecio por la educación, una fuerte animadversión por la innovación y el emprendimiento y una hostilidad total hacia la ciencia y la investigación. De la educación sólo parece interesarles el adoctrinamiento: las estridentes peleas sobre la Educación para la Ciudadanía contrastan con el silencio espeso que envuelve las cuestiones verdaderamente relevantes como, por ejemplo, el elevadísimo fracaso escolar o los lamentables resultados en los informes PISA. La innovación y el emprendimiento languidecen en el marco de regulaciones disuasorias y fiscalidades punitivas sin que ningún partido se tome en serio la necesidad de cambiarlas. Y el gasto en investigación científica, concebido como suntuario de manera casi unánime, se ha recortado con especial saña sin que ni un solo político relevante haya protestado por un disparate que compromete más que ningún otro el futuro de los españoles.

La teoría de las élites extractivas, por lo visto hasta aquí, parece dar sentido a bastantes rasgos llamativos del comportamiento de la clase política española. Veamos qué nos dice sobre el futuro.

La predicción

La crisis ha acentuado el conflicto entre el interés particular de la clase política española y el interés general de España. Las reformas necesarias para permanecer en el euro chocan frontalmente con los mecanismos de captura de rentas que sostienen dicho interés particular. Por una parte, la estabilidad presupuestaria va a requerir una reducción estructural del gasto de las Administraciones públicas superior a los 50 millardos de euros, un 5% del PIB. Esto no puede conseguirse con más recortes coyunturales: hacen falta reformas en profundidad que, de momento, están inéditas. Se tiene que reducir drásticamente el sector público empresarial, esa zona gris entre la Administración y el sector privado, que, con sus muchos miles de empresas, organismos y fundaciones, constituye una de las principales fuentes de rentas capturadas por la clase política. Por otra parte, para volver a crecer, la economía española tiene que ganar competitividad. Para eso hacen falta muchas más reformas para abrir más sectores a la competencia, especialmente en el mencionado sector público empresarial y en sectores regulados. Esto debería hacer más difícil seguir creando burbujas en la economía española.

La infinita desgana con la que nuestra clase política está abordando el proceso reformista ilustra bien que, colectivamente al menos, barrunta las consecuencias que las reformas pueden tener sobre su interés particular. La única reforma llevada a término por iniciativa propia, la del mercado de trabajo, no afecta directamente a los mecanismos de captura de rentas. Las que sí lo hacen, exigidas por la UE como, por ejemplo, la consolidación fiscal, no se han aplicado. Deliberadamente, el Gobierno confunde reformas con recortes y subidas de impuestos y ofrece los segundos en vez de las primeras, con la esperanza de que la tempestad amaine por sí misma y, al final, no haya que cambiar nada esencial. Como eso no va a ocurrir, en algún momento la clase política española se tendrá que plantear el dilema de aplicar las reformas en serio o abandonar el euro. Y esto, creo yo, ocurrirá más pronto que tarde.

La teoría de las élites extractivas predice que el interés particular tenderá a prevalecer sobre el interés general. Yo veo probable que en los dos partidos mayoritarios españoles crezca muy deprisa el sentimiento “pro peseta”. De hecho, ya hay en ambos partidos cabezas de fila visibles de esta corriente. La confusión inducida entre recortes y reformas tiene la consecuencia perversa de que la población no percibe las ventajas a largo plazo de las reformas y sí experimenta el dolor a corto plazo de los recortes que, invariablemente, se presentan como una imposición extranjera. De este modo se crea el caldo de cultivo necesario para, cuando las circunstancias sean propicias, presentar una salida del euro como una defensa de la soberanía nacional ante la agresión exterior que impone recortes insufribles al Estado de bienestar. También, por poner un ejemplo, los controladores aéreos presentaban la defensa de su interés particular como una defensa de la seguridad del tráfico aéreo. La situación actual recuerda mucho a lo ocurrido hace casi dos siglos cuando, en 1814, Fernando VII – El Deseado- aplastó la posibilidad de modernización de España surgida de la Constitución de 1812 mientras el pueblo español le jaleaba al grito de ¡vivan las “caenas”! Por supuesto que al Deseado actual –llámese Mariano, Alfredo u otra cosa- habría que jalearle incorporando la vigente sensibilidad autonómica, utilizando gritos del tipo ¡viva Gürtel! ¡vivan los ERE de Andalucía! ¡visca el Palau de la Música Catalana! Pero, en cualquier caso, las diferencias serían más de forma que de fondo.

Una salida del euro, tanto si es por iniciativa propia como si es porque los países del norte se hartan de convivir con los del sur, sería desastrosa para España. Implicaría, como acertadamente señalaron Jesús Fernández-Villaverde, Luis Garicano y Tano Santos en EL PAÍS el pasado mes de junio, no sólo una vuelta a la España de los 50 <http://elpais.com/elpais/2012/05/31/opinion/1338475092_453958.html>  en lo económico, sino un retorno al caciquismo y a la corrupción en lo político y en lo social que llevaría a fechas muy anteriores y que superaría con mucho a la situación actual, que ya es muy mala. El calamar vampiro, reducido a chipirón, sería cabeza de ratón en vez de cola de león, pero eso nuestra clase política lo ve como un mal menor frente a la alternativa del harakiri que suponen las reformas. Los liberales, como en 1814, serían masacrados –de hecho, en los dos partidos mayoritarios, ya se observan movimientos en esa dirección.

El peligro de que todo esto acabe ocurriendo en un plazo relativamente corto es, en mi opinión, muy significativo. ¿Se puede hacer algo por evitarlo? Lamentablemente, no mucho, aparte de seguir publicando artículos como éste. Como muestran todos los sondeos, el desprestigio de la clase política española es inmenso, pero no tiene alternativa a corto plazo. A más largo plazo, como explico a continuación, sí la tiene.

Cambiar el sistema electoral

La clase política española, como hemos visto en este artículo, es producto de varios factores entre los que destaca el sistema electoral proporcional, con listas cerradas y bloqueadas confeccionadas por las cúpulas de los partidos políticos. Este sistema da un poder inmenso a los dirigentes de los partidos y ha acabado produciendo una clase política disfuncional. No existe un sistema electoral perfecto -todos tienen ventajas e inconvenientes- pero, por todo lo expuesto hasta aquí, en España se tendría que cambiar de sistema con el objetivo de conseguir una clase política más funcional. Los sistemas mayoritarios producen cargos electos que responden ante sus electores, en vez de hacerlo de manera exclusiva ante sus dirigentes partidarios. Como consecuencia, las cúpulas de los partidos tienen menos poder que las que surgen de un sistema proporcional y la representatividad que dan de las urnas está menos mediatizada. Hasta aquí todo son ventajas. También hay inconvenientes. Un sistema proporcional acaba dando escaños a partidos minoritarios que podrían no obtener ninguno con un sistema mayoritario. Esto perjudicaría a partidos minoritarios de base estatal, pero beneficiaría a partidos minoritarios de base regional. En cualquier caso, el rasgo relevante de un sistema mayoritario es que el electorado tiene poder de decisión no solo sobre los partidos sino también sobre las personas que salen elegidas y eso, en España, es ahora una necesidad perentoria que compensa con creces los inconvenientes que el sistema pueda tener.

Un sistema mayoritario no es bálsamo de Fierabrás que cure al instante cualquier herida. Pero es muy probable que generase una clase política diferente, más adecuada a las necesidades de España. En Italia es inminente una propuesta de ley para cambiar el actual sistema proporcional por uno mayoritario corregido: dos tercios de los escaños se votarían en colegios uninominales y el tercio restante en listas cerradas en las que los escaños se distribuirían proporcionalmente a los votos obtenidos. Parece ser que el Gobierno “técnico” de Monti ha llegado a conclusiones similares a las que defiendo yo aquí: sin cambiar a una clase política disfuncional no puede abordarse un programa reformista ambicioso. Y es que, como le oí decir una vez a Carlos Solchaga, un “técnico” es un político que, además, sabe de algo. ¿Para cuándo una reforma electoral en España? ¿Habrá que esperar a que lleguen los “técnicos”?

César Molinas, matemático y economista, es barcelonés de nacimiento y madrileño de adopción. Ha sido académico, gobernante y banquero de inversión. Actualmente se dedica al capital-riesgo en biomedicina y a la consultoría.

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Las instituciones invisibles

Posted by Teódulo López Meléndez en septiembre 8, 2012

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USA Unas elecciones para la historia

Posted by Teódulo López Meléndez en septiembre 5, 2012

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Michelle: “El cambio es lento, pero siempre llega”

Posted by Teódulo López Meléndez en septiembre 5, 2012

 

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